Reportage
19 Ottobre Ott 2019 0600 19 ottobre 2019

Viaggio in Iowa, dove gli agricoltori che hanno votato Trump pagano a caro prezzo le politiche di Trump

A causa della guerra commerciale con la Cina, i prezzi di vendita della soia sono crollati e i farmer chiedono al presidente di rispettare le promesse di campagna elettorale. Ma c’è anche chi ritiene che la Cina abbia manipolato il mercato troppo a lungo

Tim E Rod Bartole_Linkiesta
Davide Mamone

Quando la famiglia Walton si trasferì negli Stati Uniti dall’Inghilterra, era appena finita la rivoluzione americana. Furono a lungo nomadi, i Walton, in attesa di trovare il loro posto nel mondo. Prima Long Island e New Jersey, poi Ohio e Indiana. Fino al 1835, quando divennero la prima famiglia di agricoltori “stranieri” dello stato dell’Iowa.

Quasi duecento anni dopo la stessa famiglia è ancora di base qui, a Wilton, 40 chilometri a est di Iowa City. La professione non è cambiata. Ma la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina rischia di aprire un nuovo, complicato capitolo della loro storia. «Il prezzo di acquisto della soia è drammaticamente crollato negli ultimi mesi e ci sono migliaia di acri non piantati. Non è una situazione positiva, ma sapevamo che sarebbe arrivata».

Dave Walton ha 54 anni e guida l’azienda agricola di famiglia dal 1997, dopo aver lavorato in una fabbrica per tredici anni. La vita della soia è anche la vita di sua moglie e dei suoi figli, perché alla vendita di questo prodotto corrisponde la loro capacità di produrre denaro. L’unità di misura dei germogli di soia, in America, si chiama “bushel”. Ogni “bushel” corrisponde, grosso modo, a quattro pugnetti di germogli. «Prima della guerra commerciale vendevamo a circa di 10 dollari a bushel» spiega Walton. «Oggi invece il mercato ci impone un prezzo di circa 8,70 dollari: l’impatto è stato ed è tutt’ora forte». Anche perché, dicono i farmers, è un prezzo più basso di quello di produzione.

Come Dave Walton, sono tanti gli agricoltori a dover pagare il conto della guerra dei dazi. Gli Stati Uniti, infatti, producono una quantità di soia molto superiore al fabbisogno interno e il 60% di quanto prodotto viene esportato. Di questo 60%, un terzo è la fetta di mercato diretto alla Cina. «Il governo ci ha messo in una dannata situazione di inferno», aveva detto senza troppi giri di parole lo scorso agosto la Iowa Corn Growers Association (ICGA), una delle organizzazioni più potenti in Iowa a tutela degli agricoltori. «È giunto il momento per Trump di rendere l’America rurale grande di nuovo. Ci ha fatto delle promesse, è giunta l’ora di rispettarle».

«Non ho alcun problema con questa scelta, anzi questa è battaglia che mi ha convinto a sostenere di più Donald Trump»

Tim Bardole, presidente dell’Iowa Soybean Association

Il conflitto commerciale, abbinato alle conseguenze del cambiamento climatico che stanno rendendo più estreme le stagioni, stravolgendo il corso naturale dei campi, ha colpito duramente gli agricoltori. Ma non tutti incolpano il presidente americano. «Non ho alcun problema con questa scelta, anzi questa è battaglia che mi ha convinto a sostenere di più Donald Trump», dice Tim Bardole, presidente dell’Iowa Soybean Association, dalla sua fattoria. Anche lui è un produttore di soia di base a Rippey, in Iowa, una trentina di chilometri di distanza dalla città di Des Moines.

Anche lui con una storia familiare forte, iniziata nel 1901 e proseguita dal papà Roy. Bardole non nega gli affanni legati al crollo dei prezzi. Anche lui si lamenta di dover vendere la soia a un costo più basso di quello di produzione, verso la Cina. «Ma la scelta è stata quella giusta: doveva essere fatta vent’anni fa, quando le precedenti amministrazioni hanno ignorato che la Cina stava manipolando il nostro mercato».

