Sentimenti liberi
30 Ottobre Ott 2019 0600 30 ottobre 2019

Dell’amore: sentimento asociale, immorale, e inumano

La rubrica neopassatista e veterofuturista di Pasquale Panella

Romanzi_Linkiesta

Per dire delle differenze tra il romanzo e la vita, ne basta una: come avviene l’amore. Nei romanzi è evidente che l’amore accade come l’attività della forbice: ritaglia i contorni degli innamorati e li distacca dalla pagina.

Accade quando leggi, lo vedi: il ritaglio che contiene i due innamorati si avvicina a una fiamma, si lascia bruciare, sparisce, perché il desiderio di vicinanza degli innamorati è desiderio di lontananza da quello che nell’ottocento romanzesco era chiamato ‘consorzio umano’, del quale gli innamorati incarnano il ripudio. La ripetizione del termine ‘innamorati’ (e cinque, ma solo i quattro sopra ‘fanno testo’) è ologrammatica (principio ologrammatico, complessità, Morin? Mah!).

L’amore a due, ma questo è noto a tutti, è sentimento tipicamente asociale, è calcio in bocca alle bocche oranti, alle bocche da fuoco, alle bocche affamate, alle bocche profetiche, alle bocche dispotiche, alle bocche invocanti uguaglianza, alle bocche eque, alle bocche che chiedono giustizia, alle bocche della verità. Il bacio tra due bocche scalcia su bocche terze.

Questo amore è francamente spicciativo, è annientamento esatto e istantaneo dell’umanità, che è d’intralcio alla titanica, tirannica ambizione: l’impero a due (anche se di breve durata, in quella brevità c’è sempre un per sempre dinastico: la dinastia degli avverbi).

È sincero l’amore se sa essere sinceramente inumano.

Per dire della somiglianza tra la vita e il romanzo: tutto questo, nella vita e nel romanzo, si sa. Ma la storia deve andare avanti per soddisfare la stessa vocazione opportunista sia del romanzo sia della vita: concludere, voltar pagine fino alla fine, quagliare.

Così, nei libri usati e nella vita pure usata, troviamo i segni di quello struggimento dell’allontanarsi, quelle pagine straziate da sottolineature, che segnano il perimetro del taglio della forbice, anzi sono esse stesse di già tagli, segnature di confini, entro i quali quelle piccole aree si distaccano dal libro e dalla vita. E chi le circoscrive le rimira come lontananze da vicino.

Anche le frasi citabili, come gli innamorati, tendono allo splendore accecante di un fuoco che le fa sparire. Abbaglianti emblemi in fiamme, le sapienze, le sparate (a salvezza dell’umanità) tanto sagge quanto impraticabili. Tanto sono impeccabili, tanto sono irrealizzabili. Chi le pronuncia sembra un drago: escono dalla sua bocca queste fiamme che poi si spengono. Ha detto tutto come Peppino, quindi ha detto niente da dire ma solo da ridire. È la comicità nichilista delle massime.

Le moralità finiscono al circo, acrobatiche e fiammeggianti, numeri da trapezisti e mangiafuochi.

Le moralità finiscono al circo, acrobatiche e fiammeggianti, numeri da trapezisti e mangiafuochi.

In verità (in verità!) si spiaccicano sulla sabbia o vanno in fumo queste frasette estratte e solitarie (solitarie!), esplodono e si squarciano per eccesso di espansiva sensatezza, e senza il botto come se di sapone. Troppo significanti, veramente troppo, esagerando scoppiano spruzzando la goccetta distillata.

Le frasi edificanti rovinano in polveri e cascami, quanto più ripetute tanto più sono brandelli sbranati.

Attratte anch’esse, forse, da un amore che non è della vita ma del delirare?

Questa spaesata solitudine dei motti, leggibili ma muti nonostante la moltiplica delle citazioni, sempre più avulse, sempre più astratte, infine assurde.

Questi motti, se pronunciati, gettano dalle loro elevate, acute rupi, chi li pronuncia giù nel ridicolo (parecchi onorevoli, per esempio, giù dai banchi).

Si sottolinea quel che se ne va, questo si sottolinea e si evidenzia: che se ne va quel che si sottolinea (questa è l’evidenza).

Evidenziare è questo evidenziar rarefazioni, voli già lontani, passi perduti. Il segno è segno di lontananza.

I segni nel romanzo e nella vita: le pieghe prese e le pieghe fatte, i segnali e i segnalini, le pagine sospese, le attese, le orecchie agli angoli delle pagine, orecchie di pipistrelli, diaboliche quasi, perché il demonietto si nasconde nelle sospensioni, e pure i segnalibri digitali stanno appesi ad ali giunte e a testa in giù, anch’essi pipistrelli co’ le recchie triangolari in sonno.

Chi legge – oh, immortalità letteraria della vita – è forse una vampira, un vampiro?

Chiuso il libro, spento l’ebook, svolazzano i caratteri nel buio?

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