monologrammi
13 Novembre Nov 2019 0600 13 novembre 2019

I verbi sono bestie e gli aggettivi sono servi. La scrittura, signori, è un gioco un po’ crudele

La rubrica neopassatista e veterofuturista di Pasquale Panella

lingua italiana

I verbi recalcitrano quando devono entrare tra le stanghe della frase, per di più arretrando. Noi stallieri coniughiamo, associamo, amalgamiamo, congiungiamo, anche con funzione copulativa, i verbi alle parole per condurle a esaudimenti, a volte godimenti, sul bianco color pagina della strada bianca, sullo sterrato, sul lavico, sul basolato, sul selciato, sul conglomerato bituminoso, sul basalto a sampietrini, sul fango e sopra l’erba.

Senti la pagina produrre stridori, crepitii, fracassi, tintinnii, trambusti, spasimi di attriti, cigolii di ogni cosa, chiassi e squassi. Sono i fiati dalle froge, le voci, i versi dei finimenti, dei morsi, delle briglie, delle fruste, delle cinghie, dei lacci, delle fibbie, è lo strimpellare di carretti, calessi, serragli da circo, zucche fatate, barrocci, landò, diligenze con sul tetto l’imperiale (ah, l’imperiale dei romanzi a sei, otto tiri, molto attrezzati). Tutta roba prodotta dalla creatura umana che scarrozza sulla pagina. I verbi no, non sono manufatti umani. I verbi sono bestie, bestie vive, vive di un’altra vita non umana, perché la vita umana non produce destrieri, li produce la giumenta i destrieri, e questo è un fatto. Figli della giumenta, colei che giunge al giogo, i verbi riempiono il vuoto tra le stanghe col proprio corpo, stretti poi alla frase con fibbie e con corregge. Morelli, bai, pezzati, arabi, lipizzani… sono cavalli, allora, i verbi? Sì, sono di natura equina. Appaloosa, andalusi, olandesi, normanni…

“I cavalli normanni alle lor poste frangean la biada…”, che meraviglioso uso del verbo ‘frangere’, l’unico cavallo vero nella scenetta. ‘Frangean’: perché la biada crepita sotto i denti del verbo con rumore come di croste di pane secco rosicchiato, e la crosta strepita come un miscuglio di cereali nelle maracas. All’inizio dei poeti c’è sempre un pane secco, poi grattugiato per impanare i versi. Anche la costa della bieta cruda crepita come una crosta, ma questa è un’assonanza, oppure è la mia infanzia quand’io leggendo biada mi figurai la bieta, perché la biada non la conoscevo, la costa della bieta e le marcate nervature erano la crosta, e il frangere tornava anche assai vivido, perché la bieta crepita da cruda, schiocca. Il verbo ‘frangere’ frangea per me la bieta. Poi, il collo del cavallo con le sue vene pare una superba e orgogliosa (ah, gli aggettivi come son servili) foglia pure di bieta, sì. Mi tornava tutto, come la rondine al nido. Il mondo era bestia, verdura, e anche un po’ poeta. Sonò alto il nitrito del mio pensierino.

I sostantivi sono insetti, per lo più farfalle, amate infatti molto dagli ottimi scrittori, poi mosche, moschini, mosconi, vespe pungenti, api che smielano, libellule in raccontini nati al mattino e chiusi a sera

Allora, insomma, il verbo: in quei versi appaiono prima i cavalli dipinti a parole, poi la Normandia, poi la mangiatoia, e qui il verbo arretra a prender posto, la biada crepita, il verbo arretra ancora di tra le stanghe sostantivali della frase e, bardato, sta, è chiaro, no? Siamo stallieri, siamo postiglioni, carrettieri, anche cavallerizzi, aurighi (la scrittura è una cosa ancora antica, al passo, al trotto, galoppante). Che voglio dire? Non lo so. Ah, sì, non solo i verbi. Anche i sostantivi sono bestioline, animalucci in volo, non uccelli, gli uccelli sono gli svolazzanti significati e sensi della frase, anche inafferrabili, che è meglio. I sostantivi sono insetti, per lo più farfalle, amate infatti molto dagli ottimi scrittori, poi mosche, moschini, mosconi, vespe pungenti, api che smielano, libellule in raccontini nati al mattino e chiusi a sera.

Insomma, siamo a cavallo, a cassetta, i verbi al tiro, le farfalle intorno, e lo scrivere è uno sbracciarsi anche festoso. Gli insetti si addensano inebriati sulle merde, servite come torte dal cavallo, ronzando come frasi sui paragrafi spiaccicati sulla pagina percorsa, ormai alle nostre spalle. Gli aggettivi trasudano dal panorama, hanno tutti i colori del paesaggio, colano oleosi, acquosi, in gocce gonfie, si spaccano al contatto, tendendo ad allargarsi con un servile inchino.

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