senza più paura
2 Novembre Nov 2019 0600 02 novembre 2019

Leggere Bret Easton Ellis e capire quanto ci siamo rovinati togliendo l’horror dal mondo dei bambini

Non possiamo discutere degli adulti che siamo diventati senza passare da un’analisi sincera di tutto ciò di cui abbiamo voluto sbarazzarci. Eliminando la sublimazione della violenza abbiamo generato i presupposti della violenza, anche in rete

bret easton ellis
JOEL SAGET / AFP

Tra i motivi per non perdersi Bianco di Bret Easton Ellis (Einaudi, traduzione di Giuseppe Culicchia), oltre al fatto che spiega cosa siamo diventati in questi anni di vita social (se anche voi li avete attraversati sentendovi superiori a ogni influenza negativa, vacillerete quando vi metterà di fronte all’autocensura a cui vi siete abituati per semplificarvi la vita ed evitare di perdere tempo con gli invasati dell’indignazione del giorno, quelli che non la pensano come voi e soprattutto quelli che dovrebbero pensarla come voi), oltre al fatto che è una porta aperta sul laboratorio di uno scrittore diventato famoso a un’età sconvenientemente precoce e sopravvissuto a quel successo, oltre al fatto che è scritto come si dovrebbero scrivere i libri da uno che vive come si dovrebbe vivere, ovvero senza ritegno per la propria reputazione, bisognerebbe annoverare anche questo: per vie impreviste rispetto agli intenti dell’autore,Bianco serve a tutti quelli che hanno a che fare con la letteratura per ragazzi, che la scrivono e ne scrivono, la pubblicano, la recensiscono, la regalano, la leggono.

L’illuminazione scatta subito, a pagina tredici, quando, dopo aver rievocato i decenni nei quali siamo diventati grandi – quelli in cui il mondo non ruotava ancora attorno ai bambini e si poteva diventare adulti in santa pace – Ellis fa una panoramica sulle letture che lo hanno influenzato all’età in cui leggere significava esporsi a uno sconvolgimento tanto più profondo quanto più inconsapevole, e tra i titoli assorbiti in quelle giornate di nulla apparente butta lì Professione? Spia! (Harriet The Spy), tornato di recente nel catalogo Mondadori con il titolo Harriet la spia). In questo romanzo di Louise Fitzhugh troppo poco letto, sempre poco citato, c’è la vera ragione per la quale un ragazzino sogna di diventare scrittore: considera sé stesso il testimone della vita segreta degli altri, visibile e disponibile solo ai suoi occhi. La protagonista Harriet ha un taccuino sul quale prende nota di tutto ciò che vede in chi la circonda, nelle giornate di una signora spiata da dentro un montacarichi, nelle battute infelici dei suoi amici del cuore – che infatti, quando lo avranno per le mani, non le perdoneranno di averli ritratti così male né di aver tenuto traccia della sua insofferenza verso di loro.

Tutti sappiamo che le persone che ci amano, per amarci, devono anche odiarci un po’, ma non sempre siamo pronti a sapere in che giorno e a che ora ci stanno odiando, è il solito passaggio dalla teoria alla pratica che ci frega (e se pensate che tutto questo non abbia a che fare con i social, non siete sinceri con voi stessi). Il taccuino di Harriet è l’anima nera, viva e interessante, delle nostre vite al di là della dose minima di conformismo a cui non possiamo sottrarci: tiene segreto cosa pensiamo davvero ma anche cosa non ci autorizzeremmo mai a pensare davvero, è lo stanzino dove mettiamo l’energia che non possiamo mettere altrove perché non c’è nulla di quelle parole che si rivelerebbe innocuo nel nostro teatro giornaliero. Quando le pareti di quello stanzino si fanno trasparenti e il taccuino, non mediato in forma di romanzo o di lettera, viene letto dagli amici, Harriet sperimenta violentemente un incubo: ritrovarsi nuda e scoperta nel giardino segreto dove aveva indossato il vestito che solo lei sapeva essere il più calzante per sé.

Dove possiamo essere liberi se ovunque dobbiamo essere educati? E questo significa anche: come possiamo essere educati, se da nessuna parte possiamo essere liberi?

Nei miei furiosi innamoramenti di lettrice, ho tratteggiato un cuoricino accanto a questo titolo, ma in realtà Bret Easton Ellis non spende sul romanzo neppure due parole, lo cita soltanto e a me sembra una di quelle indicazioni mezze coperte dalla neve mentre ti stai perdendo nella tormenta: leggo le duecento pagine successive senza più distinguere quel segnale dal modo in cui Ellis racconta (ottimamente) la scrittura, Twitter, il fidanzato millennial, la comunità omosessuale, l’avvertimento che è sempre più urgente, scivoloso e azzardato difendersi da quelli che sono dalla tua stessa parte piuttosto che dagli avversari conclamati.

