economia
18 Ottobre Ott 2019 0601 18 ottobre 2019

Dal mito della lotta all’evasione in poi. Sciocchezze (e cose fortemente esagerate) sulla manovra

Nella legge di bilancio la priorità data alla lotta all’evasione fiscale è un tentativo inane per costringere gli italiani a pagare le tasse. Una risposta incisiva sarebbe potuta arrivare piuttosto da una riduzione delle aliquote marginali e reali per i ceti medio-alti

Manovra_Linkiesta
Filippo MONTEFORTE / AFP

Tra riti e miti si consuma anche la legge di bilancio 2020, quella giallo-rossa. I riti sono sempre gli stessi: ora siamo in pieno rito dell’annuncio, quando ogni giorno si scopre sui giornali il provvedimento del quale si era parlato la sera prima, anche se nella notte era già stato ingoiato da Morfeo. Tra poco vedremo l’altro ineluttabile rito: l’assalto alla diligenza che si protrarrà fino alla Befana quando dovrebbe scattare il regalino che rappresenta una delle novità di quest’anno, cioè 200-250 euro in tasca a chi paga con bancomat o carta di credito. Ma anche i miti sono suppergiù sempre uguali a cominciare dalla lotta all’evasione fiscale, alfa e omega della politica fiscale secondo Giuseppe Conte e i grillini. La Lega di Matteo Salvini gran protettrice delle partite Iva dalle qualI, piccole e grandi, proviene il grosso delle imposte dovute e non pagate, grida e si dibatte contro le tasse e le manette. Se ne fa beffe persino Pier Camillo Davigo, a modo suo: “Ci sono 12 milioni di evasori, e dove li mettiamo tutti quanti?”.

Di lotta all’evasione si parla da alcuni decenni. Per la verità non se ne parla solo, perché molte cose sono state fatte, tutte scarsamente efficaci: ci sono oltre cento miliardi nascosti che non vengono mai alla luce. Dagli anni ’80 in poi sono arrivate le manette agli evasori (1982), poi il cosiddetto redditometro (1983), i coefficienti presuntivi (1989), la minimum tax (1993) e i parametri (1995), fino ad arrivare agli studi di settore (1998). Negli anni più recenti è entrata in campo Equitalia, poi l’Agenzia delle entrate. Gli agenti del fisco si danno da fare, gli accertamenti sono massicci e si concludono quasi sempre con addebiti nei confronti dei contribuenti.

“Torna Dracula”, tuona la destra contro il partito delle tasse e degli esattori egemone a sinistra. Eppure tra ricorsi, patteggiamenti, inefficienza burocratica, lo stato riesce a recuperare in media appena l’11 per cento del dovuto. La guardia di finanza l’anno scorso ha individuato 13.957 evasori, ne ha arrestati 400, nessuno è stato messo in prigione. Negli anni precedenti è stato ancora peggio: 11.303 denunce nel 2016 con 99 arresti, 12.375 nel 2017 con 226 arresti. Andrà meglio con meno contante? I tedeschi usano più cash degli italiani, eppure evadono di meno. Il gioco a guardie e ladri è inefficace in assenza non delle manette facili, ma di una sanzione morale o valoriale contro chi non paga il dovuto.

Un altro mito è che in questa legge di bilancio ci siano più tasse. In realtà il saldo tra entrate e uscite ci dice che ce ne sono di meno. Le maggiori entrate ammontano a 10,994 miliardi di euro, a fronte delle quali ci sono 23 miliardi di mancato aumento dell’Iva (quindi meno imposte indirette) più 3 miliardi per la riduzione del cuneo fiscale. Ciò porta il conto delle minori entrate, sostanzialmente di natura tributaria, a 26,361 miliardi. In conseguenza, l’anno prossimo vedremo un buco nel bilancio dello stato pari a 16,380 miliardi. Alla domanda chi paga, dunque, la risposta è in primo luogo le generazioni future, come sempre; quanto a quelle presenti il vero aggravio fiscale aggiuntivo, tra limatura dell’Iva forfettaria, imposte ambientali, revisione di detrazioni e deduzioni, e tutto il resto, arriva a circa 8 miliardi di euro perché quasi 3 miliardi riguardano il rinvio da novembre al prossimo marzo dell’ultima rata di imposte indirette.

