Stagnazione
12 Novembre Nov 2019 0600 12 novembre 2019

Falliscono di più. Fatturano di meno. Le piccole e medie imprese mai così deboli dal 2013

I dati del Rapporto Cerved 2019 sulle Pmi, dopo cinque anni di crescita, indicano i primi segnali di defaillance. Tornano a crescere i fallimenti e i ritardi dei pagamenti dei fornitori. E gli investimenti sono bloccati, ma non per mancanza di soldi in cassa

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Non bastavano i 160 tavoli di crisi aziendali, il caos Ilva e Alitalia. Ora, per la prima volta dal 2013, anche le piccole e medie imprese italiane mostrano forti segnali di debolezza. La redditività è in calo e il fatturato è fermo ai livelli del 2017, con i ritardi nei pagamenti e le dichiarazioni di fallimento che sono tornati a crescere. La congiuntura più debole, per fortuna, non ha intaccato i profili di rischio delle imprese, che però continuano a muoversi “in difesa”, senza investire. La fotografia amara, nello stesso giorno in cui l’Istat ha registrato la settima flessione consecutiva nella produzione industriale, arriva dal Rapporto Cerved 2019 dedicato alle pmi, che ogni anno fotografa lo stato delle di salute delle nostre imprese dal punto di vista dei bilanci, della demografia, del credito e del debito commerciale e del rischio di default. «Dopo cinque anni in cui avevamo dato conto della lenta ma costante ripresa delle pmi, nel Rapporto 2019 emergono una serie di segnali che suggeriscono la fine di questa fase», spiega Andrea Mignanelli, ad di Cerved group.

Il rallentamento ha riguardato tutti i settori, con l’eccezione delle costruzioni, che dopo anni di forte debolezza hanno evidenziato una crescita più sostenuta del resto dell’economia. Il valore aggiunto è cresciuto (+4,1%) ma ritmi più ridotti dei costi del lavoro (+5,6%), con effetti negativi sulla produttività. Per la prima volta dal 2013 gli indici di redditività risultano in calo. E anche i dati relativi alla demografia di impresa indicano un indebolimento. Dopo il positivo balzo del 2017 (+5,5%), il numero di pmi ha continuato a crescere nel 2018 raggiungendo quota 161 mila, ma a ritmi più lenti (+2,9%). E nei primi sei mesi del 2019 il numero di nuove aziende risulta in calo.

In crescita, invece, le uscite dal mercato: nel 2018 è di nuovo aumentato il numero di pmi che hanno avviato procedure di default o di liquidazione. E nel 2019 i fallimenti sono tornati a crescere, con incrementi maggiori nell’industria e nei servizi.

Le pmi che classifichiamo come “sicure” o “solvibili” potrebbero finanziare investimenti per 133 miliardi di euro senza compromettere il loro profilo di rischio

Andrea Mignanelli, ad di Cerved group

La congiuntura più debole, però – avvertono da Cerved – non ha intaccato il processo di rafforzamento dei fondamentali finanziari delle pmi. Ma le informazioni sui pagamenti indicano che, dopo una lunga fase di miglioramento, nei primi sei mesi del 2019 sono tornati ad aumentare i ritardi e i tempi di pagamento. Nonostante il numero di aziende che in media pagano i fornitori con ritardi superiori a due mesi rimanga ben lontano dai massimi registrati durante la recessione.

In stallo, i livelli di investimento, che rimangono largamente inferiori a quelli pre-crisi. Ma i dati indicano che i livelli assoluti ancora bassi non dipendono da caratteristiche finanziarie inadeguate a supportare un maggior volume di finanziamenti. Al contrario, un’analisi su oltre 100 mila pmi che secondo il Cerved Group Score si collocano in un’area di sicurezza o di solvibilità finanziaria, evidenzia un enorme potenziale per finanziare ulteriori investimenti. «Le pmi che classifichiamo come “sicure” o “solvibili” potrebbero finanziare investimenti per 133 miliardi di euro senza compromettere il loro profilo di rischio. E risorse aggiuntive potrebbero arrivare dall’adeguato utilizzo delle nuove tecnologie», spiega Mignanelli.

Ma gli orizzonti di incertezza non aiutano. Eppure, ora le procedure di allerta previste dal nuovo “codice della crisi”, che mirano a un’emersione anticipata delle crisi aziendali, prevedono la necessità di nuovi investimenti. Il rispetto degli obblighi previsti dalle nuove norme richiederà alle imprese di dotarsi di sistemi di autovalutazione per monitorare il rischio di default, cosa che comporterà investimenti non trascurabili in sistemi di risk management e formazione, con maggiori costi per ogni pmi compresi tra 20 e 40mila euro all’anno. I benefici per il sistema potrebbero comunque superare i costi e raggiungere i 10 miliardi di euro, avvertono da Cerved.

La previsione, però, è che per il futuro prossimo le pmi italiane continueranno ad agire “in difesa”. Pur continuando a mostrare profili finanziari solidi, nel 2019 i fatturati segneranno una netta frenata e gli indici di redditività subiranno un’altra flessione. Insomma, cresceranno poco e continueranno a investire poco.

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