Make Italy Proporzionale Again
30 Ottobre Ott 2019 0601 30 ottobre 2019

Basta piangersi addosso, contro Salvini subito la proporzionale

I parlamentari si eleggono in due modi: o viene eletto chi prende più voti o si privilegia la rappresentanza. Il maggioritario è stato smantellato e le controriforme sono pessime, meglio tornare al sistema nato nel 1948 per scongiurare un altro Duce e per contenere i comunisti

Parlamento Linkiesta

Invece di piangersi addosso per la vittoria di Salvini a Perugia e Terni, «Democracy dies in Penumbria» (geniale Francesco Guglieri su Twitter), e di fasciarsi la testa ogni volta che Pagnoncelli snocciola sondaggi favolosi per la destra leghista e per i Fratelli della bambina di Poltergeist si potrebbe fare subito qualcosa, l’unica cosa fattibile, per depotenziare una volta per tutte la pericolosità degli amici di Putin, qualcosa che non è una gloriosa alleanza strategica con la bad company del populismo guidata da Davide Casaleggio, quella semmai è resa incondizionata, ma l’approvazione di una legge elettorale proporzionale pura, senza trucchi e senza inganni, uguale identica a quella che ha guidato la Repubblica italiana dalla fondazione al 1993. Make Italy Proporzionale Again, direbbe l’altro amico di Salvini e di Putin: una leggina di un solo articolo che ripristina la legge originaria del 1948.

Lo scrivo a malincuore, da maggioritarista all’inglese della prima ora e da referendario per l’uninominale non pentito, ma anche da persona consapevole che esistono solo due sistemi elettorali, uno uninominale e maggioritario secco e l’altro proporzionale puro, perché tutti gli altri sono espedienti e tecnicismi da far morire di pizzichi chiunque non partecipi ai talk show televisivi che invece si infiammano a discutere di Mattarellum, Porcellum, Consultellum, Italicum e chissà che cos’altro potrebbero inventarsi adesso.

Il sistema maggioritario privilegia la governabilità, winner takes all, quello proporzionale la rappresentanza delle forze politiche. Il primo è in vigore nelle democrazie mature, il secondo in quelle meno stabili. Gran Bretagna e Stati Uniti votano da sempre col sistema dei collegi maggioritari, mentre Italia, Germania e Spagna storicamente ripartiscono i seggi in base ai voti ottenuti dai partiti.

La nuova maggioranza di governo ieri ha deciso di rimandare a dicembre la definizione di una nuova legge elettorale da sottoporre al Parlamento, perché evidentemente non è ancora d’accordo sul sistema da adottare. Ma, di nuovo, i deputati e i senatori, e anche i presidenti e i sindaci, si eleggono in due soli modi sensati: o viene eletto chi prende più voti oppure si dà la rappresentanza a tutti in base ai voti conquistati nelle urne e poi si lascia trovare alle forze politiche dentro le istituzioni la formula per governare.

Tutte le successive ipotesi di riforma elettorale, quelle approvate e quelle bocciate dalla Corte costituzionale, in questi anni sono stati soltanto palliativi illusoriamente somministrati agli elettori per provare a conciliare sia le esigenze di governabilità sia quelle di rappresentanza

La Repubblica italiana è nata proporzionale, non solo perché un sistema di voto di questo tipo si sposava meglio con la forma di governo parlamentare che i padri costituenti ritennero saggio scegliere, ma anche per scongiurare, a macerie ancora fresche, qualche colpo di testa a favore di un altro Duce oppure una vittoria dei comunisti. Il sistema ha retto bene, la democrazia italiana è cresciuta, le tentazioni autoritarie sono state tenute sotto controllo e la Repubblica ha superato anche la grave crisi del terrorismo politico interno, di destra e di sinistra.

Con la caduta del Muro e poi del sistema dei partiti della Prima repubblica si è pensato di passare al maggioritario, di eleggere le persone nei collegi e di privilegiare la governabilità, grazie a una campagna politica intelligente e moderna capace di uscire dalle ovattate aule dei convegni per specialisti e di trasformarsi in referendum popolari che convinsero élite e popolo che fosse finalmente arrivato il momento di trasformare l’Italia in una democrazia adulta.

Quella spinta riformatrice ha portato alla legge sull’elezione diretta del sindaco, la migliore delle riforme fatte in quegli anni, quella sui governatori delle Regioni, cambiata un paio di volte, e quella mista 75 per cento maggioritario e 25 per cento proporzionale per il Parlamento. A un certo punto si è fermato tutto: il fallimento del referendum del 1999 che non ha superato il quorum per una manciata di voti, ottenendo comunque oltre il 90 per cento di sì all’abrogazione della restante quota proporzionale, ha decretato la fine dell’era del maggioritario serio, come ha ricordato un paio di giorni fa Mario Segni a Walter Veltroni sul Corriere della Sera, per lasciare il posto a miserie di bassa lega sublimate dall’autodefinizione “porcata” data dall’autore stesso della controriforma, il leghista Roberto Calderoli.

Tutte le successive ipotesi di riforma elettorale, quelle approvate e quelle bocciate dalla Corte costituzionale, sono state soltanto palliativi somministrati illusoriamente agli elettori per provare a conciliare sia le esigenze di governabilità sia quelle di rappresentanza. Non hanno funzionato e non potevano funzionare.

E, allora, ecco un programma di governo semplice semplice, dopo aver salvato il paese dal default dei conti pubblici cui ci avrebbero trascinato i ragazzi dell’ampolla del Dio Po finiti tragicamente a bere vodka al Metropol: tornare subito, subitissimo, al sistema proporzionale in purezza, quello che dei capitani si fa un baffo, che garantisce la presenza in Parlamento di tutti i partiti, che smussa gli angoli degli esagitati e che costringe i partiti a fare più politica e meno selfie.

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