Destabilizzare le istituzioni
7 Novembre Nov 2019 0600 07 novembre 2019

Caso Nicosia, ecco perché la Corte Costituzionale non c’entra (e in uno Stato di diritto non dovrebbe entrarci)

L'arresto dell’attivista (forse) radicale ha riacceso le polemiche sulla recente sentenza della Consulta sull’ergastolo ostativo. Pericolose generalizzazioni portano a confondere due binari che devono rimanere distinti: scelte politiche e valutazioni della magistratura

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Antonello Nicosia/pagina Facebook

L’arresto di Antonello Nicosia attivista (forse) radicale per i diritti dei detenuti, transfuga in diversi partiti. Già segretario della parlamentare Pina Occhionero, “censuratoˮ per una precedente condanna per stupefacenti, ha scatenato un’ondata di incomprensibili polemiche contro la decisione della Corte Costituzionale che ha dichiarato la parziale illegittimità delle norme sull’ergastolo ostativo.

Incomprensibili e pretestuose perché non si vede quale sia il nesso tra le due circostanze se non il fatto che l’arresto di Nicosia per il reato di associazione mafiosa sia avvenuto a poco meno di due settimane di distanza dalla sentenza. Ora, come insegnano i logici del diritto, non peggior fallacia del sofisma “post hoc ergo propter hoc” – e figurarsi se lo facciamo nostro – ma desta stupore l’attacco ai magistrati della Corte che certo con la loro decisione nessuna influenza hanno avuto sulla attività illecita che il Nicosia conduceva da tempo. Intendiamoci, allo stato quello che abbiamo sono i testi parziali di alcune intercettazioni in cui come per un altro famoso ex detenuto apparentemente redento, il Salvatore Buzzi di Mafia Capitale, il nostro si abbandona a una serie di considerazioni e vanterie disgustose, che secondo gli inquirenti dimostrerebbero la sua condizione criminale e organica alla mafia.

Com’è noto, per Buzzi l’accusa di associazione di stampo mafioso è definitivamente caduta ed il suo legale, il bravissimo Alessandro Diddi, spergiura che pure cinque anni di galera già scontati sono troppi per ciò che rimane delle accuse a suo carico. Per Nicosia, al netto delle sue ribalde affermazioni (che non sono reato esattamente come il Buzzi-pensiero) si vedrà. Intanto l’occasione è buona per la solita compagnia di giro dei “ travaglianti” per scatenare grottesche accuse contro le “scandalose (ohibo’) sentenze anti-ergastolo della Cedu e della Corte Costituzionale (il Fatto 5 novembre).

Non si capisce di cosa ci si debba scandalizzare oppure come ha sostenuto incautamente il segretario del Pd, Zingaretti “sconcertare”. Nel contempo, quasi “di concerto” (come si direbbe in una sentenza) il neo eletto al Csm Nino Di Matteo, di fronte ad una estatica Lucia Annunziata (per una certa sinistra il fascino della toga fa il paio con quello della divisa per le “madamin “del primo novecento) dopo aver ricordato che è ancora aperta una indagine per mafia e stragi contro un politico italiano iniziata un ventennio fa (to' la prescrizione non c’è ) ma sempre “attuale”, ha “ suggerito” al governo italiano di varare una legge per porre rimedio alla sentenza emessa dalla Consulta. La cosa dovrebbe far accapponare la pelle: la Corte Costituzionale di mestiere corregge le leggi incostituzionali, appunto, ma il raffinato giurista, eroe politico del corpaccione populista della magistratura, propone di farne un’altra, per realizzare gli effetti incostituzionali della norma soppressa.

Bisogna vietare che ai fini di ottenere i permessi per uscire si tenga conto della buona condotta carceraria. Ora, eccellenza, le chiederei di cosa si deve tener conto per uno che sta in carcere da un ventennio, sepolto al 41 bis? Dica pure che sarei curioso. Diciamo che Ella suggerisce al legislatore “una pensata” un po’ truffaldina. Questa la situazione: orbene c’è da dire che la connessione tra la sentenza semplicemente correttiva delle norme sull’ergastolo e la mafia è arbitraria quanto il volerne stabilire una simile tra la lotta alla mafia e la vicenda Montante, ex vicepresidente di Confindustria e paladino dell’anti-Mafia condannato di recente a dodici anni per avere messo su, dietro il paravento della sua condizione di eroe civile, un’organizzazione dedita a ricatti e dossieraggi. Per inciso anche Montante aveva beneficiato inizialmente dell’accusa di mafia poi caduta, esattamente come Buzzi ed oggi Nicosia ( per il quale si vedrà ).

