19 Ottobre Ott 2019 0601 19 ottobre 2019

Non solo i dazi, ma un’economia da ripensare. Ecco perché la Cina rallenta per la prima volta dal 1992

Il Pil di Pechino cresce solo del 6%, diminuiscono le esportazioni e gli investimenti dall'estero. Alberto Forchielli: «Da Pechino vogliono dare l'impressione che il calo sia lento, graduale e voluto, ma in realtà è più marcato di quanto sostengono i dati ufficiali»

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PETER PARKS / AFP

L’economia cinese aumenta del 6% all’anno, ma a Pechino non c’è nulla da festeggiare. Per l’Italia sarebbe il miglior dato dal 1979, per i cinesi è il peggior risultato degli ultimi 27 anni. Le esportazioni sono diminuite del 3,2% su base annua, c’è un calo degli investimenti dall’estero, nel mercato automotive e nel settore delle costruzioni. E i prezzi per i beni intermedi usati nella manifattura sono scesi in un anno dell’1,2%, mai così male dall’estate 2017. Che succede? Secondo alcuni economisti è l’inizio di un declino inesorabile, altri esperti pensano sia solo dovuto alla congiuntura internazionale. Tutti però concordano su un fatto: la seconda economia del mondo non poteva continuare questo ritmo a lungo e per ora dovrà rimandare il sorpasso agli Stati Uniti. Non è l’apocalisse, la Cina ha un 12.660 miliardi di dollari di prodotto interno lordo e continuando a questo ritmo ogni anno raggiunge l’intera ricchezza della Turchia, in tre anni quella dell’Italia. Ma il terzo trimestre del 2019 non verrà salvato nei calendari del partito comunista cinese e secondo molti analisti, l’ufficio nazionale di statistiche di Pechino potrebbe aver nascosto un calo maggiore.

«Il calo della crescita cinese è dovuto a tre fattori. Primo, stanno cercando di contenere l'aumento dell'indebitamento, secondo c'è l’epidemia di peste suina (cento milioni di maiali morti o abbattuti in pochi mesi, ndr) che inciderà sulla crescita del Pil quasi per l'1% e i dazi provenienti dagli Stati Uniti», spiega Alberto Forchielli, imprenditore e fondatore di Mandarin Capital Partners. «Da Pechino vogliono dare l'impressione che il rallentamento sia lento, graduale e voluto, ma in realtà il calo è probabilmente più marcato di quanto sostengono i dati ufficiali». Il Fondo monetario internazionale l’aveva predetto durante la presentazione del suo World economic outlook, il 15 ottobre: la crescita del PiL mondiale sarà ai minimi dalla crisi finanziaria del 2008 e minore dello 0,3% rispetto alle previsione fatta sei mesi fa. Era normale che Pechino soffrisse questo calo visto che il suo Pil è trainato dalle esportazioni e contribuisce per oltre il 23% all’economia mondiale. «L'economia cinese è alimentata da una forte esposizione bancaria. Ma il credito interno non può essere stimolato più di così o crollano le banche. Devono cambiare il modello di sviluppo finora troppo drogato», chiarisce Forchielli.

Nel 2012 il segretario del partito comunista cinese ha detto che il Paese doveva uscire da "l'ossessione della crescita"

Romeo Orlandi, presidente Osservatorio Asia

Non sarà facile passare a un sistema che renda più sostenibile la crescita, ma la Cina parte da una situazione invidiabile.«Teniamo conto che il tasso del 6% del Pil cinese di oggi è in valore assoluto più alto del 12 per cento di un'economia più piccola. E poi la crescita economica non è più l’obiettivo principale per la Cina, da quando il timone del Paese è guidato da Xi Jinping», spiega Romeo Orlandi, presidente Osservatorio Asia. «Nel 2012 il segretario del partito comunista cinese ha detto che il Paese doveva uscire da "l'ossessione della crescita”». Tradotto: meno attenzione alla quantità dei risultati economici per puntare di più su uno sviluppo nel lungo periodo basato sulla qualità. «I record nella produzione di vetro, acciaio, cemento, calzature, tessili e abbigliamento servono soltanto a consolidare una posizione di potenza. La Cina già produce nove miliardi di paia di calzature l'anno, se ne produrrà dieci non cambierà nulla. La priorità sarà la specializzazione nei settori più sofisticati come la tecnologia del 5G».

Ora però bisogna capire se la Cina manterrà la crescita del Pil al 6%. Perché il Paese ha bisogno di crescere ancora in attesa di cambiare la sua economia. La popolazione invecchia, la spesa per le pensioni aumenta e la struttura interna del potere in Cina presenta ancora aspetti opachi. Ci sono alcune zone d’ombra nei flussi di denaro che i funzionari di partito possono spostare sfruttando le maglie della pesante burocrazia. «Per stimolare l’economia il governo cinese ha varato una specie di quantitative easing: iniezione di denaro fresco nei circoli d'investimento per aumentare la domanda interna di consumi», chiarisce Orlandi.

Vedremo. Intanto c’è un altro dato che fa pensare gli osservatori secondo la classifica delle persone più ricche della Cina, lo Hurun China rich list, è diminuito del 3% il numero dei cinesi con un patrimonio di oltre 2 miliardi di Yuan (255 milioni di euro)

Vedremo. Intanto c’è un altro dato che fa pensare gli osservatori secondo la classifica delle persone più ricche della Cina, lo Hurun China rich list, è diminuito del 3% il numero dei cinesi con un patrimonio di oltre 2 miliardi di Yuan (255 milioni di euro). Un calo dovuto anche alla politica dei dazi? Forse, ma in ogni caso la politica dei dazi ha rallentato l'investimento estero in Cina e Pechino non è riuscita a far cambiare idea a Trump.«A dire il vero non hanno tante armi economiche da utilizzare senza farsi male. Potrebbero boicottare le imprese americane in Cina, ma così aumenterebbe l'esodo che sta già avvenendo. E per tante aziende cinesi ormai è sempre più difficile fare affari negli Stati Uniti», spiega Forchielli. Rimane un’ultima domanda: se la Cina rallenta, quanto rischia l'Italia? «Poco, la Cina assorbe il 2,5 per cento del nostro export. Potremmo prendere qualche decimale di punto nell'esportazione verso la Cina ma questo nel contesto generale non ci farà molto male. Sono altri i problemi italiani», rassicura Orlandi.

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