Usala, questa ricchezza, oppure la perdi


2 Novembre Nov 2019 0600 02 novembre 2019

Tasse sui tappi, sulle bibite e sulle merendine, ma per salvare il capitalismo forse serve una patrimoniale

Mentre noi dibattiamo sulle imposte da bruciare nel forno del reddito di imbroglianza e di quota cento, gli economisti seri, anche liberali, discutono di una tassa progressiva sulla ricchezza con l’obiettivo di salvaguardare crescita, investimenti e business

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Zach Gibson / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

Mentre la politica italiana si appassiona alle tasse sulle merendine, sulle bibite gassate, sui tappi di plastica e sulle auto aziendali per raccogliere spicci da bruciare nel forno del reddito di imbroglianza e della quota cento, gli studiosi seri della materia stanno conducendo un gran dibattito intellettuale, prima ancora che economico o politico, intorno alle misure necessarie a mitigare le diseguaglianze economiche. E sta emergendo una soluzione sorprendente, apparentemente di sinistra, ma in realtà sostenuta anche da economisti liberali, oltre che dall’Economist che è l’organo della business community globale.

Questa soluzione è la tassazione della ricchezza, la vecchia cara patrimoniale, ma con un approccio – “usala, questa ricchezza, oppure la perdi” - che sposta il peso delle imposte dai redditi da capitale alla ricchezza improduttiva, in modo da premiare da un lato chi mette in circolo la ricchezza e guadagna dagli investimenti e da ridurre dall’altro le fortune di chi invece non rende produttivo il capitale. Così congegnata, ha scritto l’Economist, «la patrimoniale non è necessariamente un affronto ai principi economici, anzi vale la pena discuterne».

Ci sono anche ragioni di efficienza, spiega l’economista Faith Guvenen dell’Università del Minnesota, nel preferire una tassa sulla ricchezza rispetto al capital gain, perché spostare l’equilibrio dai guadagni da investimenti sulla ricchezza improduttiva aumenta necessariamente la produttività, riduce alcune diseguaglianze e migliora la copertura sociale per la maggioranza dei cittadini.

Ma c’è un’ulteriore questione, politica ed economica allo stesso tempo, a rendere appetibile la patrimoniale rispetto ad altre forme di tassazione: l’economista argentino Ivan Werning parte dal presupposto che la patrimoniale non dovrebbe esistere anche perché non ha una finalità redistributiva, in teoria a questo fine basterebbe una tassazione progressiva sui redditi. Il problema, però sorge quando la tassazione sui redditi, come spesso capita, non è sufficiente a coprire il fabbisogno e quindi è necessario comunque ricorrere alla patrimoniale in attesa di riformare il sistema fiscale nel suo complesso.

L’alternativa, sostiene Werning, è una tassa sui patrimoni con elementi di progressività per rispondere subito alla minaccia di futura instabilità politica come oggi in Cile o di svolte populiste come di recente in Venezuela, intese entrambe come lo scenario avanzato rispetto all’attuale inquietudine europea. Il principio è che l’instabilità è potenzialmente devastante per il business e per la crescita: da qui i ragionamenti su una patrimoniale che non nasce per punire la ricchezza ed espropriare i beni di proprietà privata, come da manuale del perfetto anticapitalista alla Bernie Sanders, ma come politica pro business per prevenire una redistribuzione forzosa in condizioni emergenziali (Fate Presto), per depotenziare le diseguaglianze e per progettare un nuovo sistema politico e sociale a prova di populismo.

Anche su questi temi, non solo su quelli dei monopoli digitali, la candidata alle presidenziali americane più attrezzata è Elizabeth Warren. Valendosi dei consigli di due giovani economisti, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, autori di un libro che sta facendo molto discutere, The Triumph of Injustice: How the Rich Dodge Taxes and How to Make Them Pay, la senatrice Warren vorrebbe imporre una tassa sui supermilionari, del due per cento annuale oltre i primi cinquanta milioni di dollari e del tre per cento sugli asset che superano il miliardo di dollari, che in dieci anni raccoglierebbe quasi tremila miliardi di dollari da circa settantacinquemila famiglie americane.

Probabilmente in Italia una riforma di questo tipo avrebbe un impatto molto più ridotto e, in ogni caso, la nostra priorità è pensare a come creare nuova ricchezza, prima ancora di tassarla. Scusate la digressione, torniamo pure a discutere di imposte su tappi, vaschette e polistirolo.

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