Palazzo Chigi
29 Ottobre Ott 2019 0600 29 ottobre 2019

L’incredibile commedia di Conte e Casalino, vittime del loro stesso spin

Il premier e il suo portavoce hanno costruito la narrazione del «nuovo Prodi», ma l’amico diventato rivale Di Maio ha scoperto il loro gioco. Zingaretti invece c’è cascato in pieno

Conte_Linkiesta

Chi non ricorda le scorribande del Marchese del Grillo interpretato Alberto Sordi e coadiuvato dal fedele servitore Ricciotto?

Le già incredibili vicende di Palazzo devono attingere a una delle commedie del cinema italiano per descrivere il delirio di onnipotenza che si respira nelle stanze di Palazzo Chigi. Ma, attenzione, qui siamo lontani dalla grandezza di Sordi, il quale riusciva a essere, e in parte era davvero, tutto e il contrario di tutto: la scena che qui possiamo raccontare non descrive alcuna grandezza ma un’allucinata realtà. Così allucinata che pure uno come Luigi Di Maio, che di recite se ne intende, ha avuto un momento di lucida resipiscenza: «Ma questo vero fà?».

La reazione è presto spiegata. E anticipa quello che tutti nel Palazzo notavano anche prima della grande sconfitta umbra: la vorace ambizione del duo Giuseppe Conte e Rocco Casalino, premier e portavoce del premier.

Poche ore prima dello sfogo di Di Maio, siamo alla metà della scorsa settimana, Conte alias Marchese del Grillo di ritorno dall’incontro con Donald Trump è su di giri. Mentre il fido Ricciotto, alias Rocco Casalino, strappava la sua photo opportunity con il presidente americano, dopo un breve colloquio con il Capo dello Stato, Conte si convinceva che la sua leadership fosse baciata dal Fato. Il presidente Sergio Mattarella infatti aveva chiaramente fatto intendere che non avrebbe concesso una terza opportunità a questo Parlamento: dopo questo governo ci sono solo le elezioni.

I conti nella mente dell'inquilino di Palazzo Chigi sono presto fatti: nessuno al momento vuole le urne. E così Conte matura il convincimento di essere davvero baciato dalla fortuna e dalle congiunzioni astrali

I conti nella mente dell'inquilino di Palazzo Chigi sono presto fatti: nessuno al momento vuole le urne. E così Conte matura il convincimento di essere davvero baciato dalla fortuna e dalle congiunzioni astrali. E siccome dopo il pensiero arriva l’azione, ecco scendere nell'arena il prode Rocco Casalino nei panni che più gli si addicono, quelli del cantore. Il primo a cadere nella rete dello schema del novello marchese del Grillo è Nicola Zingaretti, il quale abbocca subito all’amo e avverte l’eterogenea coalizione con un «se andiamo alle urne il nostro candidato è Conte». Poi tocca ai media: due telefonate di Casalino sull’asse Roma-Milano. Una a Marco Travaglio, l’altra a Massimo Franco, il notista politico di via Solferino.

Ma sono le parole scandite in faccia allo stato maggiore di Luigi Di Maio a rendere buffa farsa e allucinata realtà la convinzione di Conte. Dice Casalino: «Dobbiamo essere chiari, il professore è il leader di un nuovo progetto politico: come Romano Prodi, anzi meglio di Prodi. Intorno a lui ci sono grandi consensi perché va oltre questa maggioranza. È un uomo di Stato: salva tutti ma non si dimentica dei torti. Appoggiarlo è un dovere. E quando sarà il momento, sarà lui l’uomo giusto per il Quirinale».

Da qui la reazione di Di Maio, di pancia, in slang campano, «ma questo vero fà?». Traduzione: «Ma davvero Casalino pensa questo?». La ricostruzione non piacerà a Casalino, il quale già un mese fa ha smentito con cortesia un articolo de Linkiesta che segnalava qualche frizione di troppo tra lui e il capo politico dei Cinque stelle. Registriamo doverosamente la sua versione, ma a noi continua a risultarcene un'altra.