Oltre il 46 per cento degli italiani (i primi due scaglioni di reddito) paga meno del 2,7 per cento di tutta l'Irpef, in totale 4,32 miliardi di euro, ma ne riceve per la sola sanità 47, a cui si aggiungono i contribuenti che dichiarano dai 15 ai 20 mila euro lordi

Alberto Brambilla, che di tasse e pensioni se ne intende, e fino allo scorso anno era vicino alla Lega, ha ridimensionato altri due miti: il primo riguarda quanto davvero si paga in imposte sui redditi, il secondo è che i poveri pagano più dei ricchi. Ecco qualche conticino. In base alle ultime dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef risulta che oltre il 46% degli italiani (i primi 2 scaglioni di redditi) paga meno del 2,7% di tutta l’Irpef, in totale 4,32 miliardi di euro, ma ne riceve per la sola sanità ben 47. Se poi aggiungiamo anche i contribuenti che dichiarano dai 15 ai 20 mila euro lordi, ne consegue che i primi tre scaglioni di redditi versano in totale 15, 8 miliardi di Irpef (su un totale di 164,7), ma prendono per le sole cure sanitarie 5,2 miliardi. Se ne deduce che il 60% dei contribuenti (lavoratori dipendenti compresi) versa attorno al 10% di tutta l’Irpef. Pagano poco sia i redditi più elevati (sono l’1,1% dei contribuenti dai quali viene circa un miliardo di euro) sia quelli bassi. Se questo è vero, l’intera politica fiscale è da rovesciare puntando a ridurre le aliquote marginali e quelle reali sui ceti medio alti. E chi glielo dice ai populisti di sinistra?

Forse si poteva lasciar aumentare un po’ l’Iva e usare quelle risorse per ridurre le imposte dirette, come avrebbe voluto fare anche il ministro dell’economia Roberto Gualtieri che in questo è d’accordo con il suo predecessore Giovanni Tria. Ma più che di fronte a un mito ci troviamo davanti a un tabù, quello del consenso elettorale. Mai fare un favore a Salvini, ha detto Renzi, anche perché la propaganda salviniana è mediaticamente efficace quanto sostanzialmente infondata. La stoccata più velenosa è arrivata da Tria: io volevo introdurre la flat tax, ha raccontato l’ex ministro dell’economia, Salvini ha detto no in nome di quota 100 perché voleva seppellire la Fornero (la riforma sia chiaro).

Anche il cuneo fiscale è un mito? Certo che no, è vero che in Italia la differenza tra costo del lavoro e salario effettivamente percepito è molto elevata, anche se non la più alta, come mostra una indagine della Banca d’Italia. La Francia e la Spagna, ad esempio, stanno peggio, meglio invece la Germania. Tuttavia è chiaro che tre miliardi l’anno prossimo, che salgono a sei nel 2021, non darà grandi benefici. L’ultima consistente manovra venne fatta da Romano Prodi nel 2007 con un taglio di 7,5 miliardi di euro. I suoi effetti sono incalcolabili visto che subito dopo scoppiò la più grande crisi economica dagli anni ’30. Vedremo tra un anno se questa volta ci sarà una ricaduta positiva su salari, profitti e prodotto lordo. Quindi sospendiamo il giudizio.

Tra miti e riti, il più assurdo riguarda la politica verde. Tutti a incensare Greta, e poi via a fare le barricate contro la tassa sulla plastica. Protestano le imprese e si può anche capire che per loro ci sarà un certo aggravio, protestano i commercianti e non si capisce perché, ma protestano anche i consumatori e qui è pura paranoia. Si dovrebbe celebrare l’espiazione per tutti i sacchetti che abbiamo usato inutilmente e poi gettato nella spazzatura, invece siamo in pieno rito della parola. Pardon, della chiacchiera, nella quale gli italiani eccellono ben più che gli altri popoli. Tanto, troppo rumore, e ancora una volta per nulla.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook