Dotte lezioni che non lo erano
9 Novembre Nov 2019 0601 09 novembre 2019

In difesa di Nicola Zingaretti

Ora che risultati elettorali e sondaggi lo danno in declino, molti autorevoli commentatori intonano il canto funebre per un leader che ha l’unica colpa di aver fatto tutto quello che dicevano loro

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GABRIEL BOUYS / AFP

Da quando i risultati delle elezioni regionali e quelli ancor più impietosi dei sondaggi hanno messo in luce la debolezza del Pd, editorialisti e retroscenisti hanno cominciato a dare per scontata non meno che imminente la conclusione di un’agonia politica di cui, in verità, non ci avevano mai raccontato l’inizio.

E così, mentre già si cominciano a leggere i nomi dei possibili successori di Nicola Zingaretti, alle profezie di sventura sulle prossime scadenze elettorali si aggiungono le critiche e le recriminazioni, e in molti si domandano come sia potuto accadere che l’alleanza giallorossa, nata poco più di due mesi fa per sbarrare il passo alla destra, in così poco tempo sembri avere già sortito l’effetto diametralmente opposto.

Giusto ieri la media tra le rilevazioni di tutti i principali istituti di sondaggi certificata settimanalmente da Youtrend/Agi ha messo nero su bianco che il centrodestra avrebbe ormai la maggioranza assoluta dei consensi, mentre quello che dovrebbe essere il primo partito di opposizione, il Pd, otterrebbe appena il 18,7. Vale a dire esattamente lo stesso identico risultato delle politiche del 2018, quel minimo storico al quale era stata (giustamente) inchiodata la leadership di Matteo Renzi.

Pertanto, obiettare che sul risultato di oggi pesa la scissione di Italia Viva sarebbe doppiamente fuorviante: in primo luogo perché, come già spiegato su queste pagine, il risultato ottenuto dal Pd in Umbria (22,3), dove Italia Viva non si presentava, proiettato su scala nazionale sarebbe perfino inferiore (16,8). E in secondo luogo per una ragione di buon gusto, prima ancora che logica: sono infatti i sostenitori della tesi secondo cui a far crollare i consensi al Pd sarebbe stata la svolta a destra impressa da Renzi a dover spiegare perché, dopo la sua uscita dal Pd, quei voti non siano tornati a casa.

Tanto più in corrispondenza del tracollo del Movimento Cinque Stelle, che secondo la stessa teoria si sarebbe giovato proprio di quei voti di sinistra messi in fuga da Renzi (a giudicare dai flussi, se ne dovrebbe concludere che i voti di sinistra trasmigrati dal Pd verso di loro abbiano infine trovato casa nella Lega di Matteo Salvini).

Ma Nicola Zingaretti, a essere onesti, non è né il primo né il secondo nella lista di tutti coloro che dovrebbero dare qualche spiegazione in proposito. A spanne, direi che almeno i primi cento posti sono già occupati, con miglior titolo, da una lunga schiera di giornalisti, intellettuali e conduttori televisivi – ma anche attori, cantanti, registi e scrittori – che da almeno due anni ci spiegano come il Pd debba fare esattamente tutto quello che ha fatto Zingaretti negli ultimi due mesi.

Un coro assordante che non ha solo contribuito a spingere il Pd sulla strada sbagliata, ma che ha al tempo stesso contribuito a mettercelo nella posizione oggettivamente più difficile: quella di chi deve praticamente chiedere solo perdono per tutto quello che ha detto e fatto fino al giorno prima, e che dai Cinquestelle ha solo da imparare, se vuole riconquistare un rapporto con il suo popolo, con le periferie, con gli esclusi.

Quante dotte lezioni sono state inflitte ai dirigenti del Partito Democratico su come prendere esempio dai Cinquestelle, a cominciare dal reddito di cittadinanza, fino a ieri indicato da tanti come il tipico provvedimento di sinistra che il Pd avrebbe dovuto essere il primo a sostenere. E oggi come l’emblema di un metodo di governo capace di illudere molti per poi scontentare tutti, con effetti disastrosi tanto sul governo del paese quanto sul consenso dei governanti.

La linea dell’abbraccio acritico e incondizionato ai Cinquestelle – peraltro più simile a quello di un pugile suonato nei confronti dell’avversario che a quello di un innamorato – non si sarebbe affermata in modo tanto rapido e incontrastato, se non avesse avuto alle spalle due anni di un simile cannoneggiamento.

Per quanto l’immagine possa risultare straniante, gran parte dei nostri più autorevoli commentatori somigliano agli amici dell’indimenticabile Sogliola di Animal House, e con lo stesso spirito oggi sembrano compatire il segretario del Pd: «Avanti, Nicola, vorrai mica passare il resto della vita a piangere sul latte versato? Hai fatto una sciocchezza: ti sei fidato di noi».

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