L’algoritmo dei Savi di Sion
8 Novembre Nov 2019 0601 08 novembre 2019

Ragioni serie per diffidare del coro di solidarietà per Liliana Segre

Dopo le minacce alla superstite dell’Olocausto, le forze politiche che solo qualche giorno fa l’avevano criticata hanno timidamente preso le distanze dagli attacchi. Ma sono le stesse che rilanciano le teorie della «sostituzione etnica»

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Foto da Facebook

Unanime solidarietà a Liliana Segre, messa sotto scorta per le minacce e gli attacchi antisemiti subiti, dalle forze politiche presenti in Parlamento (comprese quelle per cui le due righe precedenti andrebbero lette senza l’ultima virgola).

Durissimi proclami di lotta all’antisemitismo dai principali sostenitori, su giornali, tv e social network, della teoria della «sostituzione etnica»: dell’idea cioè che un gruppo di banchieri ebrei capitanati da George Soros finanzierebbe le ong per alterare la composizione etnica (gentile eufemismo che sta evidentemente per «razziale») del continente europeo.

Fermissime dichiarazioni di condanna da parte del Movimento 5 stelle, che vede tutt’ora tra i suoi senatori quell’Elio Lannutti che a gennaio rilanciava sui social network nientemeno che i «Protocolli dei Savi di Sion», linkando un articolo («Le 13 famiglie che comandano il mondo») tratto da uno dei tanti deliranti siti cospirazionisti del genere, e presentandolo con queste parole: «Il gruppo dei Savi di Sion e Mayer Amschel Rothschild, l’abile fondatore della famosa dinastia che ancora oggi controlla il sistema bancario internazionale, portò alla creazione di un manifesto: “I Protocolli dei Savi di Sion”». Parole inequivocabili, dinanzi alle quali il massimo che Luigi Di Maio è riuscito a dire è stato quanto segue: «Come vicepresidente del Consiglio e come capo politico del M5S prendo le distanze, e con me tutto il Movimento, dalle considerazioni del senatore Elio Lannutti». Una linea talmente comoda e su misura che lo stesso Lannutti ha potuto indossarla sin dal giorno dopo, dichiarando: «Condividere un link non significa condividere i contenuti, da cui comunque prendo le distanze». Avessero voluto davvero distanziarsene, Lannutti e Di Maio, avrebbero fatto prima a cambiare partito. Ma lo stesso si potrebbe dire della Lega e di Fratelli d’Italia, che dai metodi della Casaleggio Associati non hanno fatto altro che copiare, ispirandosi alle reti di blog, pagine facebook e siti internet ufficiali e non ufficiali di area grillina, non meno che ai servizi della Gabbia del futuro parlamentare cinquestelle, ed ex leghista, Gianluigi Paragone (tra i primi a portare in Italia l’armamentario ideologico del «piano Kalergi» e della «sostituzione etnica»). Alla base di tutto questo c’è infatti l’algoritmo più antico del mondo: la politica dell’odio e del capro espiatorio, dell’identificazione del nemico assoluto in contrapposizione alle forze sane e buone della nazione (il “popolo autentico”, i “veri italiani”).

Perché quello che bisognerebbe capire, se volessimo parlare sul serio di antisemitismo e del grande ritorno della politica dell’intolleranza, è che tutto questo prima che un contenuto è una forma, un metodo, uno stile di pensiero

Perché qui sta il punto. Perché quello che bisognerebbe capire, se volessimo parlare sul serio di antisemitismo e del grande ritorno della politica dell’intolleranza, è che tutto questo prima che un contenuto è una forma, un metodo, uno stile di pensiero.

Che il bersaglio siano le Ong o i partiti, i migranti o i banchieri, gli ebrei o i neri, alla fine dei conti, non è l’aspetto decisivo. Ci stupiamo del ritorno dell’antisemitismo perché non ci piace concentrarci su che cosa effettivamente ha reso e rende ancora oggi possibile l’antisemitismo. Vale a dire la pressione del conformismo sociale sui diritti delle minoranze, contro le quali la politica del capro espiatorio, tanto più facilmente nei periodi di crisi, scatena il risentimento e la frustrazione delle maggioranze.

Di fronte all’orrendo spettacolo delle minacce e delle ingiurie a una superstite dell’Olocausto, perlomeno di fronte a questo, per fortuna, nell’Italia di oggi è ancora prevalente una reazione di sdegno. E proprio per questo, però, è meno significativa: perché, appunto, maggioritaria. Se gli assassini del carabiniere Mario Cerciello Rega fossero stati effettivamente «due africani» – come l’oscura macchina della propaganda di odio online aveva prontamente fatto credere, con un tempismo e un’efficacia su cui avremmo dovuto riflettere di più – quanti avrebbero avuto il coraggio di difenderne ugualmente i diritti costituzionali, e di contrastare l’equazione secondo cui, di conseguenza, tutti i migranti sono assassini? Ma perché dire «migranti», suvvia, non siamo ipocriti: diciamo pure tutti i neri. Neri che – come ci insegna in questi giorni il capo ultrà del Verona, più o meno apertamente spalleggiato da tanti autorevoli esponenti della Lega, nella polemica su Mario Balotelli – non potranno mai essere del tutto italiani. Come non potevano esserlo gli ebrei nella Germania, e nell’Italia, degli anni Trenta.

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