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7 Novembre Nov 2019 0600 07 novembre 2019

Rischio di tagli e di blocco delle assunzioni, giovani ricercatori sempre più soli

Nella bozza della finanziaria è stato inserito un articolo che rende più rigido il rapporto tra spese per il personale e quelle generali sostenute dagli enti pubblici di ricerca. Una misura questa che potrebbe costringerli a rivedere le assunzioni di tanti precari e giovani ricercatori

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Photo by Helloquence on Unsplash

Erano altre le promesse fatte dal ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti. Promesse, le ennesime. Con cui il governo giallorosso aveva annunciato tre miliardi di euro da destinare una parte all’Università. Su queste risorse però si continua a discutere nella maggioranza. Nella prospettiva, desolante, che per migliaia di ricercatori e docenti non ci sia altra alternativa che, anche questa volta, mandare giù le promesse tradite. I ricercatori italiani sono sempre più precari. E sempre più soli. Una luce in fondo al tunnel si era intravista con la legge Madia. Parliamo del 2015 però. L’obiettivo era sbloccare finalmente le assunzioni dei ricercatori negli enti pubblici di ricerca. E facilitarne il turn over.

Ora però si rischia una nuovo blocco. E di lasciare nel limbo della precarietà ancora una volta migliaia di lavoratori. Tutto nasce da un articolo, inserito nella bozza della Finanziaria, che impone un paletto rigido per le future assunzioni, vincolando le spese per il personale degli enti di ricerca al 70 per cento di quelle generali e non più all’80 per cento. Questo articolo inserito in Manovra non è una novità. Perché in base al decreto legislativo 218 del 2016, che puntava alla semplificazione degli enti pubblici di ricerca, gli stessi sono vincolati a un piano triennale di attività – in base alle linee guida del Piano nazionale della ricerca (Pnr) – per l’organico e il reclutamento del personale. Ogni anno gli enti – quelli che dipendono direttamente dal Miur che svolge il ruolo di autorità vigilante – devono essere in grado fare una attenta valutazione di quanto entra e di quanto spendono. Anche per il personale. Non è un caso quindi che, letta come l’ennesima tagliola al mondo della ricerca, da anni in affanno, questa iniziativa abbia scatenato polemiche.

Nella relazione del servizio studi della Camera dei deputati l’Italia si conferma ancora una volta un Paese in retrocessione. Il livello d’investimenti nella ricerca e nello sviluppo resta inferiore a quello degli altri Stati europei. A confermarlo c’è anche la Commissione europea. Nel documento per Paese relativa all’Italia si legge che, dall’inizio del 2000 gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo si sono fermati all’1,4 per cento, questo nel 2017, contro una media del 2,2 per cento della zona euro. A dare una leggera boccata d’ossigeno ci sono le imprese private, mentre lo Stato continua a ignorare il mondo della ricerca. Dall’inizio della crisi economica nel 2008, le risorse pubbliche hanno iniziato a contrarsi, con un picco drammatico nel 2014, dovuto anche al drastico calo del numero dei ricercatori e dei professori universitari. Proprio dal 2008 al 2014 nel mondo della ricerca si è registrata una riduzione del personale del 20 per cento – pari a dieci mila persone in meno. Il peggior dato rispetto a ogni altro settore della pubblica amministrazione.

Andrea. Un dottorato alle spalle, assegni di ricerca che gli hanno permesso di andare avanti di anno in anno fino a oggi. A 37 anni è un ricercatore con un contratto a tempo determinato che scadrà tra tre anni, senza possibilità di rinnovo

E un’altra relazione, questa volta realizzata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, sulla ricerca e l’innovazione aggiunge altri due importanti tasselli. Il primo è che i ricercatori continuano a essere pochi, 140mila circa, la metà rispetto ad altri Paesi con una popolazione pari o poco inferiore alla nostra, il secondo è che oltre a essere pagati poco, in media sono i più vecchi. Ciò se facciamo il confronto con alcuni Stati europei, a esempio Spagna, Austria o Norvegia. Se negli anni Duemila l’età media della popolazione italiana è cresciuta di quasi due anni, quella degli occupati è aumentata di oltre tre. E se è vero che a lasciare invecchiare il mondo del lavoro hanno contribuito diversi fattori – la crisi economica ha reso più difficile l’ingresso dei giovani, mentre la riforma delle pensioni (legge Fornero) ha spostato più avanti l’età pensionabile – lo è altrettanto il fatto che nell’arco di dieci anni il mondo della ricerca è andata avanti con ricercatori che in media hanno tra i quarantacinque e i quarantasei anni - nell’Università si arriva persino a quarantotto anni - senza che nessun governo sia intervenuto davvero in modo strutturale.

Nel frattempo rivela sempre la relazione del Cnr soprattutto tra il 2005 e il 2015 sono aumentati gli assegnisti di ricerca. Lo sa bene Andrea. Un dottorato alle spalle, assegni di ricerca che gli hanno permesso di andare avanti di anno in anno fino a oggi. A 37 anni è un ricercatore con un contratto a tempo determinato che scadrà tra tre anni, senza possibilità di rinnovo. Dal 2011 è precario. La sua fortuna forse è quella di non riuscire a vedere o a immaginarsi nel lungo periodo. «Io sono sempre stato un precario». «Fino a giugno sono andato avanti con un assegno di ricerca. Poi ho potuto accedere a un contratto a tempo determinato che Uni Campania ovviamente non rinnoverà». «Mi piacerebbe restare ovvio, ma se necessario mi sposterò anche se ancora una volta come precario. O forse me ne andrò all’estero, prima di abbandonare del tutto la ricerca. Lì le assunzioni sono più semplici. Si basano sul curriculum, su quello che hai fatto» dice. Secondo Andrea però il danno principale non ricade solo sui precari. A rimetterci a causa di politiche basate sul taglio della spesa e degli investimenti è sul Paese. Che regala risorse a industrie private o all'estero. «Sia chiaro, mentre un buon ricercatore precario se ha bisogno di stabilità non ci mette molto a rivendersi a chi apprezza e ha bisogno di lui, è l'Italia che si ritroverà sempre più povera».

Eppure Andrea sembra rappresentare quasi un’eccezione. Raccontandosi non è arrabbiato o frustrato. Sa solo di essere precario da quasi dieci anni e che per ora «non ho una famiglia, né un mutuo da pagare. Ma se li avessi allora sì che sarei più preoccupato del fatto di non potere aspirare a un posto fisso». Che è necessario una inversione di rotta lo dice lo stesso Cnr. Da anni si cerca di realizzare un piano per stabilizzare i precari e immettere giovani ricercatori, ma con la prospettiva di una carriera. Mete non irragiungibili. Se solo la politica iniziasse a fare la sua parte.

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