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22 Ottobre Ott 2019 0600 22 ottobre 2019

Cile, Argentina, Venezuela e gli altri. La crisi del Sud America è il fallimento del progetto socialista

Le proteste di Santiago hanno portato alla luce le criticità di un continente dove economia e welfare sono ridotti all’osso. Il problema principale? Il blocco del mercato delle commodities, la corruzione dilagante, la repressione e una stanca forma di governo

Cile

Migliaia di persone in piazza, centinaia i morti, carestie epidemiche e inaudite violenze. Non solo in Cile, lampo più recente della tempesta. L'America del Sud è nell'occhio del ciclone, penetrata da una crisi che su tutte rievoca i fantasmi del passato: quella del socialismo è una ritirata dagli equilibri geopolitici dell’area, iniziata proprio dal golpe contro Maduro.

La rivolta di Santiago ha già provocato 11 morti e 1.700 arresti, mentre l'Ecuador cerca ancora di raccogliere i cocci dopo 11 giorni di scontri, 8 morti e migliaia di arresti. Secondo numeri ufficiali del governo, in Venezuela nel solo 2018 sono state uccise 5.287 persone in via extragiudiziale nel corso di operazioni di polizia, definite dallo stesso come casi di “resistenza all'autorità”, e altre 1.569 sono morte dall'inizio del 2019. C'è poi la crisi finanziaria che sta piegando il peso argentino, la strage politica dei candidati alle elezioni amministrative in Columbia, i tre presidenti arrestati, uno stuolo di corrotti nella magistratura e lo scioglimento del Congresso in Perù e, come minor male, l'attentato costituzionale con il quale il presidente della Bolivia, Evo Morales, sta cercando la quarta vittoria e un'investitura a vita da regnante. Il tutto, condito dalla consueta dose di ingerenza estera, in particolare quella statunitense.

«Gli avvenimenti cileni, a circa trent'anni di distanza, sono un fenomeno a dir poco preoccupante. Solo per il ritorno del toque de queda (coprifuoco ndr) e per la piazza centrale di Santiago occupata dall'esercito: è da brividi» commenta Gilberto Bonalumi, ex sottosegretario di Stato per gli affari esteri nei governi Goria e De Mita, nonché Senior Advisor dell'ISPI per il programma in America Latina. «La questione sociale è ancora più in rilievo: la povertà non riesce a essere assorbita dal sistema, non riesce a dare una risposta a chi ne ha più bisogno. La lettura importante, dove l'economia cilena mostra parametri interessanti, è quella che vede tale mercato sottomesso a logiche di governo e non a istanze del popolo».

Come una sorta di chiamata correa, i Paesi dell'America Latina, a breve distanza l'uno dall'altro, sono scivolati in un baratro di repressione e povertà, figlio di un retaggio novecentesco considerato (erroneamente) estinto.
In Argentina il ritorno al potere del peronismo, incarnato da Alberto Fernández, sembra ormai scontato nelle prossime elezioni del 27 ottobre. L’attuale presidente, Mauricio Macri, esponente della destra, è stato infatti punito duramente dagli argentini in quanto responsabile della crisi (il peso è crollato, l'inflazione è del 54 per cento e il governo ha proclamato l'emergenza alimentare) e del ritorno del Fondo monetario internazionale, che ha concesso al governo argentino un prestito di 57 miliardi di dollari.

Se il “giardino” degli Stati Uniti, nominato così da Nixon e Kissinger, negli ultimi anni ha palesato rimostranze antiamericane, per l'esperimento socialista le ultime vicende potrebbero trasformarsi in una pietra tombale

Percorrendo qualche chilometro, lo scenario post guerra civile del Venezuela suggerisce il fatto che tutt'ora esistono due presidenti. Maduro e Guaidó si trovano a dover fare i conti con quello che resta del Paese più ricco in termini di giacimenti petroliferi: un cumulo di debiti, circa 4 milioni di cittadini fuggiti all'estero e almeno 650 prigionieri politici. Oltre ai prestiti di Madre Russia (4 miliardi di dollari e 400 mercenari del contingente Wagner per tutelare il protetto) e del governo di Xi Jinping (dal 2005 a oggi, circa 62 miliardi di dollari, scaglionati in 17 prestiti,12 dei quali diretti al settore petrolifero), fondamentali per salvare la baracca, il governo di Maduro ha visto in circa 10 anni la quota dell'economia gestita dai privati salire dal 65 al 71%, aggravando la già debole salute del progetto socialista basato sullo sfruttamento delle commodity estratte a basso costo all’interno del paese e rivendute a caro prezzo ai paesi occidentali.

«Oggi il pendolo dell'America Latina oscilla verso il centro destra, per cui gli unici due Paesi che rimangono in campo sono il Messico e, dopo il 27, vediamo se anche l'Uruguay. Senza contare l'Argentina, con l'unico presidente non peronista che riesce ad arrivare a fine mandato», spiega Bonalumi. Se il “giardino” degli Stati Uniti, nominato così da Nixon e Kissinger, negli ultimi anni ha palesato rimostranze antiamericane, per l'esperimento socialista le ultime vicende potrebbero trasformarsi in una pietra tombale. C'è poi la strategia attuata dal paese più ricco e popoloso dell’area: il Brasile, dove il governo Bolsonaro segue la linea pro-business e pro-Trump e a differenza di chi da sinistra difende uno status economico e umanitario privo di basi solide, cerca riparo tra le istanze populiste emerse dopo i numerosi casi di corruzione.

Sperperate le riserve del sottosuolo con il boom delle materie prime nel decennio d’oro degli anni Duemila, ora si trova a dover affrontare gravi problemi strutturali: quelli di un’economia poco complessa e alle prese con deficit e inflazione altissima, gonfiati perdipiù dal populismo fiscale

Tra il gigante malato argentino e il muscoloso Brasile, l'implosione della scena cilena mette sul tavolo anche la questione internazionale. La troppa assuefazione dal modello commerciale delle commodity hanno spinto il Cile, primo produttore di rame del mondo, alle dipendenze estere. Dipendenze che con la flessione di respiro mondiale dei mercati sono andate a squarciare il paracadute dell'area Latina, sviluppando compressioni e ripercussioni dirette sulla popolazione. Non si tratta, infatti, solamente del rincaro della metro di 30 pesos (0,04 euro), bensì di un malcontento profondo, frutto degli aggiustamenti a rialzo nel settore dell'elettricità (+9,2%) e più in generale del costo della vita, troppo per una maggioranza di popolazione non raggiunge i 500 dollari di reddito medio.

La crisi del Sud America ha quindi una didascalia storica che fa perno sulle politiche attuate in passato, quando le casse erano piene di risorse, le quali hanno distribuito ricchezze che non producevano. Sperperate le riserve del sottosuolo con il boom delle materie prime nel decennio d’oro degli anni Duemila, ora si trova a dover affrontare gravi problemi strutturali: quelli di un’economia poco complessa e alle prese con deficit e inflazione altissima, gonfiati perdipiù dal populismo fiscale. Il quale, adesso, si trova di fronte però a qualcosa di più pericoloso: l'orgoglio di un popolo.

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