28 Ottobre Ott 2019 0600 28 ottobre 2019

BoJack si conclude al suo meglio (che è anche il suo, e il nostro, peggio)

“BoJack Horseman” è una delle serie più belle degli ultimi anni. Molto precisa, per nulla consolatoria. Ci lascia (per fortuna prima di diluirsi e di sbracare) con una sicurezza: la consapevolezza dell’infelicità non è il primo passo verso la felicità

Bojack Horseman Publicity Still H 2019

Non siamo destinati, come qualcuno pensa, alla disperazione. Noi siamo già disperati, che è diverso. È la nostra condizione, è il nostro punto di partenza, e cerchiamo in tutti i modi, come in uno slancio leopardiano, di divincolarci da questa infelicità, di trovare – finalmente – un po’ di pace. Sarà che ogni giorno ci viene chiesto molto: essere all’altezza delle aspettative, studiare, lavorare, essere i primi, fare foto più belle di quelle degli altri su Instagram; sarà pure che non riusciamo ad essere onesti con noi stessi, a non mentirci, a non indossare maschere. E così brancoliamo mollaccioni e spezzati, e cerchiamo una risposta.

Quella risposta, abbozzatissima, in forma animata e con un’ironia pungente e asfissiante, è – in parte, o in tutto – riassunta in “BoJack Horseman”, una delle serie più belle degli ultimi anni, forse l’unica produzione originale Netflix che sta per concludersi (è disponibile la prima parte dell’ultima stagione) senza prima essere stata rovinata. Sta finendo al momento giusto, contrariamente a quanto possano pensare alcuni fan. Perché ha ancora qualcosa da dire, e il sipario è meglio chiuderlo subito dopo aver recitato la battuta più bella che dopo un lungo, estenuante silenzio.

Essere sé stessi non significa essere felici, al contrario; ed essere felici, allo stesso tempo, non significa imparare qualcosa di più su noi stessi

“BoJack Horseman”, dicevamo, e l’infelicità – meglio: la disperazione – di stare al mondo. In un altro universo, Paolo Sorrentino potrebbe farne un film live action, con Toni Servillo truccato a mo’ di uomo-cavallo, messo in un angolo, alla finestra, a fumare e a ripensare ai propri peccati. Queste nuove puntate sono tutte, o quasi tutte, sulla ripartenza. Di BoJack, certo, ma anche dei suoi amici: di mamme-gatto adottive, di giornaliste che s’innamorano e che combattono con la depressione; di uomini-cane che non riescono a divorziare, e che lasciano alle loro compagne l’arduo compito di tradirli per ribilanciare un po’ i torti subiti e quelli fatti.

E poi, star indiscussa, con la voce profonda e intensissima di Will Arnett, c’è BoJack. È in rehab. Si è finalmente deciso. E in queste puntate, affronta i suoi demoni (e per affrontarli, attenzione, non intendiamo che li sconfigge; intendiamo che li riconosce, li accetta, li capisce) e prova ad andare avanti. Non è un uomo nuovo; è solo un uomo più consapevole. Non è meno depresso. È solo cosciente della sua depressione. E non ha trovato un nuovo scopo nella sua vita; ha solo capito che la felicità, la vera felicità, non esiste, non è uno stato d’animo perpetuo, è un regalo e va colto appena ci è presentato.

Per questo motivo, “BoJack Horseman”, la serie, è – parafrasando un po’ Guia Soncini su “The Politician” – un editoriale perfetto, attualissimo, per questa generazione: i millennials, e per la loro eterna, confusissima sofferenza. Essere sé stessi non significa essere felici, al contrario; ed essere felici, allo stesso tempo, non significa imparare qualcosa di più su noi stessi. Significa solo vedersi – “I hear you”, dicono gli americani – e riconoscersi.

Sembra tutto estremo, tutto nerissimo (e lo è: tutto estremo e tutto nerissimo). Ma è anche un grande racconto contemporaneo, una sintesi intelligente dei mali del presente e una rappresentazione – nata dalla penna e dalla mente di Raphael Bob-Waksberg – asciutta

BoJack è un uomo spezzato, un fallito, un disperato. Ex-attore, ex-stella della televisione, ex-molte cose. Ha scritto una biografia (con una ghost writer, come fanno tutti gli artisti che si rispettano), e ha provato a rimettersi in sella, lui uomo-cavallo, girando un nuovo film. È inciampato, ha sofferto, e si è rialzato a tentoni. Poi è quasi andato a letto con la figlia minorenne di una sua ex-fiamma (è violenza?, si sono chiesti in moltissimi), e ha visto morire una sua amica, una sua collega. E intanto i fantasmi del suo passato – la madre alcolizzata, il padre adultero, le sofferenze di un bambino che voleva solo essere felice – lo tormentavano.

Sembra tutto estremo, tutto nerissimo (e lo è: tutto estremo e tutto nerissimo). Ma è anche un grande racconto contemporaneo, una sintesi intelligente dei mali del presente e una rappresentazione – nata dalla penna e dalla mente di Raphael Bob-Waksberg – asciutta, invitante e appassionante di più mondi e di più realtà, come l’industria cinematografica, Hollywood e la società americana. “BoJack Horseman” finisce, e finisce proprio come tutte le cose; finisce cercando non di rimettere apposto la vita del suo protagonista, ma solo di darle un senso maggiore, di darle un ordine. La felicità, poi, è una conseguenza quasi indiretta, del tutto dimenticabile: se arriva, arriva all’improvviso. E va bene così.

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