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5 Novembre Nov 2019 0600 05 novembre 2019

Elogio di Bernard-Henri Levy, il filosofo engagé dei nostri tempi oscuri

Criticatissimo, controverso, odiato. Ma anche amato, seguito, ammirato, considerato. BHL è l’intellettuale militante della nostra epoca, perché ha seguito sempre il suo ideale di libertà

bhl
LUCAS BARIOULET / AFP

Per ultimo è arrivato lo scontro in televisione con Eric Zemmour, il saggista francese alfiere del politicamente scorretto e inventore della “femminilizzazione” della Francia. Qualche settimana prima, invece, il confronto con Aleksandr Dugin, intellettuale russo e teorico dell’impero euro-asiatico. A fare da difensore dei valori occidentali – anima, corpo e vis polemica – c’era sempre lui: Bernard-Henri Levy, il filosofo engagé più famoso di Francia. Contro Zemmour ha elogiato il popolo curdo, tradito dagli Usa e dal resto dell’Occidente con una mossa fatta di «cinismo, stupidità e vigliaccheria». Mentre con Dugin si è battuto contro la deriva nichilista dell’Occidente – bestia forse più pericolosa del politicamente scorretto– in nome della «modernità politica», riassunta nella triade «democrazia, libertà, laicità». Sono in crisi, concede, ma non una crisi «irreversibile».

A passare in rassegna, in occasione del suo 71esimo compleanno, la pirotecnica carriera intellettuale di BHL, con tutte le sue contraddizioni, giravolte e cadute (celebre la topica su Botul, un filosofo inesistente inventato a fini satirici che Levy cita in un suo saggio) forse il vero filo conduttore, a parte le camicie bianchissime e sbottonate, l’attrazione per la notorietà e la capacità di “parlare con le folle e di camminare con i re” è proprio la libertà.

È sempre stato così, fin da quando, appena uscito dalla École Normale all’inizio degli anni ’70, prendeva a picconate (filosofiche) la cosiddetta “ideologia del desiderio”, incarnata negli intellettuali marxisti Felix Guattari, Gilles Deleuze e Jean-François Lyotard. A spalleggiarlo c’erano gli altri nouveaux philosophes, André Glucksmann prima di tutti, impegnati in una feroce critica del totalitarismo. Su di loro vigilava Michel Foucault. E da più lontano, Roland Barthes.

Ma la polemica filosofica, anche se assumeva connotati politici e sociali, per lui era poco. La sua personalità larger than life e la sua enorme disponibilità finanziaria (era nato, da famiglia ebrea, in Algeria. Il padre era un miliardario che aveva fatto fortuna con il commercio del legno) lo portano ovunque. Fin da giovanissimo si rivela reportagista di talento (dal Messico, dall’Irlanda del Nord, ma anche dal Bangladesh durante la guerra di liberazione dal Pakistan), cui alterna abilità libellistiche e mediatiche innovative. Come ebbe a dire il filosofo Jean-Luc Marion, che lo conobbe ai tempi dell’università, «Bernard aveva tutto per diventare un professore universitario. Tranne la voglia».

Nel mosaico dei suoi interventi si ritrova, costante, la stessa idea: è la democrazia liberale, declinata come lotta al totalitarismo e rifiuto del fascismo e del comunismo

I suoi piani erano diversi. Si distingue nell’ambiente degli studiosi, che scuote prima con La Barbarie à visage humain, nel 1977 e poi con Le Testament de Dieu, nel 1979. Ma intanto fa già parte del “Gruppo di Esperti” di François Mitterrand, il futuro presidente francese, che sarà anche suo testimone di nozze (le seconde, con l’editrice Sylvie Bouscasse). In più, si cimenta in importanti avventure editoriali, alcune sfortunate, come la rivista L’Imprevu del 1975 che dura solo 11 numeri, e altre di successo, come la collana filosofica per Grasset del 1976.

Più cresce la sua fama, più aumenta il numero dei detrattori. La filosofia dei nouveaux philosophes viene definita «un’impostura», lo storico Vidal-Naquet fa la conta degli errori fattuali nei suoi libri, i giornali cominciano a fargli le pulci. Si parla delle sue ville sontuose in Marocco, dei suoi interventi preso alcuni industriali per salvare l’azienda del padre, entrata in crisi, e poi il conto delle sue camicie, gli aerei privati, lo stile di vita sontuoso che fa a pugni con l’immagine dell’attivista che va in prima fila in Bosnia, o che dà il suo sostegno ai ribelli afghani contro l’invasione sovietica. Ma lui – con abilità – non si lascia irretire dalle critiche, anzi:, replica a tono e va avanti, continua a scrivere saggi, si butta sui romanzi, si cimenta anche con pièces teatrali, con i film (con meno fortuna: secondo i critici, è suo il peggior film di sempre della storia francese), i documentari, le autobiografie. Con sprezzo del ridicolo, si direbbe, affronta generi e forme espressive lontane e diverse.

Come lontane e diverse sono le questioni su cui lancia la sua opinione. Appoggia la guerra in Nicaragua del presidente americano Reagan contro i sandinisti. Si schiera a favore della guerra in Afghanistan nel 2001 (ma tace sull’invasione in Iraq poco tempo dopo). Convinto sostenitore della libertà di espressione, si fa odiare perché nel 2006 difende le caricature di Maometto – e più volte esprime sconcerto e preoccupazione per le tendenze totalitarie dell’islamismo. Ne ha anche per la Russia di Vladimir Putin, definita dispotica e, nello scontro del 2014, prende le parti dell’Ucraina.

Eppure il trait-d’union c’è. Nel mosaico dei suoi interventi si ritrova, costante, la stessa idea: è la democrazia liberale, declinata come lotta al totalitarismo e rifiuto del fascismo e del comunismo – e dell’antiamericanismo, come ebbe a dire in una sua chirurgica analisi della gauche francese degli anni zero. Insomma, un’idea di libertà.

Forse eccessiva? Tanti ripescano – forse in modo strumentale – le frasi a sostegno del regista Roman Polanski, accusato di stupro, o quelle per Dominique Strauss-Kahn, che aveva violentato una cameriera d’albergo, come non ci si dimentica il suo sostegno a Cesare Battisti. Per deriderlo, si ricorda che nel 2016 non azzeccò né l’esito del referendum sulla Brexit né quello delle elezioni americane (ma chi lo aveva previsto?). E tra i tanti errori minori (la già ricordata citazione di Botul, appunto), si annoverano scambi di persona e imprecisioni. È lo spirito del gioco e lui, da «intellettuale mediatico» qual è, non si sottrae mai. A volte si pone come testimone, a volte ragiona come attivista. A volte, e in certe epoche sempre di più, si erge come baluardo. Contro Zemmour e per i curdi. Contro Dugin e per la democrazia. Oggi sapere dove va Bernard-Henri Levy, con tutto il suo estro polemico e la sua personalità indomabile, è sempre più una bussola.

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