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Linkiesta Festival
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8 Novembre Nov 2019 1437 08 novembre 2019

“Il vero articolo 18? Fare formazione”

Luigi Sbarra, segretario Generale Aggiunto CISL interviene al dibattito “Feed your work" che apre il festival de Linkiesta al Teatro Parenti di Milano fino al 9 novembre. «Dobbiamo evitare che l'automazione spiazzi un sistema Paese inadeguato a cogliere la sfida del cambiamento»

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Come rimettere al centro il lavoro. Parlare di occupabilità e non solo di occupazione, di nuove competenze e formazione e non solo di lavoro povero e poco qualificato. Questo è il tema centrale di Feed your work è il dibattito che apre il festival de Linkiesta. Ma cos'è l'occupabilità? «Rendere protagonista l'individuo ed esaltare le sue competenze facendole incontrare con le richieste del mercato non è una rivoluzione. Se ne parla da vent'anni ma ora c'è bisogno vitale di aggiornare le proprie competenze se vogliamo stare nel mondo del lavoro» ha detto Andrea Malacrida, amministratore Delegato the Adecco Group Italia che gestisce 50mila persone in 10mila aziende. «Ci rivolgiamo a tutte le comunità: dai giovani ai 50-64 enni che si chiedono: come posso riqualificarmi nel mondo del lavoro? La risposta è feed your work, alimenta il tuo lavoro. Bisogna nutrire le nostre competenza». Per questo Adecco lavora da tempo con Microsoft a un software che capisca cosa possono offrire i lavoratori nel mercato per evitare il mismatch tra domanda e offerta di lavoro.

Diventa però difficile per un Paese che ha un tasso di disoccupazione al 9% risolvere subito il tema del mancato incontro tra imprese e lavoratori. «La quarta rivoluzione industriale ci obbliga ad aggiornare il modo in cui il sindacato deve rapportarsi alla realtà. Il cambiamento nel mondo del lavoro è forte, tumultuoso, serve un nuovo umanesimo del lavoro. La politica fa fuochi di artificio per qualche decimale in più o in meno nei dati trimestrali. Il problema è che siamo quasi riusciti a tornare ai livelli di occupazione pre crisi economica ma siamo ancora molto indietro per le ore lavorate» spiega Luigi Sbarra, segretario Generale Aggiunto Cisl. Come risolvere il problema? Nuove tecnologie capitale umano, aggiornamento.

«A 50 anni dallo Statuto dei lavoratori il vero articolo 18 è la formazione. Dobbiamo migliorare competenze, conoscenze e professionalità delle persone che lavorano. Tramite la contrattazione dobbiamo ottenere il diritto soggettivo alla formazione. La politica si occupa di regolare spazi che invece si dovrebbe lasciare all'autonomia delle parti sociali. La politica ha solo un messaggio: fare tutto con la legge. Dal salario minimo in poi, Ma i posti di lavoro stabilii e retribuiti non si creano per legge. Servono investimenti pubblici e privati» la denuncia di Sbarra che non vede segnali dalla politica sul mercato delle politiche attive. «Attualmente al ministero dello Sviluppo economico ci sono 150 tavoli di crisi aperti. Già con l'attuale legge di bilancio o il governo investe per assicurare le proproghe e il finanziamento degli ammrotizzatori sociali o i primi mesi del prossimo anno avremo i primi licenziamenti».

Chiariamo una cosa: lo strumento di riassicurazione europea per la disoccupazione che ha in mente Von der Leyene non sarà un semplice assegno di disoccupazione erogato direttamente da Bruxelles

Irene Tinagli

La presidente della Commissione europea ha proposto una forma di riassicurazione europea per la disoccupazione. «Non è un assegno europeo sulla disoccupazione, non ci sarà un'erogazione direttamente da Bruxelles. Purtroppo non possiamo dire come si concretizzerà questa idea perché siamo ancora nelle prime fasi. Siamo felici che questa idea proposta dai socialisti europei sia stata ripresa dalla Von Der Leyen», chiarisce Irene Tinagli, presidente della Commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo Se c'è un Paese che da vent'anni ha una disoccupazione alta come Spagna e Italia, l'Europa non può intervenire per cambiare problemi strutturali. Sarà però uno strumento che si attiverà in caso di shock forti nell'economia. Potrebbe svilupparsi sotto forma di prestito ma ora il compito di elaborarlo nei dettagli spetta al nuovo commissario europeo all'Economia Paolo Gentiloni». Il problema quando si parla di lavoro a livello europeo è che molti Stati del Centro e Nord Europa hanno paura che strumenti del genere potrebbero tramutarsi in misure assistenziali.

