monologrammi
4 Novembre Nov 2019 0600 04 novembre 2019

Scrivere è addobbare, sarchiare e finalmente tornare, mani e braccia, all’agricoltura

La rubrica neopassatista e veterofuturista di Pasquale Panella

ragno_linkiesta
foto Lemmonio Boreo

Scrivendo sulla tastiera ho l’impressione di additare le lettere come se dicessi “prendo quella, quell’altra e quelle altre ancora, poi dammi pure qualche segno di punteggiatura”.
“Per farne cosa, milordino?”, sento questa voce, la mia tastiera mi chiama milordino. Rispondo.
Mah, avrei intenzione di metterle insieme, le lettere, farci qualche parola, poi legherei le parole in frasi, ogni tanto la foglietta a ricciolo di una virgola, il bocciolo di un punto, le bacche di vischio dei due punti, la bacca e la foglietta sovrapposte, il viticcio dell’interrogativo, le spine esclamative con un punto di sangue che gocciola in basso, le bacche di pungitopo allineate che sono puntini puntini.

Ecco: mettere le frasi in fila, legare, inanellare, sai, quelle decorazioni a festa, quei festoni, quelle ghirlandette, una cosa ornamentale, una catena di eventi, una treccia, un intreccio, una cosa figurativa, anche simbolica, fissata all’inizio, fissata alla fine (sono fissazioni gli inizi e le fini?), gonfia e corposa al centro, con fioriture, robe in sboccio, anche macerazioni, crolli di petali, frutti carnali, la solita pesca, questo frutto dalla pelle umana, ora guancia ora culo.

E il sarchiare, sarchiare righe e righi sulla pagina, finalmente tornare, mani e braccia, all’agricoltura, all’orticoltura, all’aridocoltura soprattutto. Coltura, sì, una cosa colturale. E tutto in superficie, a vista d’occhio, non nel profondo, che è mineralogia o petrolio, tutt’altra cosa.
Le figure retoriche, mi viene in mente adesso, non smascherano forse la vocazione botanica di ogni discorso o scrittura? Il verzicare, il floreggiare, il radicare, il rampicare, il raccogliere, il seminare, il fruttare, anche il recidere, anche il falciare, l’appassire, il fiorire, l’eventuale rifiorire. Anche come abbellimento (fine a sé stesso: la vera fine in bellezza) sennò che tristezza dire e ridire, scrivere e riscrivere. Quando si scrive, dire non è dire, dire è fare, o dovrebbe. Poi fate voi ossia dite, sai che problema. Niente pampini e niente pimpinella? Contenti voi.
Insomma, l’intenzione è questa, vorrei addobbare.

anche tempeste, venti straccianti le vele e i nostri panni appesi (appesi su noi stampelle), buriane, anche serenità però, caduto il vento, bonacce, vele marmoree, linee d’ombra, linee di febbre marinara, giovinezza e addio giovinezza, Conrad, oh, Conrad, grande arredatore

E, quando dico addobbo, vedo il mondo. In che senso?

Miseria e lusso sono addobbi, addobbo sono i quadri e le cornici in foglia d’oro, addobbo l’orma sulla parete dei quadri spariti, erano addobbi i quadri, sono addobbi narrativi l’orme, la sedia zoppa e sfondata, il buco (noi spesso ce ne usciamo per il rotto), lo strappo, l’usura, e il rigoglio, la mobilia gonfia di sé, i piedi leonini o rapaci, i divani vanesi.
Già i nomi sono addobbi per le cose, c’è per tutto una parola da mettere. Mettere a tacere? La parola c’è.
Nomi saporiti per la roba da mangiare, nomi cuciti addosso alla roba da vestire, nomi per oggetti, aggeggi, panneggi, ornamenti, guarnizioni, tappezzerie, scene, costumi, fregi di pettinature, pomi di calvizie lucenti, moti d’animo dipinti a colori vari, variabili e anche avariati, legami e legature con coccarde e con le nappe, nomi coi fiocchi, nomi per tutti i nodi, anche sciolti, e per i fili persi.

I borghi, i quartieri, le città sono accumuli di addobbi: insegne, ponti, cavalcavia, complanari, che sono fusciacche, drappi, borchie, cinte, nastri da confezione, passamanerie fascianti; e i paramenti delle facciate sono casule da preti alla messa di spalle, coi ricami geometrici che disegnano i piani, le finestre, i balconi. Poi i palazzi sono già di per sé manifesti di palazzi incollati sui palazzi, locandine, coi personaggi ammucchiati all’interno, scenette di vita, annuncio di spettacolo, un addobbo di esistenze intrecciate.

E la natura, la campagna, i monti, il mare, il cielo, cosa sono? Tendaggi, sipari chiusi e riaperti su altri sipari, fughe di sipari, tappeti, e noi siamo polvere, e sono lenzuoli, lenzuolate verdi, azzurre, nebbiose, rosa albeggiante, rosso colante, teli addosso a fantasmi vaganti, viaggiatori incantati, disincantati, discreti, indiscreti, affetti da turismo, sofferenti d’avventura. Eccetera, anche tempeste, venti straccianti le vele e i nostri panni appesi (appesi su noi stampelle), buriane, anche serenità però, caduto il vento, bonacce, vele marmoree, linee d’ombra, linee di febbre marinara, giovinezza e addio giovinezza, Conrad, oh, Conrad, grande arredatore.

Così è. Dammi anche un pacchetto di spazi, grazie.
E se scrivo a penna e a matita? Le infilzo, le lettere, come l’entomologo le mosche cavalline e le cavolaie.
Vieni, pagina, andiamo a fare un archetto a festa, retroilluminato, su Linkiesta.

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