Il quarto polo automobilistico
31 Ottobre Ott 2019 0600 31 ottobre 2019

Fca sposa Peugeot, ecco perché le aziende italiane amano fondersi con i partner globali

La casa d’auto degli Agnelli e i marchi francesi sono complementari geograficamente e garantiscono sinergie sui motori elettrici. Da Mediaset a Ferrero fino a LuxotticaEssilor, le nostre imprese provano sempre più a formare grandi gruppi europei

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MARCO BERTORELLO / AFP

«Cambiare o morire». Fu la prima cosa che disse Sergio Marchionne quando arrivò alla Fiat. Per non morire, o meglio non decadere, Fca ha trovato l'accordo con la francese Psa per fondersi con Peugeot. Diventerà il quarto polo automobilistico al mondo con oltre 45 miliardi di euro di capitalizzazione e 9 milioni di auto vendute. Una cosa è certa: ormai per le imprese italiane c’è solo una strada per sopravvivere e non diventare comparse sul mercato: fare fusioni e acquisizioni per creare colossi europei in grado di competere su scala globale. Lo ha fatto la più grande azienda produttrice di occhiali, l’italiana Luxottica, che ha deciso nel 2018 di fondersi con la più grande produttrice di lenti, la francese Essilor. Ed EssilorLuxottica è pronta ad acquistare il 76,72% del capitale della catena olandese GrandVision. Non è un caso se il patron di Luxottica Leonardo Del Vecchio è diventato la settimana scorsa l’uomo più ricco d’Italia con 24,3 miliardi di dollari. Anche il secondo in classifica, Giovanni Ferrero, ha voluto espandersi. Prima ha acquisito i business snack e biscotti del colosso americano Kellogg’s, poi la produttrice di biscotti danese Kelsen. Anche Piersilvio Berlusconi sta cercando di costituire MediaForEurope, il polo europeo della televisione, fonderdosi con Mediaset España e Mediaset Investment NV in una super holding olandese, Vivendi permettendo.

Già un anno fa Fca aveva provato a fondersi con Renault, ma il governo francese che possiede il 15% della casa d’auto aveva imposto condizioni proibitive per autorizzare la fusione. Ora i tempi sembrano maturi per concludere la stessa operazione con Peugeot. «L’industria dell’auto ha subito una trasformazione molto forte e si è ormai chiuso un ciclo produttivo che negli anni scorsi aveva creato un piccolo boom. Il caso del dieselgate e la nuova sensibilità sui temi ambientali hanno quasi imposto il passaggio all’auto elettrica che però rimane ancora una scommessa», spiega il giornalista economico Stefano Cingolani. «Sono due i motivi per cui Fca ha deciso di fondersi con Peugeot. Primo, la casa d’auto francese è tecnologicamente più avanti nel settore elettrico e possiede piattaforme sensibili in cui si possono montare auto elettriche. Con la fusione non ci sarebbe bisogno di fare grandi investimenti iniziali. Il secondo motivo è che Peugeot è debole negli Stati Uniti e forte in Europa, mentre Fca è il contrario. C’è una complementarietà geografica. Per non parlare dell’accesso che Peugeot garantirebbe nel mercato cinese, dove è più avanti rispetto a Fca».

Secondo un rapporto di Kpmg nei primi nove mesi del 2019 si sono chiuse 740 operazioni di fusioni e acquisizioni: +18,4% rispetto al 2018 per un valore totale di 32 miliardi

Un altro problema è legato alla situazione finanziaria della casa d’auto degli Agnelli. Uno dei dogmi di Marchionne oltre alle fusioni era quello di eliminare i debiti pregressi della casa d’auto torinese. Per la prima volta quest’anno però, la sensazione è che ci sia un leggero indebitamento. Una fusione aiuterebbe anche a razionalizzare i costi e fare economie di scala. «L’indebitamento è un problema soprattutto nel settore dell’auto perché servono grandi investimenti su larga scala. Basta guardare alla quotazione in Borsa dei più grandi gruppi. La Toyota è a quota 196 miliardi di dollari, Wolkswagen 80 miiiardi. Se Peugeot e Fca si metteranno insieme avranno un capitale di 50 miliardi. È tanto in termini assoluti ma ancora lontano rispetto ai concorrenti principali», spiega Cingolani.

Secondo un rapporto di Kpmg nei primi nove mesi del 2019 si sono chiuse 740 operazioni di fusioni e acquisizioni: +18,4% rispetto al 2018 per un valore totale di 32 miliardi. Spesso le operazioni sono fatte dalle piccole e medie imprese che però hanno capito quanto sia importante la dimensione per poter competere nel mercato, e perché non non essere mangiate a loro volta da multinazionali estere. Anzi, secondo il rapporto sono state 135 le acquisizioni di società estere da parte di soggetti italiani: +20% rispetto all’anno scorso. Tra queste però non si sono tante aziende di moda italiane che negli ultimi anni stanno soffrendo la competizione europea. Un esempio su tutti è quanto è Versace comprata nel 2018 per 1.83 miliardi di euro dal colosso americano Michael Kors. Ma altre realtà italiane sono a rischio. Il settore è dominato sempre più da colossi che mettono insieme tanti capitali in grado raccoglier fare investimenti su larga scala, soprattutto nel settore pubblicitario. Come i francesi di Lvmh o Kering che possiede Gucci. Purtroppo delle 163 aziende della moda italiane solo 15 hanno un fatturato superiore a 900 milioni di euro.

Che sia moda, energia, automotive o trasporti il problema per le imprese italiane è che manca spesso la volontà politica di favorire la creazione di colossi europei. La Commissaria europea per la concorrenza Margrete Vestager quest’anno ha impedito la fusione tra la francese Alstom e la tedesca Siemens. La scelta ha causato malumori di Macron e Merkel perché la fusione avrebbe creato un colosso mondiale dei sistemi ferroviari. E c’è chi dice che andando avanti così il rischio è quello di creare un mercato di nani che verranno travolti dalle multinazionali extra-Ue. Basta guardare alla partita delle infrastrutture del 5G dove la cinese Huawei, nonostante il blocco degli Stati Uniti, secondo le ultime proiezioni fornirà un quarto delle apparecchiature mondiali. Indietro ci sono la svedese Ericcson e la finlandese Nokia che forse avrebbero bisogno di fusioni e acquisizioni per crescere. Ma il dogma della Commissione europea è tutelare la libera concorrenza nel mercato unico. Giusto in teoria, ma il mondo sta andando in un’altra direzione. È la globalizzazione, bellezza. E da un po’ di tempo se ne stanno accorgendo le aziende italiane.

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