12 Novembre Nov 2019 0600 12 novembre 2019

Perché #AnneFrank è un film da vedere, prima che la memoria venga cancellata

Il film sovrappone alla lettura di passaggi del famoso “Diario” la testimonianza di cinque donne sopravvissute alla Shoah, oltre a commenti di esperti e storici. Un’operazione doverosa, volta a salvare il ricordo di un’epoca destinata a essere sempre più lontana

anna-frank-museo
ODD ANDERSEN / AFP

Non era semplice riprendere in mano la storia di Anna Frank, raccontarla ancora una volta, collegarla al presente, affiancarla con le testimonianze di cinque donne sopravvissute alla Shoah (che in comune con l’autrice del Diario avevano, più o meno, l’età) e consegnare un documentario completo, complesso, intenso e illuminante. Ma #AnneFrank, vite parallele, delle registe Sabina Fedeli e Anna Migotto, è proprio questo.

Impreziosito dalla presenza dell’attrice inglese Helen Mirren, che accompagna la storia leggendo passaggi del Diario, il docufilm segue le orme di una ragazza del giorno d’oggi, Katerina (come Kitty, il nome che Anna Frank aveva scelto di dare al suo diario) che vaga per l’Europa incontrando i luoghi più tragici della storia della Shoah, dal campo di concentramento di Bergen Belsen a quello di Auschwitz, fino a raggiungere Amsterdam, la città di Anna Frank. Nel suo percorso raccoglie in silenzio – scrivendo su uno smartphone – riflessioni e domande su quanto è accaduto e sul significato che gli si deve riconoscere.

A questo filo narrativo – e qui si vede il profondo lavoro preparatorio – si aggiungono le testimonianze di cinque donne: Arianna Szörenyi (1933), Sarah Lichtsztejn-Montard (1928), Helga Weiss (1929) e le sorelle Andra e Tatiana Bucci (1937 e 1939). Più o meno coetanee di Anna Frank, anche loro hanno subito gli sconvolgimenti della furia nazista, venendo deportate nei campi di concentramento (una addirittura l’avrebbe anche incontrata nel campo: «Era magra. Quando mi vide fece un sorriso timido», racconta) e uscendone vive. A tutto questo si devono sommare i contributi di professori e studiosi, che forniscono un inquadramento storico preciso e allargano il campo rispetto alla visione della memoria individuale.

«Giocavamo con i nostri pidocchi: li mettevamo vicino alla cucitura di una maglia e facevamo la gara a quale arrivasse per primo»

Sarah Lichtsztejn-Montard

Proprio per questo il film non trascura nulla, dipanandosi lungo i sentieri del ricordo e della possibilità. Cosa sarebbe diventata Anna Frank? Lo si può forse cogliere ascoltando le storie (parallele, appunto) delle donne sopravvissute? Magari anche lei, come Sarah Lichtsztejn Montard, avrebbe considerato i propri figli la sua «vendetta contro i nazisti. E i nipoti, be’, il mio marameo ai nazisti». Oppure, come Arianna Szörenyi, avrebbe lasciato alla figlia la difficile eredità di un dolore incolmabile («Mia madre non è mai uscita dai campi. Una parte di lei è rimasta lì per sempre»), propagando la sofferenza – e con quella, la necessità di risolverla, di ricordarne le cause, di combatterle, di generazione in generazione.

Perché il film, che è indirizzato (e per fortuna) ai giovani, ha proprio questo obiettivo: raccontare, ancora e ancora, quello che è accaduto. Mostrare, di nuovo e di nuovo, le immagini dei morti e dei vivi (ridotti quasi a scheletri) all’arrivo degli esercito degli Alleati nei campi, far capire e immaginare, magari con l’immedesimazione, come sono andate davvero le cose, anche indugiando nei suoi lati meno tragici. Lichtsztejn-Montard racconta di come, insieme alle altre bambine, «giocavamo con i nostri pidocchi: li mettevamo vicino alla cucitura di una maglia e facevamo la gara a quale arrivasse per primo». Il premio, certo, «non esisteva. Ma così facevamo passare il tempo». E dice che quando potevano, cantavano: «Noi francesi soprattutto le canzoni di Edith Piaf. Gli italiani invece “Mamma”, per nostalgia. Era bello».

Ma alla fine, quando il viaggio di Katerine si conclude, la lettura del diario di Anna Frank si interrompe (i nazisti li scovano due settimane dopo il suo primo bacio con il compagno di clandestinità Peter van Pels) e le sopravvissute lanciano il loro ultimo appello a non dimenticare, la sensazione che rimane è un misto di angoscia e vuoto. È vero, l’Europa è disseminata di monumenti, lineari e geometrici come la spietatezza messa in campo dai nazisti, ed è costellata da musei, comitati per non dimenticare, associazioni, programmi scolastici. In questo ambito, chi vuole sapere, può farlo. Eppure quell’epoca si sta allontanado – è inevitabile – nel tempo. Le storie cominciano a scivolare via, i testimoni sono sempre di meno. Il ricordo rischia di appesantirsi di retorica e il risultato è che la gravità di quanto è accaduto comincia a scolorire.

Non è un caso che, sempre di più, circolino idee che minimizzano, o negano o, peggio ancora, rivendicano, quello che hanno fatto fascisti e nazisti. Qualcuno dirà che ci sono sempre state, ed è vero. Ma prima che una certa politica, per mere ragioni elettorali (si spera almeno), facesse loro l’occhiolino, restavano confinate nel tabù dell’indicibile. Ora non è più così: certe cose vengono dette, avvalorando l’idea che si possano dire. Per questo film come #AnneFrank: vite parallele sono più preziosi che mai. Servono a tutti: ai giovani, ma non solo a loro. Perché, come è noto, «la memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace» (non vi diciamo chi lo ha detto, perché dovreste saperlo già).

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