Giovani
17 Ottobre Ott 2019 0600 17 ottobre 2019

Aiutati che l’alternanza ti aiuta: così la collaborazione tra scuola e imprese può (e deve) aiutare i giovani

L’azienda ha svolto una ricerca tra studenti, genitori e insegnanti per valutare l’efficacia dei percorsi di formazione all’interno delle imprese. Ad emergere è soprattutto la necessità di un sempre maggiore dialogo tra mondo del lavoro e della scuola, soprattutto a tutela del futuro dei ragazzi

Nestle_Linkiesta
Foto tratta dalla pagina Facebook di Nestlé

La novità dell’alternanza scuola-lavoro è arrivata, come sappiamo, nel 2015. Forte della consapevolezza che il sistema dell’istruzione fosse troppo lontano dall’universo professionale, e che i giovani non arrivassero “pronti” nel momento in cui si affacciavano al mondo del lavoro, l’idea fu quella di iniziare ad avvicinarli a questa realtà attraverso delle piccole esperienze di qualche settimana all’anno all’interno delle aziende, in funzione di formazione, orientativa e di acquisizione di quelle soft skills (capacità di lavorare in gruppo, autonomia, flessibilità, problem solving e così via) che le imprese sempre più richiedono oggi.

Una novità accolta all’epoca, sappiamo anche questo, con qualche frizione da parte degli studenti, ma ormai entrata a pieno regime nelle attività scolastiche. E in effetti l’alternanza si conferma anche come la modalità più diffusa per avvicinare i giovani studenti al mondo del lavoro, ancora prima delle varie giornate di formazione, testimonianze in classe, laboratori di vario genere e così via. A quattro anni dal lancio, però, quale quadro si può tracciare? La scuola oggi prepara al lavoro più di ieri? Nestlé, che da qualche anno organizza, fra le altre cose, attività di alternanza in un programma chiamato “Nestlé needs YOUth”, ha lanciato un sondaggio tra studenti, genitori e insegnanti per raccogliere le loro opinioni a riguardo e capire l’incidenza delle esperienze di alternanza nel preparare i giovani ad inserirsi nel contesto professionale.

Ne emergono alcuni trend degni di nota: malgrado il livello di istruzione sia giudicato da tutti, studenti, insegnanti e genitori come “alto” (nonostante le note difficoltà del mondo scolastico, questo ci è riconosciuto anche a livello internazionale), sul fronte dell’alternanza scuola-lavoro c’è ancora molto che si potrebbe fare per migliorare. A partire dal nome, ora mutato in “Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento” a partire da febbraio 2019. «Si trattava di una denominazione infelice, perché trasmetteva l’idea che a scuola non si lavora, e al lavoro non si fa scuola», dice Lorella Carimali, docente di matematica e fisica al liceo Vittorio Veneto di Milano e candidata al Global Teacher Prize 2018, “Nobel” degli insegnanti, in occasione della conferenza di Nestlé “La scuola prepara al lavoro. Vero o falso?” tenutasi pochi giorni fa nella sede della Camera di commercio a Milano. Mentre invece lo scopo della misura è fare tutto il contrario, come sappiamo: un’occasione per gli studenti di imparare fuori dalle aule, così come per le aziende di fare formazione e potenzialmente di acquisire quegli insight, soprattutto in ambito digitale, con cui le generazioni più giovani hanno una familiarità innata.

«Spesso sono gli stessi insegnanti ad essere refrattari a caricarsi di ulteriori incombenze, convinti di essere stati formati per insegnare e non per fare altro, così come soggetti al retaggio che vuole che il ruolo dei licei non sia quello di formare al lavoro»

Lorella Carimali

Sull’alternanza, però, come accennato il lavoro da fare è ancora tanto, e non solo dal punto di vista degli studenti stessi, che preferirebbero poter «usufruire di stage curriculari (86%) e piccoli lavori occasionali (82%), a fronte del fatto che ancora spesso si ritrovano impiegati in attività a basso valore aggiunto», riporta Giacomo Piantoni, direttore Risorse umane del gruppo Nestlé in Italia, presentando i risultati della ricerca, ma anche, in termini molto pratici, riguardo al numero di aziende che aprono le proprie porte agli studenti in alternanza. Secondo Paola Amodeo, dirigente responsabile dell’alternanza alla Camera di commercio di Milano, Monza-Brianza e Lodi, infatti, «ancora poche sono le imprese sul totale disponibili ad ospitare percorsi di questo tipo per gli studenti». Un problema che non ha a che vedere solo con la buona volontà delle aziende, ma anche con questioni meramente organizzative. Mentre per aziende del calibro di Nestlé, infatti, è molto più semplice dedicare risorse, tempo e persone all’organizzazione delle attività di alternanza, potendo ospitare molti studenti anche tutti insieme, infatti, per le realtà imprenditoriali più piccole, spesso anche di meno di 50 dipendenti (come del resto sono la maggior parte delle imprese italiane), il progetto di ospitare anche solo pochi ragazzi nell’arco dell’anno è complesso e spesso ostruito da mancanza di figure apposite e di risorse economiche.

È anche per questo, spiega Amedeo, che «la Camera di commercio sta sempre più cercando di porsi come tramite tra le realtà aziendali e le scuole per facilitare e favorire lo scambio». Una partnership ideale che ora ha iniziato anche a comprendere degli “stage di reciprocità” dove membri dell’impresa entrano direttamente a scuola, e i docenti possono andare a fare formazione in azienda. Sostenere anche i docenti nel trasmettere quelle competenze trasversali, dalla capacità di ascolto al concetto di “imparare ad imparare”, è infatti fondamentale per permettere la costruzione di percorsi che siano efficaci in primis per i ragazzi. Un aspetto da non sottovalutare, sottolinea la stessa Carimali (che peraltro nel suo istituto si è assunta il compito di organizzare i percorsi di alternanza per gli studenti), perché «spesso sono gli stessi insegnanti ad essere refrattari a caricarsi di ulteriori incombenze, convinti di essere stati formati per insegnare e non per fare altro, così come soggetti al retaggio che vuole che il ruolo dei licei non sia quello di formare al lavoro».

Fortunatamente, la questione della necessità di stilare percorsi differenziati per studenti liceali e quelli di istituti tecnici e professionali, è oggi in larga parte superata. Uno dei punti più critici in origine, infatti, era stato quello di capire come trasmettere contenuti che potessero essere utili ai ragazzi di tutti gli indirizzi di studio. In Nestlé questi limiti sono stati superati attraverso l’organizzazione sia di attività specifiche che aiutassero i giovani a capire i meccanismi di funzionamento di un’azienda, sia di attività ad hoc che stimolassero quelle capacità trasversali, tramite lavori di gruppo, elaborazioni di progetti e presentazioni, in modalità giocosa e responsabilizzante.

Sono proprio questi gli elementi che, in effetti, sono più apprezzati anche dagli stessi studenti, che hanno così la possibilità non solo di “mettere il naso” fuori da scuola e capire come funziona il mondo aziendale, ma anche di acquisire nuove competenze di gestione del tempo e di cooperazione, come raccontano alcuni degli stessi ragazzi che hanno vissuto un’esperienza di alternanza all’interno di Nestlé. Certo è però che il lavoro non si ferma qui: posto che ancora è diffuso un generale sentimento di sfiducia verso il futuro lavorativo delle nuove generazioni (da parte degli studenti tanto quanto dei genitori, evidenzia la ricerca Nestlé), ancora più cruciale diventa quindi mettere i ragazzi nelle condizioni di formarsi al meglio per essere attrattivi nel mondo del lavoro.

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