18 Ottobre Ott 2019 0600 18 ottobre 2019

Breve viaggio nella musica italiana che non canta in italiano (e non conosce confini)

Suonano e vengono apprezzati all’estero, non seguono le mode e cercano i punti di tensione della società: cosa si muove nella musica italiana oltre l’itPop

Linkiesta JH
Julie's Haircut (foto di Erik Messori)

Mentre l’itPop celebrava se stesso nel trionfale spazio del Circo Massimo, riempito dai Thegiornalisti e giustamente inteso da molti come un momento di passaggio per la musica pop italiana, nell'indie (quell'enorme sottobosco che non può più essere perimetrato né secondo categorie produttive, né secondo analisi stilistiche) qualcosa si stava muovendo. Preparando i propri ritorni dopo qualche anno in silenzio, i Julie’s Haircut con In the Silence Electric (Rocket Recordings) e i Jennifer Gentle con il disco omonimo (La Tempesta) hanno in qualche modo spostato di nuovo i riflettori — non tutti, bisogna dirlo, alcuni… — su un approccio laterale alla musica. Quello in cui i confini geografici non esistono più, la provincia dell’Impero (che l’Italia indubbiamente è) esiste solo nella testa di chi ci crede, e in cui la musica diventa una materia fluida, non legata a un periodo storico o a una moda ma insegue l’idea di assoluta liberà e di ricerca.

Ovviamente non ha senso parlare di una “riscossa”. Nessuno sta facendo la guerra a nessuno, e giustamente si tratta di musiche diversi per pubblici diversi. Ma è curioso notare che nel momento apicale del pop in italiano che, nato indie (quando non propriamente indipendente), affronta l’esame di maturità passando dai club ai palazzetti (e dai palazzetti al Circo Massimo), produce superstar e fa parlare di sé come fenomeno di costume, si sta notando un prepotente ritorno di gruppi che parlano, scrivono, compongono e pensano in inglese. Scelta controtendenza (anche se c’è stato un periodo, più o meno nei primi anni del secolo nuovo, in cui l’indie italiano cantava sempre in inglese, sognava di vivere tra Olympia e Portland e mandava a memoria Pavement, Daniel Johnston e Sonic Youth) ma che segnala come una volontà di ricerca, di erodere confini, e andare a giocare un campionato diverso da quello nostro, in cui le regole sembrano essere già segnate per gli anni a venire, sia tornata dopo un periodo — per lo meno — di scarsa attenzione.

La musica continua, anche da noi, a voler parlare il linguaggio del mondo, andando oltre le retoriche che sembrano ribadire che esiste un solo modo di fare le cose e cercando di andare a toccare i punti di tensione che sono proprio quelli che tutta la grande arte, in realtà, deve per lo meno ambire di provare a fare

Certo non bastano due dischi a dirci che qualcosa sta capitando. Soprattutto se stiamo parlando di band a loro modo “storiche” e che hanno sempre cercato di parlare al di là dei nostri confini, hanno collaborato con artisti di fama internazionale in giro per il mondo, e hanno pubblicato per alcune delle etichette più importanti in circolazione (i Jennifer Gentle si pregeranno sempre di essere stati la prima band italiana a finire su Sub Pop, proprio l’etichetta che fu dei Nirvana). In the Silence Electric e Jennifer Gentle infatti continuano la linea di una musica psichedelica che flirta con il rumore, il kraut-rock tedesco e la dissonanza (il primo) e gli anni Sessanta, il pop più obliquo, e la ricerca sul suono a servizio della canzone (il secondo). Un vero e proprio ritorno a casa, ma con la valigia sempre pronta a partire. Faccia più “pop” di un certo approccio sperimentale e di ricerca che in Italia abbiamo sempre avuto guardando più al confronto con il mondo là fuori. Quest’anno infatti sono tornati molti musicisti apprezzati in tutto il mondo — forse più che qui — come Teho Teardo (Grief is the Thing with Feathers, Specula) e Paolo Spaccamonti (Volume Quattro, Escape From Today); per non citare giovani artisti elettronici d’avanguardia sempre più in vista come Mana (Seven Steps Behind, Hyperdub), Caterina Barbieri (Ecstatic Computation, Editions Mego), e L I M (Higher Living, Factory Flaws — in realtà di fine 2018).

C’è da essere ottimisti a vedere anche l’emergere di band “giovani” (dove le virgolette sono d’obbligo considerando che qualcuno ha già trent’anni e solo da noi possiamo ancora pensarli giovani) che pensano più a suonare e fare quello che vogliono. Dagli Any Other, che hanno aperto le danze della stagione musicale italiana in lingua inglese 2018-2019 con l’apprezzatissimo Two, Geography (42 Records) che ha permesso alla band di Adele Nigro di girare in tutta Europa agli Indanizer (in uscita anche loro con Nadir, Edison Box) — che tra suggestioni Animal Collective e psichedelia tropicalista hanno trovato una lingua universale apprezzata in moltissime nicchie che si posizionano fuori dal tempo — e gli Eugenia Post Meridiem (In Her Bones, Factory Flaws), anche loro che guardano territori musicali ancestrali dove l’inglese diventa modo grazie a cui il loro folk “espanso” va oltre i club di provincia.

Sicuramente è una carrellata non esaustiva, cui mancano molti pezzi (ad esempio tutti gli esponenti della resistente scena garage rock, che gode di ottima salute e solido seguito) e su cui forse è prematuro fare un discorso “di sistema” (foss’anche solo che in tutti questi anni di ottimi dischi cantanti in inglese ci sono sempre stati, ma in qualche modo si era percepito un clima di stanca generale attorno a questo tipo di approccio), ma è un segnale interessante che è giusto evidenziare. La musica continua, anche da noi, a voler parlare il linguaggio del mondo, andando oltre le retoriche che sembrano ribadire che esiste un solo modo di fare le cose e cercando di andare a toccare i punti di tensione che sono proprio quelli che tutta la grande arte, in realtà, deve per lo meno ambire di provare a fare.

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