18 Ottobre Ott 2019 0600 18 ottobre 2019

Brexit, l’accordo è fatto. Ora iniziano i veri problemi

L’intesa raggiunta da Boris Johnson con la Commissione europea è solo il primo passo del calvario parlamentare che ha già affrontato il suo predecessore Theresa May, Il governo non ha i numeri per farlo passare e il rischio è quello di una nuova estensione per poi andare a elezioni

Johnson_Linkiesta
JOHANNA GERON / AFP / POOL

Sono passati 1212 giorni ma la Brexit non è ancora finita. L’accordo trovato da Boris Johnson con la Commissione europea è solo l’inizio del calvario parlamentare che ha già affrontato il suo predecessore Theresa May, neanche un anno fa. Perché l’intesa Londra-Bruxelles dovrà essere approvata sabato dalla Camera dei Comuni dove non c’è al momento una maggioranza a favore. Laburisti, nazionalisti scozzesi, e liberal democratici hanno già detto che voteranno contro. A loro si aggiunge anche il Dup, il partito unionista nord irlandese contrario alla nuova versione dell’accordo siglato da Johnson perché obbliga l’Irlanda del Nord a rimanere allineata all’unione doganale europea. Senza quei dieci voti approvare l’accordo sarà molto difficile. Al premier servono 320 sì per vincere, e il partito conservatore ne ha solo 287. Per avere qualche chance Bojo dovrebbe elemosinare il voto dei 23 deputati conservatori ribelli che poche settimane fa ha espulso dal partito e almeno 11 laburisti che dovrebbero tradire la linea del segretario.

Se il testo non sarà approvato sabato, succederanno due cose: primo, il premier sarà costretto per legge, il Benn Acr, a chiedere un’estensione all’Unione europea, l’ennesima. Secondo, ci saranno nuove elezioni. Ne è sicuro anche il fondatore del Brexit Party, Nigel Farage che ha dichiarato ieri: «Ci sarà un'altra estensione. Un altro fallimento della classe politica nel tentativo di farci uscire dall'UE» Bojo non ha alternativa. Al momento non ha comunque una maggioranza in Parlamento e con l’accordo bocciato l’unica opzione sarebbe quella di chiedere agli inglesi di dargli abbastanza seggi per approvare l’accordo in Aula e terminare la Brexit. La campagna elettorale non sarà una passeggiata. A differenza del passato Johnson non potrà titillare l’orgoglio nazionalista inglese promettendo l’accordo dei sogni, ma dovrà difendere il suo piano nei dettagli impantantanadosi in discussioni che lasceranno poco spazio alla propaganda e alla retorica brexiteer di questi tre anni.

Chiariamo una cosa: l’accordo Johnson non è la ripetizione dell'intesa ottenuta da May dodici mesi fa, è un peggioramento

Chiariamo una cosa: l’accordo Johnson non è la ripetizione dell'intesa ottenuta da May dodici mesi fa, è un peggioramento. Il Regno Unito continuerà a rispettare le norme dell’Ue fino alla fine del 2020, pagherà 33 miliardi di sterline per finanziare la sua parte del budget europeo e garantirà tutti i diritti dei cittadini europei che vivono oltremanica. Addirittura Johnson ha inserito una richiesta pressante di Bruxelles: il level playing field. Tradotto: il Regno Unito, una volta fuori dall'Unione si imporrà di non fare concorrenza sleale agli Stati Ue abbassando gli standard dei diritti dei lavoratori ed energia sostenibile per attrarre nuova forza lavoro e imprese.

Ma allora cos’è cambiato? Formalmente è sparito il meccanismo del backstop previsto dall’accordo May. Ovvero l’obbligo di evitare il ritorno di dogane e dazi tra Irlanda e Irlanda del Nord per un periodo di transizione di due anni in attesa di un accordo commerciale post Brexit tra Londra e Bruxelles. Per l’Unione europea era imprescindibile per evitare il ritorno degli attentati terroristici tra i cattolici nord irlandesi che vogliono tornare nella Repubblica d'Irlanda e i protestanti che vogliono rimanere con Londra. Mentre i conservatori brexiteers hanno bocciato l’accordo tre volte in Parlamento proprio perché non avrebbero potuto fare nuovi accordi commerciali fin quando un pezzo di Regno Unito fosse rimasto ancora nell’Unione europea. Questo è stato l’unico vero stallo in questi mesi e finora nessuno aveva trovato una soluzione.

A conti fatti, dopo mesi di melina, annunci e ricatti, Johnson ha accettato tutte le richieste che l’Ue gli aveva imposto

Con l'accordo di Johnson, l’Irlanda del Nord avrà una doppia unione doganale. Formalmente Belfast rimarrà parte del territorio doganale del Regno Unito e beneficerà della futura politica commerciale che Londra siglerà con altri Stati, ma allo stesso tempo si dovrà applicare il codice doganale dell'Unione europea nell'Irlanda del Nord. Tradotto Londra potrà applicare le sue tariffe ai prodotti che provengono dai Paesi Terzi, ma solo se non entrano nel mercato unico. Il governo inglese sarà costretto così a mantenere i dazi europei per beni che rischiano di essere commerciati nell’Ue. Addirittura il Regno Unito non avrà così mano libera di fare accordi commerciali vantaggiosi perché le nuove intese non dovranno pregiudicare l’applicazione del nuovo protocollo appena firmato.

Johnson avrà pure tolto dall’accordo la parolaccia backstop ma questa doppia unione doganale è ancora peggio, perché invece dei due anni temporanei previsti dall'accordo May, il protocollo durerà almeno quattro anni. E potenzialmente per sempre visto che solo il parlamentino dell'Irlanda del Nord, può bloccare a maggioranza il rinnovo. Difficile pensare possa esserci una maggioranza schiacciante conto visto che dal gennaio 2017 i due partiti che hanno ottenuto più voti, Dup e i reppubblicani Sinn Fein non hanno trovato un accordo per governare.

A conti fatti, dopo mesi di melina, annunci e ricatti, Johnson ha accettato tutte le richieste che l’Ue gli aveva imposto. Il premier pur di ottenere la Brexit entro il 31 ottobre, come promesso fin dall’inizio del suo mandato, ha deciso di sacrificare le ragioni del Dup che chiedevano di evitare un trattamento diverso rispetto a Inghilterra, Scozia e Galles, e di non violare così l’integrità territoriale. Neanche May aveva mai ceduto su questo punto per non perdere l’appoggio del Dup che reggeva la sua fragile maggioranza. Ma ora che BoJo una maggioranza alla Camera dei Comuni non ce l'ha più di un mese, ha deciso di scaricare il Dup. E pazienza se il 24 novembre del 2018 proprio nella conferenza del partito unionista aveva detto: «Nessun governo potrebbe o dovrebbe sottoscrivere controlli regolamentari e doganali nel Mare d'Irlanda», ovvero esattamente quello che prevede il suo accordo.

Il passato è passato, ora Johnson vuole giocarsi tutto sul voto in Aula per passare come l'uomo che ha realizzato la Brexit contro tutto e tutti entro il 31 ottobre. Sembra un deja vu.

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