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8 Novembre Nov 2019 0600 08 novembre 2019

«Ok boomer», la frase per zittire gli adulti è il manifesto di un divario generazionale

Nato come meme sui social, si è subito diffuso nell’uso comune per far tacere un anziano che dispensa consigli fondati su una mentalità antiquata e lontana dalla realtà attuale. Esprime frustrazione, ma anche un segnale d’allarme: i “vecchi” devono capire meglio cosa sta succedendo nel mondo

giovani
Frederic J. BROWN / AFP

Chlöe Swarbrick, parlamentare del Green Party neozelandese di 25 anni, stava discutendo dei benefici dello Zero Carbon Bill, un disegno di legge che avrebbe cancellato le emissioni di anidride carbonica del Paese entro il 2050, quando un altro membro del Parlamento, più anziano, ha cominciato a infastidirla con commenti sulla sua età. «Ok boomer», ha risposto lei, mettendolo a tacere nel silenzio generale.

L’espressione, nata come meme (cosa che accade ormai per gran parte del linguaggio contemporaneo) ha conosciuto subito una grandissima diffusione tra la cosiddetta Generazione Z, soprattutto grazie a TikTok, dove appare in una serie di video brevissimi in cui i giovani zittiscono i vecchi genitori, gli ex Baby Boomer, insieme alle loro opinioni antiquate, paternalistiche e fuori contesto. È, in sostanza, uno slogan di ribellione, già finito su cappellini da baseball e magliette che rappresenta il senso di frustrazione delle giovani generazioni verso i più anziani.

Non è una novità. Gli adolescenti sono insofferenti, è una legge di natura. Cresceranno, si dice. Matureranno e si trasformeranno negli stessi anziani che criticavano. Stavolta però ci sono alcuni elementi di novità. Il primo è, senza dubbio, il cambiamento climatico. Una questione su cui, quasi in modo inaspettato, si è allargata la frattura generazionale. Sotto questo profilo, la retorica incendiaria (dalla casa in fiamme in poi) della sedicenne svedese Greta Thunberg ha esercitato una influenza decisiva: ha trovato i colpevoli, cioè tutti coloro che sono vissuti finora senza preoccuparsi del clima – e sono i Baby Boomer – e individuato le vittime dirette, cioè i giovani stessi, condannati a vivere in un mondo che sarà funestato da un clima impazzito e sempre meno vivibile. Sotto questo aspetto, frasi come «Ci avete rubato il futuro» assumono una connotazione generazionale e costruiscono una identità comune nei confronti di un nemico – il boomer, appunto. Va ricordato che è proprio qui la grande differenza tra il suo operato e quello di Al Gore, che pure da almeno 25 anni, cioè dal suo GLOBE programme del 1994, cerca di lanciare allarmi sul clima, ma senza incidere granché.

In questo contesto la frase accompagna una nuova forma di resistenza, anche politica. Perché aiuta a screditare chi, ancora oggi e nonostante le evidenze scientifiche, si ostina a negare la necessità di intervenire.

Ma c’è un aspetto aggiuntivo: dire “Boomer” significa ricordare, appunto, gli anni del boom. Quelli della crescita economica, del moltiplicarsi delle opportunità economiche, lavorative, di carriera. Una epoca differente, ben lontana dalla precarietà della situazione attuale, connotata piuttosto da disuguaglianze sociali crescenti. Cosa può capire del mondo di oggi, si chiedono, chi non si misura (e non si è mai misurato) con le difficoltà di trovare un impiego stabile? O che non comprende la portata del cambiamento introdotto dal digitale (o, se lo comprende, ne rimane in larga parte immune)?

Il successo ottenuto dell’espressione rivela molto del divario tra le due generazioni: gli adulti, come ammette in modo chiaro Bret Easton Ellis in Bianco, non capiscono e mal sopportano la fragilità dei più giovani: per loro viene utilizzata, ormai in modo normale, il termine “snowflake” (fiocco di neve). La parola, dopo essere stata in voga negli ambienti della alt-right americana, ha subito uno sdoganamento (e una ripulita) che la ha, di fatto, resa utilizzabile nel contesto di ogni giorno. “Snowflake” sono le persone troppo suscettibili (e qui il problema sta nel collocare quanto è “troppo”), permalose, debole e fragili. Usato in senso dispregiativo nei confronti delle minoranze che chiedevano rispetto, è poi passato a connotare un’intera generazione – i giovani, appunto – nell’intenzione di spronarli ad accettare le amarezze della vita, sminuendo (e a volte deridendo) le loro difficoltà. Del tutto normale che, prima o poi, sarebbe scaturita una reazione.

«Ok boomer» è una dichiarazione di guerra. L’importante è che non si limiti a chiudere la bocca agli “anziani”. Ma li aiuti anche ad aprire gli occhi.

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