Al di là del mio amore per il libro di Fitzhugh e del dato di partenza già minimamente ragionevole per chiunque non abbia voglia di raccontarsi balle e sia conscio che non c’è nulla di neutrale nella purezza dell’infanzia, il capitolo “Impero” è un racconto di formazione che solo una lettura in malafede può interpretare come nostalgico. Non è la postura auto-mitizzante dell’età difficile («eravamo bambini che si aggiravano in un mondo fatto quasi esclusivamente per gli adulti. Non fregava niente a nessuno di quello che guardavamo o no, di come ci sentivamo e di cosa desideravamo, e non eravamo ancora stati incantati dalla religione del vittimismo») né l’oggettiva constatazione che in tutto ciò che oggi verrebbe considerato pietra dello scandalo nessuno sarebbe mai inciampato («niente ci feriva perché l’atmosfera cupa e violenta dell’epoca si respirava ovunque, e il pessimismo era sulla bocca di tutti, una patente di figaggine e di stile»), ma la reiterazione della parola «innocenza» e il suo legame con l’infantile cannibalismo dello splatter senza oggetto e senza messaggio che illumina il vuoto in cui incorre, oggi, chi si occupa di prodotti culturali per ragazzi.

Era, quella dell’horror, una fruizione precisa e con una data di scadenza: finita la paura eri diventato adulto, più grande di quanto non lo fossero lei e la storia che te la scatenava. La paura era un termine di misura dell’infanzia e dell’adolescenza, e di solito non produceva altra paura: gli adulti perlopiù sapevano che un giorno sarebbe finita, mentre tu non vedevi l’orizzonte ma solo il bisogno insaziabile di sperimentare te stesso e divorare il mondo fino al confine estremo, senza avere la più pallida idea di dove si trovasse quel confine e dove ti trovassi tu.

È qui che il libro di Ellis non può più essere usato per quello che non è (non è, certo non con intenzione, un manuale di pedagogia) e bisognerebbe cominciare a riflettere sulle zone di libertà che, oggi, permetterebbero un processo simile e nuove regole di quel mondo parallelo che, non essendo più l’arte, diventa difficile da gestire nella presunzione fallimentare e tossica di sostituirsi alla realtà.

Negli anni in cui l’editoria e i film destinati ai ragazzi sono schiavi della questione dell’argomento («di cosa parla?» è, in assoluto, la domanda più dittatoriale che abbiamo creato, e anche su questo Ellis è lucido e definitivo), la sparizione dell’orrore come spazio di crescita fa ripensare al verso di Battiato, da rileggere senza ironia, «in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore»: adesso ci mancano davvero, perché non sono stati sostituiti da nient’altro.

Preceduti da anni in cui tempo ed energie sono stati sprecati a individuare legami tra la cattiva educazione di film e libri che avrebbero influenzato stragi nelle scuole e delitti adolescenziali, sono arrivati nuovi anni in cui rischiamo di prendere gli stessi abbagli se, quando ci dedichiamo a questioni come gli insulti e l’anonimato in rete, non teniamo conto dei legami di causa-effetto con l’aver fatto fuori la sublimazione della violenza e, insieme, creato una rappresentazione di noi stessi macchiettisticamente sbilanciata verso il bene, polarizzata in una grottesca iper-aderenza alla realtà.

Dove possiamo essere liberi se ovunque dobbiamo essere educati? E questo significa anche: come possiamo essere educati, se da nessuna parte possiamo essere liberi? Sono questioni che riguardano noi e loro, insieme.

Ecco perché il discorso sull’infanzia in Bianco non è peregrino, e perché non si può discutere degli adulti che siamo diventati e delle generazioni nate dalla nostra senza passare per un’analisi sincera di ciò di cui abbiamo voluto sbarazzarci, e che adesso ci tocca rimpiazzare da capo. La rete, dovendo reggere sulle spalle la violenza un tempo delimitata dalla produzione più popolare e amatoriale dei contenuti di intrattenimento, rivela tutta la sua mostruosa inefficacia. Ma che ci piaccia o meno, che ci renda suscettibili e sulla difensiva o meno, quell’inefficacia è la nostra: occuparsene solo nei termini emotivi e morali dell’indignazione e della moralizzazione rischia di perseverare in uno sguardo fuori fuoco e, soprattutto, di continuare a farci fallire.

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