17 Ottobre Ott 2019 0601 17 ottobre 2019

Calcolo o disperazione? Ora Salvini vuole, a tutti i costi, Roma

Lo slogan leghista è “Raggi dimetti” (lo stesso che fu l’inizio della fine di Marino). E la battaglia di Matteo contro Virginia sarebbe la riscossa quasi definitiva contro tutti. In una città debolissima, tanto esasperata da poter seguire chiunque

Salvini_Linkiesta

A Roma si dovrebbe votare tra due anni ma da giorni girano nei quartieri le “vele”, come se la città fosse già in campagna elettorale. “Raggi dimettiti”, c’è scritto. Sotto compare a caratteri cubitali l’appello a firmare la petizione contro la sindaca che Matteo Salvini lancerà sabato in piazza San Giovanni, nella manifestazione convocata per incoronarsi capo del centrodestra e dell’opposizione.

Solo chi ha poca memoria sottovaluta. Cominciò con i manifesti “Marino dimettiti” anche la campagna contro il vecchio sindaco, eletto da appena un anno: sembrava la solita fuffa, diventò un’offensiva in grande stile e alla fine Il Marziano dovette fare le valige davvero, sospinto verso la porta dagli avversari ma soprattutto dagli amici che non ne potevano più di lui. Virginia è più o meno nella stessa posizione, non la ama nessuno, non la difende nessuno, si regge in piedi solo perché di Roma nessuno sa più che cosa fare, ma a questo punto basterebbe un refolo di vento per tirarla giù.

Questa anticipatissima campagna romana suggerisce un obbiettivo molto preciso: aggiungere Roma ai molti trofei regionali che Il Capitano pensa di aggiudicarsi nei prossimi mesi.

Salvini lo ha capito prima degli altri e questa anticipatissima campagna romana suggerisce un obbiettivo molto preciso: aggiungere Roma ai molti trofei regionali che Il Capitano pensa di aggiudicarsi nei prossimi mesi. Non solo l’Umbria, non solo l’Emilia Romagna, la Calabria, e – chissà – Toscana e Campania, ma anche la Capitale, magari dopo una crisi-lampo.
Sarebbe il coronamento del progetto della Lega nazionale che Salvini ha imposto a un recalcitrante Nord, nonché il definitivo atto di supremazia sui suoi alleati. Prendersi Roma a dispetto della destra che l’ha sempre monopolizzata. Prendersi Roma a dispetto delle vecchie filiere andreottiane confluite in Forza Italia. Prendersi Roma a dispetto di Papa Bergoglio, della politica e dei santi, e rilanciare il salvinismo occupando un balcone titolato dal mito oltreché dalla storia.

Il patto di coalizione, dicono, è già formalizzato. A Fratelli d’Italia dovrebbe andare la candidatura per il dopo-Zingaretti; alla Lega quella per il dopo-Raggi. Conviene a tutti e due perché in caso di sconfitta nessuno si potrebbe fare troppo male, come succederebbe a parti invertite: Giorgia Meloni ha già subito l’onta di essere esclusa da un ballottaggio per il Campidoglio, un secondo flop risulterebbe catastrofico, mentre un futuribile candidato leghista potrebbe cantare vittoria con qualsiasi risultato. A Roma, nel 2016 la lista “Noi Con Salvini” si era fermata al 2,7: pure se la prossima volta andasse male si potrà dire “abbiamo decuplicato i voti”. Mancò la fortuna ma non il valore: un grande classico.

Insomma, in attesa che un soffio di vento di porti via la Raggi le carte sono state già aggiustate per la partita, compresa quella (al momento coperta) delle intese con CasaPound, che nella Capitale vale pur sempre l’1,5 per cento. Il movimento ha di recente rinunciato al suo status politico, annunciando che non si candiderà più con il suo simbolo in nessuna competizione elettorale perché ritiene più produttivo dialogare “con tutte le forze che si oppongono alle follie globaliste e hanno a cuore i destini della nazione”: a San Giovanni ci saranno pure loro, senza bandiere ma con il chiaro intento di sostenere le ambizioni del Capitano contro la sindaca che (oltretutto) minaccia di sfrattarli.

In attesa che un soffio di vento di porti via la Raggi le carte sono state già aggiustate per la partita, compresa quella (al momento coperta) delle intese con CasaPound,

La Pax Romana è quindi infranta. Si spezza il sonnolento tran tran della politica cittadina, dell’opposizione limitata alle lagne sui gabbiani e sui cinghiali, dei consigli comunali a mezza sera tra la pennichella e l’apericena, del “vedremo, c’è tempo” che tutti pronunciano quando gli chiedi: e Roma? Gli equilibrismi di Nicola Zingaretti presto risulteranno insostenibili, così come durerà il tempo di una nota-stampa il tentativo del Pd romano di rispondere all’offensiva leghista con la sottigliezza semantica di una petizione che dice “Basta Raggi” (nel senso che non deve ricandidarsi) anziché “Raggi dimettiti” (cioè vattene subito).

Cosa pensate che farà il romano medio, dopo due ore in coda sulla Tangenziale, reduce dalla calca di un autobus, furioso per i miasmi del cassonetto sotto casa, indignato per la bolletta dei rifiuti che gli tocca anche pagare, davanti alla possibilità di scegliere per la via netta che gli offre Salvini e gli equilibrismi dialettici degli altri? Firmerà con entusiasmo sotto lo spadone di Alberto da Giussano, mandando a quel paese chi paventa una “svolta autoritaria”. Quel tipo di allarme vale ovunque tranne qui, dove da un pezzo si invoca un castigamatti che metta in riga Ama, Atac, uffici anagrafici, vigili urbani e ogni altro tipo di addetto municipale: se arrivasse pure Gengis Kahn Roma lo applaudirebbe, sperando che spiani tutto.

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