Bocciato Boccia
13 Novembre Nov 2019 0600 13 novembre 2019

L’autonomia non serve, per lo sviluppo di Lombardia e Veneto serve una politica industriale seria

Autonomia significa distaccarsi, almeno in parte, da un contesto economico-politico nazionale che fa da zavorra. Tuttavia, in Italia il processo resta fatalmente incompleto. Come rimediare?

Industria_Linkiesta
Patrick HERTZOG / AFP

L’autonomia regionale sta alla Lombardia come il concetto di città-stato sta a Milano. Su quest’ultimo si è espresso il sindaco Sala a LinkiestaFestival sabato scorso. Se non hai un sistema Paese che ti sta dietro, non vai da nessuna parte. Questo, in buona sostanza, è stato il messaggio del primo cittadino del capoluogo lombardo. E lo stesso va detto per il processo di autonomia regionale, le cui contraddizioni sono contingenti, ma ancor più strutturali.

Primo, una Lombardia e un Veneto autonomi sono ambizione delle giunte presiedute da Attilio Fontana e Luca Zaia, targate Lega. A rigor di logica, l’autonomia è l’anticamera del federalismo, che a sua volta dovrebbe anticipare la secessione. Questo se fossimo ancora con la Lega Nord bossiana di 15-20 anni fa. Oggi l’autonomia che c’azzecca con il sovranismo di Matteo Salvini? Non è chiaro infatti come “l’Italia agli italiani” possa sposarsi con la Lombardia ai lombardi, il Veneto ai veneti e lo stesso con Emilia-Romagna e pure Campania. Se parte il domino, per gli italiani di Italia ne resta poca. Però fa nulla. La coerenza non è un valore politico. Spetta a chi di dovere in via Bellerio dare un senso logico al progetto.

Altro ostacolo è il governo. Nel Giuseppe Conte 1, il ministero per gli affari regionali e le autonomie era in quota Lega, con Erika Stefani. Che però non ha lasciato una traccia degna di storia. Il che dovrebbe far riflettere sulla volontà o meno di Salvini di andare avanti sul tema. Per il Conte 2 è da farsi un tutt’altro discorso. Francesco Boccia, Pd e successore della Stefani, ha appena presentato la sua bozza di riforma delle autonomie differenziate regionali.

Il documento verrà discusso venerdì alla Conferenza Stato-Regioni. Sia Fontana sia Zaia però, ma anche l'emiliano-romagnolo stefano Bonaccini, hanno già fatto sapere che il testo non va bene. Materia del contendere sono il fisco e la definizione-finanziamento dei Livelli essenziali di prestazioni (Lep). Sulla distribuzione delle risorse, il governo vorrebbe che le regioni più ricche garantissero adeguati trasferimenti a quelle più povere. Ma è proprio quello che Lombardia e Veneto vogliono evitare. Insomma, siamo a “caro amico”.

L’assunto di chi vuole l’autonomia è: io me ne vado perché voi non state al mio passo. Ok, però autonomia non vuol dire separazione. O almeno non subito! Autonomia significa che ti distacchi in parte da un contesto economico-politico nazionale che ti fa da zavorra

Altrettanto complesse appaiono le contraddizioni strutturali. L’assunto di chi vuole l’autonomia è: io me ne vado perché voi non state al mio passo. Ok, però autonomia non vuol dire separazione. O almeno non subito! Autonomia significa che ti distacchi in parte da un contesto economico-politico nazionale che ti fa da zavorra. Tuttavia, in Italia ci resti. Ed è un’Italia che non ha una visione internazionale, una politica industriale o un piano infrastrutture serio. Qui si torna a quanto detto da Sala. Puoi essere Cr7, Maradona e Pelè in una sola persona. Ma se giochi con la Pro Patria – con tutto il rispetto, anzi, auguri per il suo centenario – sempre sui campi di Serie C stai.

Peraltro anche il mito della locomotiva va un attimo ridimensionato. Almeno quella lombarda, stando ai dati pubblicati da Unioncamere e Confindustria Lombardia, rischia l’affanno. L’economia regionale cresce infatti, ma a ritmi molto inferiori rispetto agli ultimi due anni. I capisaldi del manifatturiero quali Bergamo, Monza ma soprattutto Brescia stanno tirando il fiato. Marco Bonometti, leader degli industriali lùmbard, non l’ha nascosto: «Spero di essere smentito, ma si sta fermando il cuore manifatturiero della nostra regione».

E se si ferma che famo?

Alle imprese la proposta di autonomia piace. E sembra che siano anche soddisfatte della sensibilità che la giunta Fontana sta dimostrando nei loro confronti. Questo però non significa che il progetto funzioni. Anzi, a ben guardare, per le priorità del sistema produttivo lombardo, l’intervento del governo centrale è proprio quello che serve. Dei ponti sul Po, tra Pavia e Mantova, non ce n’è uno sulla cui tenuta scommetterei nei prossimi quindici anni.

Se questo Paese non si fosse incartato con il liceo classico, forse oggi avremmo davvero una classe dirigente tecnica alla pari della Germania. Però anche qui: puoi immaginare un establishment esclusivamente lombardo?

Per un’operazione infrastrutturale di questa portata hai bisogno di Anas. Altrimenti che fai da solo? Lo stesso è per le scuole. Le imprese chiedono l’apertura di nuovi istituti tecnici superiori, gli Its per capirci. Nobile idea quella di fare formazione applicata fin dai banchi di scuola. Se questo Paese non si fosse incartato con il liceo classico, forse oggi avremmo davvero una classe dirigente tecnica alla pari della Germania. Però anche qui: puoi immaginare un establishment esclusivamente lombardo? Per non dire dell’internazionalizzazione.

Milano e province consorelle sono le più europee del Paese. È vero: l’imprenditore italiano da sempre – e non senza incappare in fregature – gira il mondo con la sua valigetta di spazzole campione. Encomiabile. Però per le cose in grande stile ti serve anche la Farnesina. Anche se in questo momento sarebbe meglio raccomandarsi al Signore.

Per tirare le somme, a Lombardia e Veneto, a quei signori di buona volontà che non si arrendono, è più utile un’Italia che funziona e capace di tirar fuori una politica industriale a misura delle debolezze nazionali quanto dei punti di forza territoriali. A onor del vero, in Lombardia con la Giunta Maroni, Mario Melazzini alle attività produttive aveva provato a fare qualcosa di prettamente locale. Ma la Legge regionale 11/2014, Impresa Lombardia, non ha lasciato effetti degni di nota. Più Stato, o meglio più governo! Si potrebbe dire. Per il bene delle imprese e della loro voglia di muoversi e crescere sui mercati del mondo. Certo è che con una riforma del ministro Boccia dal sapore meridionalista e un suo collega Provenzano che si lamenta di Milano perché sta crescendo troppo, lo scoramento è lecito.

Viene quasi da dar ragione a Fontana. «Penso che in fondo non la vogliano fare». Ha detto commentando il testo di Boccia. Forse è vero. Come è anche vero che la Stefani e Salvini, fino a tre mesi fa, avrebbero potuto fare di più per la Lombardia ai lombardi e il Veneto ai veneti. Ma qui entriamo nel campo della polemica interna alla Lega. Altra faccenda.

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