«La pensione pubblica non è più sufficiente. Serve una previdenza integrativa perché l’aspettativa di vita si allunga e le carriere lavorative sono sempre più discontinue e instabili» dice Francesca Persiani, Insurance advisor, legale e compliance di propensione.it, la società d'intermediazione assicurativa on-line, specializzata nel settore della previdenza. «Bisogna passare dal concetto di Welfare a quello di Well-being. Tradotto: mettere qualcosa da parte per poter vivere meglio in futuro. Purtroppo solo il 34% del pubblico potenziale è iscritto a un fondo pensione. Nei Paesi Bassi e Regno Unito i fondi pensione superano addirittura il Pil della Nazione».

Il messaggio del governo ha avuto un sapore assistenziale. Il giovane meridionale non vuole l'elemosina, vuole lavorare

Luigi Sbarra, segretario aggiunto generale Cisl

Sul palco si è parlato anche di Decreto dignità, approvato un anno fa dal governo gialloverde. «Purtroppo va nella direzione opposta rispetto al trend dell’economia reale. Andiamo in giro per le aziende e c’è tanto stupore per la politica che non riesce a capirne gli effetti a dodici mesi dall’approvazione. L’obiettivo del governo era ridurre la precarietà: è successo il contrario. Nessuna azienda utilizza la clausola per rinnovare dopo 12 mesi il lavoro. E gli effetti del primo mese 2020 saranno ancora più critici». Spiega Malacrida. Stesso discorso per il reddito di cittadinanza. Se sleghiamo l’effetto dal lavoro forse qualche effetto positivo lo ha portato. Se parliamo di politiche attive non c’è stato. La politica ha ignorato chi aveva le competenze frutto di decenni di lavoro sul campo».

Il problema è sempre quello: manca una seria riforma delle politiche attive del lavoro. Se fosse andato avanti il Jobs Act sarebbe cambiato qualcosa? O il problema è strutturale? «Non basta una legge per cambiare dalla sera alla mattina i problemi del mercato italiano. Ci sono due approcci diversi tra il Jobs Act e una misura come il reddito di cittadinanza. Il Movimento Cinque Stelle ha sempre avuto l'idea che solo il pubblico poteva occuparsi di occupabilità. Non hanno mai guardato al gruppo d'imprese private che da anni lo fanno e potrebbero essere più utili per i cittadini. Guardavano al modello tedesco, ma dobbiamo fare i conti con la realtà italiana», spiega Tinagli. Sono le realtà locali ad avere più il polso della situazione. Secondo l'europarlamentare PD il problema del Jobs Act è che la parte delle politiche attive era stata congelata in attesa di sapere il risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre. Perché l'obiettivo del Governo Renzi era avere uno Stato più forte che facesse da coordinamento rispetto alle politiche delle diverse Regioni. «Avevamo ideato un'agenzia nazionale e una struttura elaborata. Ma Il problema è che non esisteva un piano B in caso di fallimento della riforma costituzionale».

Negli ultimi tempi i sindacati vengono convocati spesso dal Governo per dare un parere sulle riforme, compreso il reddito di cittadinanza. «La parte sulle politiche attive del lavoro non funziona perché prima di pensare a redistribuire il lavoro bisogna crearlo. Pensare che ci siano tre offerte di lavoro a Cosenza o nella locride dove vivo io è impensabile. Si è fatta un'operazione propagandistica. Il messaggio del governo ha avuto un sapore assistenziale. Il giovane meridionale non vuole l'elemosina, vuole lavorare. Hanno sprecato delle risorse che potevano servire per le infrastrutture pubbiche e stimolare l'iniziativa privata», dice Sbarra. «Più degli arrivi dei migranti dovremmo pensare ai ragazzi che lasciano la loro terra. Dal 2000 sono stati 2 milioni solo nel Sud Italia».

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