Anche perché Pechino acquista il 60% della soia in tutto il mondo. E per Bardole, elettore di Trump che non si considera «né repubblicano né democratico», per troppo tempo i presidenti Bush e Obama «hanno permesso ai cinesi di usare nomi simili a quelli dei nostri prodotti a una qualità scadente e di presentarsi alle fiere per copiare le nostre attrezzature». Ora si è solamente arrivati a un punto di non ritorno.

«Il sogno di ogni imprenditore è di sapere quando un problema sta per arrivare, in modo da prendere le contro-misure: siamo giunti preparati», dice Walton. E le contro-misure attuate dai farmers sono state tre. La ricerca di mercati alternativi come Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Marocco, oltre a Tailandia e Filippine. La semina di nuove forme mais, come quello che Dave Walton chiama “Italian corn”, portato dagli immigrati italiani di inizio Novecento in questa parte d’America per «produrre la polenta». E la messa in pratica del cosiddetto “Renewable Fuel Standard”, diventato legge nel 2007 sotto Obama, ma mai implementato.

L’amministrazione Trump ha in programma di accelerare su questo programma, per permettere agli agricoltori di vendere l’olio di natura vegetale come combustibile. Un’entrata importante che manca, perché le lobby del petrolio oppongono resistenza. E perché l’alto impatto ambientale per la produzione di questo carburante ne ha rallentato, a lungo, il processo di divulgazione. «Nel 2020 entreranno nuovi dispositivi che ci aiuteranno», spiega Tim Bardole. «Ma gli sforzi non sono minimamente sufficienti», precisa Dave Walton.

L’amministrazione Trump ha provato a sostenere gli agricoltori in affanno per i dazi, inviando 25 miliardi di dollari in sussidi. Ma rispetto al crollo dei prezzi per le contro-sanzioni cinesi, è stato un granello di sabbia nel deserto

Se Bardole si considera elettore di Trump, seppur non repubblicano, Walton è un elettore indipendente. Ha votato Obama nel 2012. Ha creduto in Trump nel 2016. Non esclude di rivotarlo nonostante la guerra dei dazi, ma guarda con interesse a Elizabeth Warren, candidata progressista di area democratica data in crescita alle primarie. «Le persone dell’Iowa e gli agricoltori sono persone concrete», spiega Walton. «Non abbiamo tempo da perdere e arriviamo subito al sodo: i candidati che vengono qui devono essere onesti con noi e dirci la verità. Non digeriamo le promesse a vuoto».

L’amministrazione Trump ha provato a sostenere gli agricoltori in affanno per i dazi, inviando 25 miliardi di dollari in sussidi. Ma rispetto al crollo dei prezzi per le contro-sanzioni cinesi, è stato un granello di sabbia nel deserto. Per questo i farmers chiedono a gran voce che si trovi un accordo. «È assurdo che le due potenze mondiali più influenti del mondo non lo sappiano trovare», dice convinto Bardole. «Serve una svolta, gli accordi commerciali singoli con gli altri Paesi non bastano».

Il presidente Trump sembra aver riconosciuto il pericolo, specie a livello elettorale. Anche per questo lo scorso 11 ottobre, la sua amministrazione ha fatto di tutto per raggiungere un’intesa parziale che ha bloccato nuovi dazi USA sul Made in China. E di conseguenza ha evitato nuove sanzioni da parte di Pechino sui prodotti americani, tra cui la soia.

«Un accordo è fondamentale e Trump deve capire che è giunto il momento di trovarlo», conferma Walton. Che sullo stato degli agricoltori nel prossimo futuro dice. «Dobbiamo essere sempre più creativi, sarà una bella sfida. Ma questo capitolo si deve chiudere».

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