Risposta asimmetrica
29 Ottobre Ott 2019 0600 29 ottobre 2019

Il populismo di sinistra per fermare il populismo di destra non funziona (e non solo in Umbria)

La demagogia dei Cinque stelle è una reazione radicale alla globalizzazione, all’occidente e al multiculturalismo, e non è compatibile con il Pd. Ma democratici e liberali dovranno governare l’automazione e non essere governati dai suoi potentissimi player globali

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Vincenzo PINTO / AFP

Forse è arrivato il momento per la sinistra di domandarsi se la sua complessiva proposta politica, simbolica e persino di linguaggio sia adatta all’Italia di questi ultimissimi anni. Il voto dell’Umbria non arriva come una sorpresa, perché segue una successione di risultati negativi sia nazionali che locali abbastanza impressionanti. Non è un problema solo italiano, perciò bisogna trovare risposte che non siano semplicemente di tattica politica o usare acrobazie nominalistiche, perché il problema è formidabile e ha un nome.

Il nome è quello del populismo, fenomeno che è esploso a partire dal voto sulla Brexit e ancora non si è fermato (a parte la Danimarca, a cui non è stata data nessuna importanza). La data di inizio (almeno elettorale) è del 2016, perciò siamo davanti a un problema nuovo che non va trattato con parole, concetti e idee che potevano valere (e lo hanno fatto) prima di quella data. È una novità e bisogna prendere atto che il gioco politico è entrato in una fase nuova.

La proposta di alleanza strategica con i Cinquestelle può sembrare una risposta, perché si tratta comunque di un’alleanza con la parte più populista e meno sovranista del magma populista. D’altro canto una cosa simile sta avvenendo anche nel campo democratico negli Stati Uniti con la stella nascente Alexandria Ocasio-Cortez e con il “socialista” Bernie Sanders come risposta “naturale” e simmetrica al populismo di Trump. La simmetria di contrapporre a un populismo destrorso un populismo di sinistra però non funziona.

Non funziona per una serie di ragioni, le principali delle quali hanno a che fare con profonde questioni culturali e ancora più profonde questioni identitarie. Vediamole. Il populismo nasce da una critica radicale e feroce al globalismo (esasperato e accelerato dalla rivoluzione digitale che spazza via lavori, intermediazioni e gerarchie sociali) e al conseguente multiculturalismo. Su questo le posizioni prevalenti nel PD e quelle prevalenti nei Cinquestelle non sono compatibili. È difficile girarci intorno senza capirlo. Tuttavia, questa considerazione risolve i problemi dell’improbabile alleanza, ma non quelli della sinistra che, comunque e a prescindere dai Cinquestelle, si deve misurare con le istanze che emergono dalla critica al globalismo e all’automazione.

Chi ricorda le fasi convulse della rivoluzione industriale in Inghilterra alla fine del Settecento (l’esempio più vicino alla rivoluzione dell’automazione digitale), da cui nacquero anche i movimenti socialisti, ricorderà che ben presto si crearono, come reazione e nel corso della storia, due strade a sinistra: la prima è stata quella bolscevica, cioè di cancellazione e distruzione del capitalismo, e la seconda, quella socialdemocratica, di socializzazione dei vantaggi della rivoluzione industriale, da cui è nata la politica del welfare che ci accompagna ancora adesso.

Ma proprio il welfare è la vittima predestinata della globalizzazione. Siccome è impossibile il welfare senza i confini nazionali, ecco che il globalismo, progredendo, mette alle corde proprio ciò che ha una sua esistenza proprio grazie alla dimensione nazionale. Non si tratta di sovranismo, si tratta di realismo: alla globalizzazione dell’economia non corrisponde oggi la globalizzazione del welfare. Bisogna prenderne atto. E capire cosa fare.

Il gioco populista è un gioco di rispecchiamento e di alimentazione delle paure e delle richiusure, ma la risposta più efficace è quella asimmetrica, che le combatte senza collocarsi esattamente dove i populisti vorrebbero che si collocasse

È evidente che una risposta della sinistra tutta sul versante pro-globalizzazione, pro-automazione e pro-multiculturalismo oggi non è maggioranza nel Paese, anzi è una minoranza e neppure tanto consistente. Se se ne criticano – a ragione – gli aspetti più trash o più inaccettabili, il tema rimane tuttavia in piedi e senza sconti. È anche evidente che non si possa ideologicamente essere contro il globalismo, l’automazione e l’apertura culturale, tuttavia una linea mediana, difficile da tracciare e di cui tutti però avvertiamo l’esistenza esiste.

Proviamo a delinearla con qualche esempio. L’automazione crea valore perché riduce il costo del lavoro: questo è un bene; l’automazione riduce fino a eliminare teoricamente ogni lavoro ripetitivo: questo è un bene. Se però persino la tassazione di questo valore aggiunto non si realizza nei paesi dove si crea, questo è un male, perché impedisce la socializzazione dei super-profitti. Se Facebook è una grande invenzione che ci tiene legati l’un l’altro in una maniera che prima era impossibile, non è un bene che ci sia un monopolista (o quasi) dell’informazione che decida (potendo in questo anche decidere di non farlo) cosa dobbiamo leggere e quale gerarchia dare alle notizie. Se l’automazione permette a chiunque di svolgere qualunque lavoro mettendo in circolo il proprio tempo (lavori occasionali) o il proprio bene (la propria casa), questo non significa il venir meno di qualunque diritto pubblico che sovrintenda anche a queste novità. In sostanza si tratta di governare, non di essere governati dall’automazione e dai suoi potentissimi player globali.

Sul multiculturalismo la linea è della stessa natura. È evidente che l’Occidente sia nato per la libertà e per il rispetto della persona in quanto tale, della sua singolarità. Nella storia del mondo prima del Cristianesimo nessuno pensava che gli esseri umani fossero uguali, perciò è impossibile per chiunque negare dignità a un immigrato o a chi ha convinzioni religiose o d’altro tipo diverse da quelle prevalenti. Fa parte della sinistra, ma fa parte dell’Occidente, senza bisogno di ulteriori spiegazioni. La domanda allora è questa: c’è o no una differenza tra il sostenere la libertà di espressione di chiunque e comunque e la superiorità “morale” del multiculturalismo come ideologia?

Non c’è una forzatura pesante nel passare dall’affermazione dei diritti inviolabili della persona a quella di una concezione di un paese senza confini, senza stile di vita prevalente, senza storia e senza tradizioni? E, per dirla ancora più ruvidamente, i sentimenti popolari non meritano la stessa attenzione dei sentimenti dei “colti”? Se siamo davvero democratici possiamo ancora pensare che un sentimento, anche se espresso senza retorica e in maniera un po’ brutale, non abbia almeno diritto d’ascolto? Affermare una propria concezione della vita è legittimo, ma che altri possano proporre concezioni della vita diverse non è ugualmente legittimo? Si possono solo denigrare?

Le questioni dell’oggi perciò sono molto profonde e richiedono una proposta politica, culturale e di linguaggio ben diversa da quella presente, perché il gioco populista è un gioco di rispecchiamento e di alimentazione delle paure e delle richiusure, ma la risposta più efficace è quella asimmetrica, che le combatte senza collocarsi esattamente dove i populisti vorrebbero che si collocasse.

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