Radical Choc
1 Novembre Nov 2019 0530 01 novembre 2019

Reddito di cittadinanza: prima gli imbroglioni italiani

Ha destato indignazione il caso di Francesca Saraceni, ex terrorista rossa che percepisce il sussidio. Eppure la legge, votata da Salvini, parla chiaro e lo può fare. Ma quanti sono invece i furbetti che lo prendono lo stesso, senza averne diritto?

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Alberto PIZZOLI / AFP

L’ultimo lo hanno beccato martedì i carabinieri di Boscoreale, nel napoletano: uno spacciatore di cinquantotto anni, ufficialmente disoccupato. In regolare possesso del reddito di cittadinanza. E pochi giorni prima, sempre in Campania, la Guardia di Finanza aveva arrestato cinque contrabbandieri di sigarette con in tasca la card gialla, che usavano probabilmente per procacciarsi il contante con la complicità di qualche farmacista o salumiere.

Che il sussidio caro a Luigi Di Maio finisca spesso nelle mani sbagliate è risaputo, anche perché mancano i controlli che erano stati promessi. Ai primi di ottobre aveva infiammato i social il caso di Federica Saraceni, una brigatista rossa condannata a ventuno anni di carcere per l’omicidio D’Antona, ora agli arresti domiciliari, per la cui sussistenza l’Inps erogava un assegno di 623 euro mensili. E il solito Salvini, tra una Nutella e l’altra, a sbraitare su Facebook: «Vi pare di dare il reddito di cittadinanza a uno che è stato in galera per omicidio? Oggi torno in Senato: sono cose incredibili, ho detto ai miei di sospendere la partecipazione ai lavori fino a che non ci sarà chiarezza su questa vicenda».

Come se quella legge non l’avesse votata anche lui, con la Lega compatta dietro. Come se non avesse partecipato anche lui, il 17 gennaio, alla sceneggiata a tre con Conte e Di Maio, ognuno sventolando il suo trofeo (il Capitano aveva preferito esibire soltanto il cartello di Quota 100).

E gli sarebbe bastato rileggersi il testo per scoprire che anche un terrorista può avere diritto al Reddito, purché la condanna definitiva risalga a prima di dieci anni fa. Ma come la mettiamo con gli spacciatori e i contrabbandieri? E con i finti poveri, i nullatenenti col Mercedes? Loro forse non sono mai stati in galera, non hanno omicidi sulla coscienza. Sono solo “furbetti del redditino”, come la creatività dei giornalai li ha già ribattezzati. Innocue macchiette da film di Totò, non delinquenti e imbroglioni che rubano denaro alla collettività e che meriterebbero la stessa «svolta epocale» minacciata per gli evasori dall’inflessibile Bonafede.

Che il sussidio caro a Di Maio finisca spesso nelle mani sbagliate è risaputo, anche perché mancano i controlli che erano stati promessi

Bisogna capirli, dopotutto sono italiani. Fratelli che sbagliano. Ben diverso è il discorso per gli stranieri. Loro, quelli che sono arrivati coi barconi, «devono produrre una certificazione rilasciata dall’autorità competente dello Stato estero», tradotta in italiano e «legalizzata» dal consolato comprovante «la composizione del nucleo familiare e il possesso dei requisiti reddituali e patrimoniali». In pratica, devono volare in Ghana, fare la coda all’anagrafe o al catasto di Accra (ammesso che esista) e procurarsi un pezzo di carta dal quale si evince che lì non posseggono nemmeno una capanna di fango o una Vespa scassata. E poi altra coda al consolato per farsi “legalizzare”. Hanno dimenticato il salto nel cerchio di fuoco e la camminata a piedi nudi sui carboni ardenti.

Non stupisce che delle 100mila famiglie a cui l’Inps ha sospeso il sussidio (quasi una su dieci) per «mancata integrazione della domanda» più della metà, 53mila, siano di origine extracomunitaria. E questo a dispetto del fatto, accertato dall’Istat, che la quota di povertà assoluta sia ben più alta tra gli stranieri (30% contro il 6% dei nativi).

Ha di che esultare Susanna Ceccardi, ex sindaca di Cascina e ora europarlamentare della Lega, pioniera dell’apartheid de noantri: dopo le case popolari nel suo comune, anche per il reddito di cittadinanza la precedenza va agli italiani purosangue.

Orgogliosamente italiani come quel padovano che subaffittava il bilocale dell’Ater a tre tunisini irregolari. Lui, catalogato come indigente, si era trasferito in un’altra casa, e si intascava 600 euro al mese. Un reddito di cittadinanza, pagato dai tunisini. Sarà stato un devoto del Cuore immacolato di Maria, uno di quelli che urlano agli immigrati «la pacchia è finita, dovete tornare a casa vostra». E intanto si faceva aiutare a casa sua.

La pacchia è finita per lui, grazie ai Carabinieri. Ma quanti casi come il suo, nelle periferie delle nostre città? Quanti, a Torre Maura o a Casal Bruciato, subaffittano l’alloggio del Comune o hanno la villetta al mare intestata alla vecchia zia? Quanti hanno fatto l’allaccio abusivo e non pagano la bolletta della luce? Prima gli imbroglioni italiani.

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