Politica
19 Ottobre Ott 2019 0601 19 ottobre 2019

Così il Pd realizza il progetto gialloverde: il bipopulismo

Si affaccia un nuovo bipolarismo tra un centrodestra a guida Salvini e un centrosinistra a guida grillina. La vera emergenza democratica è questa

Nicola Zingaretti Linkiesta

Se tre indizi fanno una prova, possiamo chiudere subito le indagini – per sovrabbondanza di prove – sulla grande querelle che ha diviso il Partito democratico negli due ultimi anni, con gli zingarettiani ad accusare i renziani di volersi fare un proprio partito e i renziani ad accusare gli zingarettiani di voler consegnare il Pd al partito della Casaleggio Associati. Con il senno di poi, oggi possiamo dire serenamente che avevano ragione entrambi.

Dopo la breve interruzione dovuta alla crisi del Papeete, con momentaneo rovesciamento dei ruoli e conseguente rovesciamento delle reciproche accuse, ciascuno è tornato alla casella di partenza. Matteo Renzi si è fatto il suo partito e Nicola Zingaretti ha ufficialmente dichiarato l’intenzione di consegnare il Pd all’abbraccio con i cinquestelle. Di più, in caso di crisi, come riportato ieri in un retroscena pubblicato in prima pagina sulla Stampa che a metà giornata non era ancora stato smentito, il segretario del Pd sarebbe deciso ad andare al voto «con Conte candidato premier». Quello stesso Giuseppe Conte che fino a due mesi fa Zingaretti non voleva a Palazzo Chigi, sostenendo che in tal caso sarebbe stato difficile affermare una qualche discontinuità rispetto al governo precedente. Come si è visto, aveva pienamente ragione.

Ma ormai è caduta ogni ipocrisia. L’ultima direzione del Pd si è aperta con la proposta di una riforma maggioritaria, scontato corollario alla scelta dell’alleanza strategica con il Movimento 5 stelle (con tanti saluti alla favola dei «contrappesi» al taglio dei parlamentari). In breve, il Pd rischia di portare a compimento l’originario progetto gialloverde: un nuovo bipolarismo tra un centrodestra a guida Salvini e un centrosinistra a guida grillina. La scomunica berlusconiana che ha appena colpito Mara Carfagna, colpevole di avere espresso il suo disagio di fronte alla partecipazione di Casapound alla manifestazione del centrodestra, mostra a che stadio di avanzamento sia giunto ormai il processo di salvinizzazione di quella che fu la Casa della libertà. Quanto al centrosinistra, ecco l’ultima precisazione di Zingaretti sul caso Raggi, dopo che a Otto e mezzo aveva detto di non chiederne le dimissioni. Trascrizione testuale del suo intervento su Sky di ieri mattina: «Un partito che è opposizione è ovvio che non può che augurarsi che il sindaco che combatte cada, ma questo è lapalissiano. Io dico una cosa un po’ più seria: costruiamo un’alleanza economica, culturale, sociale, per dare a questa città una speranza e un futuro, perché non bisogna solo cambiare il sindaco, bisogna anche vincere le elezioni». Chiaro?

Il Pd non chiede le dimissioni di Virginia Raggi, si augura che cada. Ma soprattutto si preoccupa di vincere le elezioni, con un’alleanza che evidentemente comprenderà, se non la Raggi, perlomeno il partito della Raggi

Il Pd non chiede le dimissioni di Virginia Raggi, si augura che cada. Ma soprattutto si preoccupa di vincere le elezioni, con un’alleanza che evidentemente comprenderà, se non la Raggi, perlomeno il partito della Raggi: unica ragionevole spiegazione di tanta improvvisa ritrosia, da parte del principale partito di opposizione, dinanzi al disastro della sua amministrazione. Dunque, auguri a tutti i romani. E auguri a tutti gli italiani, perché questa appare ormai l’unica alternativa della politica nazionale: Cinquestelle o Lega, Conte o Salvini. Dal bipolarismo al bipopulismo.

È una prospettiva che non può lasciare tranquilli i tanti che, in questi due anni, hanno vissuto con sincera preoccupazione e autentico sdegno la deriva populista impressa alle istituzioni dall’esecutivo grillo-leghista. Dunque, evidentemente, non mi riferisco agli esponenti del Pd, che appaiono tranquillissimi e ben lieti di confermare tutte le scelte di quell’esecutivo, da quota cento al reddito di cittadinanza, dal taglio dei parlamentari ai decreti sicurezza. Decreti che tanto Conte quanto Di Maio hanno potuto ripetutamente rivendicare, senza che dal Pd, con la sola eccezione di Matteo Orfini, nessuno fiatasse (ripetere che si apporteranno delle modifiche per recepire i rilievi del Quirinale significa confermare che il primo decreto sicurezza non sarà nemmeno sfiorato e che al secondo saranno effettuati giusto i ritocchi necessari a evitarne la bocciatura da parte della Corte costituzionale).

Dunque, nel momento stesso in cui si giustifica la costruzione di una nuova coalizione dal Pd al M5s con l’esigenza di evitare la vittoria di Salvini, si confermano tutte le scelte del precedente governo, varate, volute o comunque votate da Salvini. Ragion per cui non si capisce più perché bisognerebbe darsi tanta pena. Insomma, delle due l’una: o quelle scelte erano veramente allarmanti, e allora bisogna correggerle subito, oppure non lo erano, e allora risparmiateci almeno la retorica sul pericolo Salvini. Anche perché il vero problema – che solo un sistema proporzionale, senza premi di maggioranza e dunque senza coalizioni pre-elettorali, potrebbe scongiurare – non è il rischio che a vincere le elezioni sia una forza populista, ma la certezza che ciò accada, una volta che il governo nato per rispondere all’emergenza democratica del Papeete avrà concluso la sua opera trasformando la vecchia maggioranza gialloverde nel nuovo arco costituzionale.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook