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6 Novembre Nov 2019 0600 06 novembre 2019

Il Pd va verso il Congresso, anche se non sa bene perché

A Bologna dal 15 al 17 novembre si tiene “Tutta un’altra storia”, la tre giorni in cui il segretario democratico partirà verso l'assise di primavera. Obiettivo: reinventare tutto. Ma il fatto che non ci siano ad oggi altri leader concorrenti, dimostra quanto il partito sia ormai poco appetibile

Nicola Zingaretti Linkiesta
(Vincenzo PINTO / AFP)

Qui ci vuole un congresso. Nella testa di Nicola Zingaretti – parallelamente all’idea che o c’è una svolta nell’azione del governo o è meglio chiudere bottega – è necessario un appuntamento congressuale che ridefinisca una volta per tutte il profilo politico-culturale del partito, chiudendo con l’era renziana ma anche con le scorie e i retaggi del famoso “amalgama non riuscito” additato da Massimo D’Alema ormai tanti anni fa. In sostanza, si tratterebbe di fare un “nuovo Pd”, come lo chiama Zingaretti, al posto del Pd attuale di cui si vedono ogni giorno i segni del declino. Pare un’impresa titanica.

E infatti domenica 17 novembre a Bologna, a conclusione della tre giorni “Tutta un’altra storia” – primo serio tentativo di aprirsi all’esterno e alle competenze per far affluire un po’ di sangue nelle vene esauste del partito – Zingaretti getterà le basi per il congresso del Pd che dovrebbe tenersi nella tarda primavera. Se non crolla il mondo – leggi: sconfitta in Emilia-Romagna – la campagna congressuale potrebbe partire a febbraio e concludersi a maggio.

Al momento tutta la pratica è ancora piuttosto riservata ma in linea di massima l’iter è questo. Verranno prodotti uno o più documenti che, dopo un esame dell’Assemblea nazionale (quella eletta alle primarie dello scorso marzo), saranno sottoposti ai circoli di base, che li emenderanno e approveranno. A quel punto l’Assemblea nazionale licenzierà il testo vincente, magari emendato, e raccoglierà i nomi per la segreteria. I circoli selezioneranno i primi due e poi le primarie aperte a tutti gli elettori incoroneranno il segretario. Una procedura laboriosa che “corregge” la pratica di un Congresso essenzialmente rivolto alla nomina del leader per dare più spazio alla discussione politica della base.

Il leader del Nazareno vorrebbe cambiare tutto. Anzi, avrebbe già voluto mutar pelle al suo partito: solo che la “macchina” – si lamenta lui – ha impedito una vera trasformazione. Il gioco delle correnti, delle mediazioni, dei personalismi, lo stillicidio delle scissioni, la mancanza di risorse economiche, la macroscopica incertezza tattica: sono solo le principali cause della crisi del Pd. A otto mesi dalla sua elezione, Zingaretti è a un bivio. O prende il volante o la macchina finisce nel burrone delle Storia. Ne sarà capace? Perché non sarà una passeggiata ridefinire una linea politica.

A otto mesi dalla sua elezione, Zingaretti è a un bivio. O prende il volante o la macchina finisce nel burrone delle Storia. Ne sarà capace? Non sarà una passeggiata ridefinire una linea politica

La proposta dell’alleanza strategica con i Cinque Stelle non funziona, l’impresa di “civilizzare” il grillismo era troppo ardua, o peggio velleitaria. In ogni caso, il Pd di Zingaretti non ce la sta facendo: vuoi perché il M5s si è rivelato peggio di quel che si credeva, vuoi perché il Pd è incapace di gestire la situazione fatto sta che bisogna ripensare tutto daccapo. Per questo gli serve una nuova legittimazione.

Proprio l’uomo che viene criticato per una eccessiva prudenza sconfinante con la mancanza di polso vorrebbe dire basta. Mettendosi in gioco e puntando a succedere a se stesso. Disegnando un partito, sembra di leggere tra le righe, che recuperi qualcosa dell’originaria ambizione del Pd. Forse anche cambiando nome. Dario Nardella e prima di lui Roberto Morassut lo avevano detto, chiamiamoci semplicemente “Democratici” e togliamo quel “partito” che sa di caserma novecentesca. Che questo abbia un senso e un futuro è tutto da vedere.

Ci sono alternative all’attuale segretario? Lui e chi lavora con lui ritene di no. Il più importante di questi, Andrea Orlando, il vicesegretario a cui venivano addebitate cattive intenzioni, ha seccamente smentito al Foglio di volere fare le scarpe al segretario, consapevole che in ogni caso il suo destino appare indissolubilmente legato a quello di Zingaretti. Se quest’ultimo dovesse crollare sotto il peso di una sconfitta in Emilia-Romagna, difficilmente potrebbe restare in piedi il suo principale collaboratore. Viceversa, se il Pd uscisse vivo dal voto emiliano, Zingaretti sarebbe più forte.

La cosa più curiosa – addirittura un inedito – è che un segretario in difficoltà non ha una vera opposizione interna e dunque un candidato a lui alternativo. Pur essendo vasta l’area del “mormorio”, da Orfini al correntone di centro di Guerini, Zingaretti ha ancora con sé la maggioranza, nei gruppi dirigenti e soprattutto alla base. Il Pd, paradossalmente, non sembra più “scalabile”, forse – ma è una conclusione agghiacciante – perché non è più appetibile.

Ma non si può mai dire. Quando si aprono le gabbie, le belve escono. Giorgio Gori è un nome che ha una sua forza, per esempio. «Allo stato dei fatti, solo un pazzo punterebbe a guidare il Pd», taglia corto un dirigente di primo piano. Ma c’è tempo, comunque. Le ambizioni in questo Paese non mancano mai. E nemmeno i pazzi.

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