Le dissidenti
31 Ottobre Ott 2019 0600 31 ottobre 2019

Dal calcio ai diritti civili, ecco le battaglie delle donne contro il regime iraniano degli Ayatollah

Bahareh Zare Bahari, Nasrin Sotoudeh e tutte le altre che lottano contro la Repubblica Islamica. Grazie al loro sacrificio, alcuni risultati sono stati ottenuti. Ma c'è ancora tanta strada da fare

Iran_linkiesta
ATTA KENARE / AFP

Quarant'anni fa, nel febbraio 1979, la storia dell’Iran cambiò improvvisamente: la fuga dello scià Reza Pahlavi e l’avvento della teocrazia segnarono in maniera indelebile la storia del Paese. Un passaggio che incise anche nell’evoluzione della società. Sotto i Pahlavi la società iraniana si era contraddistinta per laicità e costumi aperti, specie se paragonati al resto del Medio Oriente. Un’occidentalizzazione bruscamente stoppata dall’Ayatollah Khomeini, che pensava potesse portare i fedeli lontano dal messaggio del Corano. Così la decisa svolta islamica data alla società iraniana venne pagata soprattutto dalle donne, che pagarono il prezzo più alto. Tutti i diritti loro concessi sotto allo scià, dall’istruzione superiore, al divorzio e alla libertà di abbigliamento e di movimento, oggi ormai sono un puro ricordo. Nella società iraniana odierna è l’uomo l’alfa e l’omega di tutto. Lui può chiedere il divorzio, mantenere la custodia dei figli, ricoprire le più alte cariche pubbliche. Anche la legge del taglione islamica è contro le donne: la loro vita infatti vale la metà di quella di un uomo. Il velo in confronto è solo la punta di un iceberg. La questione femminile in Iran è tutt’altro che scontata o banale. Eppure, forse per inerzia, ogni tanto si vedono spiragli. Lo dimostra il divieto di accedere allo stadio, infranto solo di recente per una partita della Nazionale iraniana in un match di qualificazioni alla prossima Coppa del Mondo. Una piccola storia che racconta non solo la passione femminile per il calcio, che risale addirittura alla qualificazione degli iraniani al Mondiale di Francia 1998, ma anche di come il regime fatichi a tenerle. Solo le donne e la loro volontà di cambiamento possono far progredire una società e un regime che forse avrà fatto alcuni passi in avanti ma che è ancora parecchio arroccata.

Azadeh Moaveni, lei che in Iran non aveva mai messo piede prima, tenta come donna e come reporter di vivere nel suo Paese di origine per dimostrare a parenti, amici e a se stessa che era possibile farlo, anche se critica verso il regime della Ayatollah

Azadeh Moaveni è di origini iraniane. Ciò che la distingue dalle tante donne che in Iran ci sono nate e cresciute, è di avere avuto forse la fortuna di nascere negli Stati Uniti. In California. E di avere conosciuto la libertà e la democrazia. Non solo come donna, ma anche come giornalista. È proprio la sua professione a condurla nella Capitale iraniana. Lei che in Iran non aveva mai messo piede prima. L’impatto con Teheran è sconvolgente. Come è sconvolgente il tempo che trascorre nel suo Paese di origine. Che a poco a poco si schiude ai suoi occhi: dai tratti oscurantisti e violenti a quelli che rendono il popolo iraniano uno dei più affascinanti del Medio Oriente. È su oltre un centinaio di pagine che daranno vita poi a un vero e proprio reportage, Viaggio di nozze a Teheran, che Moaveni imprime sensazioni, emozioni suscitatele da Teheran. Nel bene e nel male. Allora era il 2005, alle porte si affacciavano elezioni che avrebbero poi portato alla vittoria uno dei presidenti iraniani più contestati al mondo, Mahmud Ahmadinejad. Facendo da spola tra Teheran e Beirut, Moaveni decide di rimanere a vivere in Iran, per dimostrare a se stessa, agli amici, ai parenti che era possibile farlo. Come donna e come reporter. Anche se apertamente critica verso il fanatismo religioso e politico incarnato dalla Ayatollah.