In questa commedia in cui nessuno vuole fare il lavoro richiesto dal ruolo che ricopre, in questa recita in cui tutti aspirano al salto di grado dobbiamo fissare un paletto, quella della realtà: «Se non ci fosse Salvini, Conte sarebbe ritornato al suo ruolo di modesto professore universitario». Così la raccontano quelli del Pd che ad agosto stavano già preparando i santini elettorali. L'ambizione di Conte racconta anche una prospettiva di declino per l'intero Movimento Cinque stelle. Di Maio è sulla graticola da tempo, ma Conte e la sua corte non possono permettersi fughe in avanti, non possono fare una scissione. La domanda quindi è: fin dove è disposto a spingersi, Conte, per mantenere il suo status?

Quanti accordi, quante lacerazioni, quanti sì e quali no dovrà dire per mantenere in piedi quest'accordo labile, strano, frammentato eppure forte e teso che lo ha fatto diventare l'unicum della Repubblica: un presidente del Consigli che rimane tale con due maggioranze di segno opposto?

Proviamo a contarli. Fino a quando c'è Matteo Salvini, Conte è al sicuro. Se la destra virasse al centro il suo peso specifico verrebbe meno.

Fino a quando Di Maio non troverà il modo di evitare che Conte gli scippi il consenso dei gruppi parlamentari del Movimento è altrettanto al sicuro.

Una cosa deve fare: evitare di nuocere agli affari di Casaleggio. Quello che non può permettersi è che il rapporto tra Casaleggio e Di Maio gli si rivolti contro

Una cosa deve fare: evitare di nuocere agli affari di Casaleggio. Quello che non può permettersi è che il rapporto tra Casaleggio e Di Maio gli si rivolti contro.

In fondo, dicono fonti nell'inner circle del Ministro degli Esteri, «alle elezioni possiamo anche perdere la metà dei voti, ma con il 15 per cento essere comunque l’ago della bilancia. A destra come a sinistra».

A erodere il piedistallo di illusioni sul quale Conte si è issato, concorrono però molti fattori, di cui la scoppola umbra non è altro che un fattore di accelerazione e non certo la causa prima: la questione delle nomine governative e una serie di segnali provenienti da Bruxelles dove non hanno dimenticato nulla del Conte 1. Come nessuno ha dimenticato il sondaggio commissionato sulla popolarità di Conte e la stima di un suo partito che potrebbe arrivare al 20 per cento.

Di Maio lo ha trascinato nel pantano umbro apposta. «Super partes un cazzo, se ha queste mire ci metta anche lui la faccia a spiegare le sconfitte», avrebbe detto Di Maio secondo quanto riferito a Linkiesta. E così dalla Farnesina è partito l'attacco per togliere a Conte l'aura di "uomo di sintesi", grande tessitore, quello che non perde mai. Condito con una stilettata al fido Ricciotto, il quale «farà meglio a trovarsi una tramissione tv».

E poi c'è la variabile Renzi. Un altro che come Conte mira molto in alto e il cui rapporto con Di Maio è ripreso come ai vecchi tempi, quando il senatore fiorentino era a Palazzo Chigi. Oggi come allora, Renzi vuole scegliersi i competitor, i quali sono rimasti gli stessi: Di Maio e Salvini. Almeno fino a oggi. Anche i renziani, dopo il ko umbro, hanno messo la coppia Conte-Casalino nel mirino: «A Palazzo Chigi governano guardando i sondaggi e pensano che indice di fiducia equivalga a voti. Perugia ha spiegato a Casalino che non è così. Il tocco magico di Conte, quello che le veline sussurravano ai giornali, non c’è». Piena sintonia quindi tra Di Maio e Renzi, brutto segnale per chi già si vedeva gran ciambellano al Quirinale.

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