più giallo che rosso
23 Ottobre Ott 2019 0601 23 ottobre 2019

Cari Dem, per voi va proprio tutto bene così?

Quello giallorosso è un governo sul filo del rasoio, su più fronti diviso e litigioso. A uscirne sempre più indebolito è però il Partito Democratico che per ora appare incapace di distinguersi e di avviare un proprio percorso di riforme nel segno di una discontinuità che tarda ad arrivare

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Alberto PIZZOLI / AFP

Dalla nascita del governo a oggi il Partito democratico ha votato, mantenuto e difeso tutti i provvedimenti bandiera del precedente esecutivo (comprese le bandiere di Matteo Salvini). Nelle ultime due settimane il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, e il suo capodelegazione al governo, Dario Franceschini, hanno dichiarato pubblicamente l’intenzione di formare una coalizione politica con i cinquestelle, da presentare se possibile in tutte le prossime tornate elettorali (regionali e politiche). Negli ultimi cinque giorni, infine, il Pd ha fatto filtrare a tutti i giornali la notizia che in caso di crisi Zingaretti chiederebbe di andare a elezioni anticipate, elezioni alle quali si presenterebbe «con Conte candidato premier».

Di fronte a una simile escalation, qual è stata la reazione dei dirigenti del Pd, dei suoi cosiddetti «padri nobili», di tutta l’eletta schiera di intellettuali, giornalisti e costituzionalisti che da decenni fanno le pulci a qualunque cosa i democratici dicano, facciano o immaginino? Cosa hanno detto tutti coloro che fino a ieri definivano i provvedimenti del governo gialloverde come un attacco alla democrazia e alla convivenza civile, capaci di portare il paese alla bancarotta finanziaria e alla crisi istituzionale? Tra i dirigenti del Pd, l’unico che ha alzato la voce è stato Matteo Orfini, che il 16 ottobre ha tirato le somme, collegando le parole di Zingaretti e Franceschini sul nuovo centrosinistra demo-grillino con l’accettazione di tutti i provvedimenti varati dal precedente governo e l’abbandono delle proposte simbolo del Pd (a cominciare dallo ius culturae), per concluderne che se questa era la nuova linea del partito, da lui giudicata sbagliatissima, allora a sancirla doveva essere un nuovo congresso.

Siccome però nessuno, a quanto pare, ha molta voglia di mettere la propria firma sotto una simile capitolazione, non volendo dire sì e non potendo dire no, il resto del partito si è limitato a fare finta di niente. Uniche e molto parziali eccezioni, un paio di interviste in cui il capogruppo Andrea Marcucci ha garbatamente messo agli atti di non considerare scontata l’alleanza con i cinquestelle anche alle prossime politiche, un post su facebook in cui Anna Ascani, il 12 ottobre, invitava a non fare alleanze contro natura e a lavorare «per allargare, non per annacquare», un paio di analoghi post da parte di Lia Quartapelle («Non c’è nessuna urgenza di immaginare alleanze al momento») ed Emanuele Fiano («Rischiamo un autogol»), l’ultimo dei quali pubblicato il 13 ottobre. Da allora, silenzio.

Dev’essere per questo che il Pd ha scelto la strategia dell’invisibilità. O per essere più esatti, del mimetismo, fino a risultare del tutto indistinguibile dal suo principale alleato

Anzi. Negli ultimi giorni, per i dirigenti del Pd ma anche per osservatori, fiancheggiatori e padri nobili, il problema sembrerebbe l’esatto opposto: i troppi litigi. «Questa è la cosa che mi preoccupa di più», dice ad esempio Romano Prodi in un’intervista a Quarta Repubblica, unendosi al coro di chi, sulla maggioranza che ha appena confermato reddito di cittadinanza e quota cento, varato il taglio dei parlamentari e difeso persino i decreti sicurezza di Salvini, tutto quello che ha da dire è che litiga troppo. «Quando in un governo – ammonisce Prodi – la visibilità diventa l’obiettivo di una parte di coloro che sono al governo, il governo è a rischio».

Dev’essere per questo che il Pd ha scelto la strategia dell’invisibilità. O per essere più esatti, del mimetismo, fino a risultare del tutto indistinguibile dal suo principale alleato. Fino al punto da incoronare come leader quello stesso Giuseppe Conte che fino a due mesi fa Zingaretti non voleva a Palazzo Chigi, con l’argomento, nient’affatto infondato, secondo cui mantenere lo stesso presidente del Consiglio avrebbe dato un’impressione di continuità con il governo precedente (senza dimenticare quel piccolo dettaglio del suo operato nella brutta vicenda dell’incontro tra il ministro della Giustizia americano e i vertici dei nostri servizi segreti, di cui Conte riferirà oggi al Copasir).

Resta una domanda. Ma se persino sui decreti sicurezza di Salvini il massimo che si arriva a dire è che verranno modificati in accordo con i rilievi del Quirinale (il che implica tra l’altro che il primo decreto sicurezza non verrà nemmeno sfiorato); se cioè tutto quello che si era detto fino a ieri sull’autoritarismo salviniano viene di fatto rimangiato fino all’ultima parola, per quale ragione qualcuno dovrebbe crederci adesso, quando quella stessa minaccia viene agitata per giustificare tutto e il contrario di tutto? Non avendo una risposta, sembra che molti si siano convinti che la cosa migliore da fare sia restarsene in silenzio, immobili, ad occhi chiusi, sperando che il tempo trovi una soluzione al posto nostro. È un esito che appare piuttosto improbabile. Ma anche se così fosse, nel frattempo, cosa resterebbe della sinistra italiana?

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