Still I am here in Manila airport terminal 3 .. 13 days .. I need a safe place to live without constantly fearing for my life. I think Philippine is not safe place to me anymore 😭😭😭

Geplaatst door Bahar Z Bahari op Dinsdag 29 oktober 2019

Ma sono tante le storie di donne, professioniste, attiviste in difesa dei diritti umani, dissidenti o semplicemente critiche verso il governo prese di mira. Bahareh Zare Bahari è una ragazza iraniana, 24enne, laureatasi in odontoiatria a Manila nelle Filippine, dove vive dal 2014 e che partecipando al concorso di bellezza Miss Intercontinental ne ha approfittato per criticare il governo di Teheran, esponendo l’immagine di Reza Pahlavi, figlio maggiore in esilio dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi e l’antica bandiera monarchica. Una mossa questa che le è costata cara. Alla Cnn ha dichiarato di temere seriamente per la sua vita. Bloccata all’aeroporto di Manila mentre rientrava da un viaggio in Medio Oriente, Bahari è ora una ricercata internazionale. Sono trascorsi dodici giorni e il suo disperato appello al governo filippino di concederle asilo politico per ora resta inascoltato.

A marzo un’altra donna, accusata di avere attentato alla sicurezza dello Stato, reato imputatole dal governo di Teheran, è finita in carcere. È Nasrin Sotoudeh, avvocato, la cui storia personale e professionale è finita presto nell’oblio. Prima di vedersi togliere la libertà si è battuta duramente per difendere i diritti umani. E quelli delle donne iraniane. Contraria all’obbligo di indossare il velo, l’hijab, alla pena di morte, sempre più spesso inflitta ai minorenni, accusati di diversi reati – omicidio, violenza, droga – e pronta a scagliarsi contro il regime per difendere gli intellettuali dissidenti, Sotoudeh è stata condannata a 33 anni di carcere e a 148 frustrate per «propaganda contro lo Stato», «collusione contro la sicurezza nazionale», «istigazione alla corruzione e alla prostituzione». Di lei si sa ora che ha 55 anni. Anche se riuscirà a espiare la dura pena che le è stata inflitta è difficile che potrà riabbracciare la sua famiglia. O ritornare libera di girare per Teheran.

Con un'inflazione che stringe nella morsa migliaia di famiglie e un tasso di disoccupazione preoccupante soprattutto per i più giovani, l'Iran è un Paese dove, secondo Ebadi, tutto il potere, come sancito dalla Costituzione, resta nelle mani di Khamenei

La vita di Sotoudeh s'intreccia con quella di un’altra donna. Esule. La prima di religione musulmana ad avere ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 2003. Shirin Ebadi è anche lei un avvocato. Che prima di essere costretta a lasciare l’Iran ha combattuto strenuamente contro le violazioni dei diritti umani testimoniati dalle organizzazioni umanitarie e dalle stesse Nazioni Unite. Ebadi viaggia per il mondo, per raccontare l’Iran di cui spesso si sa poco o nulla. Viaggia per spiegare un Paese più complesso di quello che appare, che negli ultimi tre anni ha conosciuto il peso di una pesante crisi economica. Con un’inflazione che stringe nella morsa migliaia di famiglie e un tasso di disoccupazione preoccupante soprattutto per i più giovani, l’Iran è un Paese dove, secondo Ebadi, tutto il potere, come sancito dalla Costituzione, resta nelle mani di Khamenei. Anche Nasih Alinejad è un'attivista. Esule negli Stati Uniti dal 2014, che con il suo sito My Steath Freedom ha lanciato una campagna per spingere le donne iraniane a togliersi il velo, nonostante la minaccia di una condanna a dieci anni di carcere. Ora è accusata di collaborare segretamente con il governo americano. Ma sono ancora tanti i volti anonimi di donne vittime del regime. Il 29 settembre scorso, mentre si teneva la seduta dell’Assemblea generale dell’Onu a New York a perdere la vita è stata Leila Zarafshan, la novantacinquesima donna impiccata sotto il presidente eletto Hassan Rouhani in carica dal 2013.

«È la paura che ci fa perdere la nostra coscienza. È lei che ci fa diventare vigliacchi», dice la nonna di Marjane Satrapi, protagonista del film Persepolis, uscito nel 2008 che racconta l’evoluzione della condizione femminile tra il regime dello scià e quello degli Ayatollah. E di sicuro di questo non potremo mai incolpare le nostre protagoniste, capaci di sacrificare tutto per le loro idee.

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