Lezioni umbre
29 Ottobre Ott 2019 0600 29 ottobre 2019

Toh, rimangiarsi idee e principi per vincere le elezioni non aiuta il Pd a vincerle

Il voto ha dimostrato che sostenere lo stesso premier del governo giudicato eversivo, confermare le stesse leggi considerate pericolose e allearsi con i populisti di Casaleggio non è una raffinata strategia, ma una scorciatoia che conduce direttamente alla disfatta

Cundari Linkiesta
Filippo MONTEFORTE / AFP

Per la sinistra la prima lezione del voto umbro è che rimangiarsi tutte le proprie parole d’ordine e riconfermare tutti i principali provvedimenti del governo precedente — proprio quelli fino al giorno prima giudicati poco meno che eversivi — in nome della pura e semplice esigenza di vincere le elezioni, inaspettatamente, non aiuta a vincere le elezioni.

La seconda lezione è che fare tutto questo nel momento stesso in cui si cede la guida di Palazzo Chigi e in prospettiva persino la leadership della futura coalizione al capo di quello stesso governo — sempre quello poco meno che eversivo di prima, e sempre senza lo straccio di una motivazione che non sia la pura e semplice esigenza di vincere le elezioni — no, neanche questo, evidentemente, aiuta a vincere le elezioni. La terza lezione, conseguenza delle prime due, è che nella scala di priorità degli elettori l’evenienza che il Partito democratico vinca o meno le elezioni occupa un posto relativamente basso. Ai dirigenti del Pd questo potrà apparire ingiusto, insensato o anche irresponsabile, ma è un dato di fatto di cui dovrebbero cominciare a prendere atto.

Sfortunatamente, non è quello che stanno facendo. Dario Franceschini, ad esempio, dichiara: «Non mi sembra particolarmente acuta l’idea che poiché anche presentandoci insieme abbiamo perso l’Umbria, è meglio andare divisi alle prossime regionali». Dichiarazione significativa non soltanto per la notevole invenzione retorica della controprova degli universi paralleli («poiché anche presentandoci insieme abbiamo perso l’Umbria», dice infatti il ministro della Cultura, come a sottointendere che in qualche altra dimensione il Pd abbia fatto effettivamente anche il tentativo contrario, e abbia perso lo stesso); ma soprattutto perché insiste sull’unico tasto su cui il Pd batte da oltre un mese: o così o si perde. Intendiamoci, l’argomento “o ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra” ha una sua forza indiscutibile, e infatti ha convinto i nove decimi del gruppo dirigente. Ma la ragione per cui li ha convinti è che in quel caso la minaccia riguardava effettivamente le persone cui era indirizzata. Nel caso degli elettori, no. E la minaccia “o tu mangi questa minestra o noi ci buttiamo dalla finestra” è risultata, per ovvie ragioni, molto meno convincente.

Sebbene anche in altri Paesi occidentali le varie forme di populismo raggiungono ormai la maggioranza dei consensi, la peculiarità del nostro Paese è che il sistema dell'informazione e della cultura non rappresenta certo un baluardo in difesa delle istituzioni liberaldemocratiche

Proviamo dunque almeno per un momento a mettere da parte le legittime preoccupazioni del Pd e guardiamo all’Italia. Il dato di fondo è che, almeno a partire dalle elezioni del 2018 (che ovviamente hanno solo certificato una realtà già formatasi negli anni precedenti), partiti schierati su posizioni che in ogni altro paese occidentale verrebbero definite populiste – e sono state ripetutamente definite tali sulla stampa internazionale – oscillano intorno al 70 per cento.

Ma non è qui la vera peculiarità del nostro sistema politico: anche in altri paesi occidentali, sebbene non arrivino alle schiaccianti percentuali italiane, varie forme di populismo raggiungono ormai la maggioranza dei consensi. La differenza è che in questi paesi il sistema dell’informazione e della cultura rappresenta un baluardo in difesa delle istituzioni liberaldemocratiche. In Italia è esattamente l’opposto. Se infatti dovessimo considerare il peso che posizioni, slogan e lessico populista hanno nel mondo dell’informazione e della cultura – tra giornalisti, scrittori, registi, cantanti e affini – la percentuale supererebbe agevolmente il novanta per cento. E questa è anche la ragione per cui, a sinistra, la strategia suicida dell’abbraccio con i cinquestelle ha goduto finora di così tanta popolarità tra tutti i maître à penser della stampa e della televisione.

Si dirà che questi sono problemi antichi e radicati, che richiederebbero una battaglia lunga e difficile, in cui bisognerebbe mettere in conto la forte probabilità di trovarsi spesso in minoranza, e a volte letteralmente accerchiati, mentre le elezioni incombono, oggi le regionali e domani chissà. Tutto vero. Non sarà facile, in queste condizioni, ritrovare il coraggio e la forza di alzare la voce contro i decreti sicurezza, contro l’idea stessa che si possano tenere delle navi in mare senza far sbarcare le persone per un puro calcolo elettorale (per giunta sbagliato, come si è visto), contro tutte le misure populiste varate dal governo gialloverde e confermate dal governo attuale.

Si tratta senza dubbio di una strada lunga e difficile, che non può non passare da una seria autocritica sui tanti cedimenti di questi anni (non solo di questi ultimi mesi) e da una profonda revisione della propria cultura istituzionale, a cominciare dall’ossessione per il maggioritario, in favore di una riforma proporzionale che è forse l’unica possibilità rimasta per non trasformare l’Italia nello Stato libero del Papeete. Ma l’ultima e più importante lezione che viene dall'Umbria è che per i democratici la scorciatoia populista finisce in un burrone.

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