Così come nessuno sano di mente oserebbe generalizzare sulla magistratura la vicenda di Silvana Saguto, ex potente quanto apprezzata presidente “ modello” delle misure di prevenzione di Palermo, di recente espulsa dal corpo, o dell’ex “icona anti-mafia” Antonino Ingroia per il quale i suoi ex colleghi della procura di Palermo hanno richiesto la condanna per peculato, nel silenzio più totale del suo amico ed ex compagno di villeggiatura Travaglio. È pura propaganda populista, Di Matteo e Travaglio utilizzano gli stessi effetti “speciali” e “di pancia” di Salvini con i suoi elettori adoranti.

Non spetta al giudice sindacare la politica di un governo, individuare i relativi indirizzi, attuare con i propri provvedimenti linee di intervento nel campo riservato all'amministrazione, la Corte ha ribadito tale principio anche di recente con riferimento alla soppressione della prescrizione per i reati fiscali

Solo che il loro pubblico è particolare: ad esempio il messaggio del magistrato siciliano è diretto ai suoi colleghi, una porzione ormai non indifferente della magistratura lo vota e dimostra anche nelle sue sentenze e nei suoi provvedimenti una marcata, crescente insofferenza verso i principi di diritto che ancora le Corti supreme ( Consulta e Cassazione ) si ostinano a difendere col sempre più esiguo seguito di tribunali coraggiosi ed ostinati nel presidio del loro ruolo di garanti dei diritti dei cittadini.

Proprio la vicenda Ilva richiama la ferma e netta presa di posizione della Corte Costituzionale investita dal Gip di Taranto della richiesta di incostituzionalità della prima normativa sullo “scudo penale” per gli amministratori dell’acciaieria. Disse il Giudice delle Leggi che «non può essere ammesso che un giudice (ivi compresa la Corte) ritenga illegittima una nuova normativa in forza di una valutazione di merito di inadeguatezza della stessa, a prescindere dalla rilevata violazione di precisi parametri normativi, costituzionali o ordinari, sovrapponendo le proprie valutazioni discrezionali a quelle del legislatore e delle amministrazioni competenti».

In sostanza non spetta al giudice sindacare la politica di un governo, individuare i relativi indirizzi, attuare con i propri provvedimenti linee di intervento nel campo riservato all’amministrazione. E tale principio la Corte ha ribadito anche di recente con riferimento alla soppressione della prescrizione per i reati fiscali richiesta dalla Corte di Giustizia europea (ord. 24/17 Taricco). Sta qui il succo della questione: nella "riserva politica” che una certa parte della magistratura ritiene di avere nei confronti del processo di riforma della società.

Un pericolo di destabilizzazione di istituzioni di garanzia che finirebbe per ritorcersi contro tutta la magistratura. Purtroppo una tentazione nella quale cade ad esempio un giurista e autorevole ex magistrato come Giuseppe Pignatone allorché critica duramente senza conoscerle le motivazioni delle sentenze (del tribunale all’epoca ed oggi della Cassazione). Intendiamoci: il diritto di critica è sacrosanto ma non può sfuggire quale ricaduta istituzionale abbia quello esercitato da chi lo Stato rappresenta o ha rappresentato ai massimi livelli.

Una cosa dovrebbero avere chiara i magistrati: lo Stato di diritto deve accettare una certa proporzione di rischio connessa alla libertà che deve garantire ai suoi cittadini. Nessuna democrazia può realizzare la sicurezza assoluta, così come la magistratura non può cancellare il rischio dell’errore giudiziario. Sta nella tolleranza e nel sistema di bilanciamento istituzionale tra i poteri, nel sistema dei reciproci controlli, l’essenza della democrazia. Che oggi è molto fragile.

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