14 Novembre Nov 2019 0601 14 novembre 2019

FATE ADESSO

Prima di passare la mano, questa maggioranza può fare solo due cose: salvare l’Ilva, cioè la possibilità di avere ancora un’economia industriale, e salvare la divisione dei poteri, cioè la possibilità di avere ancora una democrazia

Conte Green Linkiesta

Almeno adesso possiamo dircelo? Di fronte alla tragedia dell’Ilva, agevolata dall’incresciosa marcia indietro del Pd (in tutte le sue passate e presenti filiazioni, da Leu a Italia Viva), possiamo dircelo che la teoria secondo cui i democratici sarebbero stati capaci di rigirarsi il Movimento 5 stelle come e più di Salvini, se l’accordo coi grillini si fosse fatto a inizio legislatura, quando erano per giunta infinitamente più forti di ora, era una boiata pazzesca?

Io penso di sì. Tanto più dopo aver letto l’intervista che ieri il Corriere della sera ha fatto a Nicola Zingaretti negli Stati Uniti, dove il segretario del Pd ha incontrato Nancy Pelosi e Bill Clinton, e tutto ciò che si è sentito in animo di dichiarare sulla tragedia dell’Ilva è stato che «c’è il presidente del Consiglio che ci sta lavorando notte e giorno e siamo d’accordo che la fabbrica non deve chiudere».

Ma come sarebbe «c’è il presidente del Consiglio che ci sta lavorando»? Ma come sarebbe «siamo d’accordo che la fabbrica non deve chiudere»? Ci pensa Conte, ecco tutto. Fine del discorso.

E va bene. Ma allora guardiamoci negli occhi e diciamoci la verità: con la vicenda dell’Ilva è evidente che questo governo è arrivato al capolinea. La partita è chiusa, comunque vada a finire la tragicommedia grillina sullo scudo penale. Scudo che ora, a quanto pare, forse, si mormora che i cinquestelle – dopo avere ripetuto fino allo sfinimento che non c’entrava niente – faranno la grazia di rimettere in qualche modo, di sicuro con qualche cavillo in più, per poter dire che si tratta di una cosa completamente diversa. Ma resta il fatto che il nuovo «equilibrio politico» sancito dal patto Pd-M5s non regge, semplicemente perché non è un equilibrio, non sta in piedi, e di conseguenza non può tenere in piedi un governo, e tantomeno un paese in crisi come l’Italia. Sarebbe ora di prenderne atto e di comportarsi di conseguenza, da persone adulte. Cioè esattamente al contrario di come ci si è comportati finora.

Guardiamoci negli occhi e diciamoci la verità: con la vicenda dell’Ilva è evidente che questo governo è arrivato al capolinea

Al punto in cui siamo questa maggioranza può fare solo due cose, ma deve farle subito: salvare l’Ilva, cioè salvare la possibilità di avere ancora una moderna economia industriale, e salvare la divisione dei poteri, cioè la possibilità di avere ancora una democrazia.

Dal punto di vista del Pd – e incidentalmente dell’Italia – l’unica buona ragione per varare a settembre un governo con i cinquestelle era evitare la dittatura del Papeete. Da tale premessa, peraltro largamente condivisa, avrebbe dovuto discendere l’esigenza di mettere al più presto in sicurezza lo stato di diritto e la divisione dei poteri, anzitutto attraverso la legge elettorale, e poi tornare serenamente al voto. È stato fatto l’esatto contrario.

Si è detto che la soluzione appena indicata sarebbe stata «un pasticcio», una mossa puramente «tattica» e di «corto respiro», mentre quel che occorreva era un’alleanza strutturale, ovviamente «strategica», di lungo respiro e di profonda visione, che si è tradotta in quello che abbiamo sotto gli occhi: il Pd ha adottato l’intero programma del governo gialloverde, senza metterne in discussione un solo provvedimento (persino i decreti sicurezza di Salvini sono ancora lì, intonsi). Per arrivare infine a teorizzare, a coronamento di una così brillante operazione, una coalizione Pd-M5s che veda lo stesso Giuseppe Conte candidato a Palazzo Chigi di questo nuovo “centrosinistra” (virgolette d’obbligo). E adesso, dopo avere già dato un’ulteriore torsione maggioritaria al sistema con il taglio dei parlamentari, si discute spensieratamente di legge elettorale, ipotizzando persino un bel premio di maggioranza. In pratica, l’unico punto del programma grillino a cui il Pd non si è ancora accodato – una legge elettorale proporzionale con soglia di sbarramento alta, niente premi e niente coalizioni – è anche il solo argomento su cui la posizione dei cinquestelle appare pienamente sensata, ma soprattutto compatibile con il mantenimento di uno straccio di equilibrio e divisione dei poteri all’indomani delle elezioni.

Capisco che questa insistenza sulla divisione dei poteri possa sembrare antiquata, dopo trent’anni in cui in Italia parliamo solo di «governabilità» e della necessità che la sera del voto si sappia chi ha vinto. Vorrei però far presente che proprio in questi giorni, negli Stati Uniti, si sta discutendo se sia lecito che il capo della Casa Bianca esorti un governo alleato, a cui per puro caso erano stati appena sospesi aiuti militari di cui aveva disperato bisogno, a promuovere indagini contro i suoi principali avversari politici (o loro strettissimi familiari), come ha fatto Donald Trump in una telefonata di cui la stessa Casa Bianca ha reso pubblica la trascrizione. È questo che vogliamo anche per noi?

Non si tratta di un’astratta questione di regole. Il fatto è che l’alleanza giallorossa non sta in piedi, né al governo né nelle urne

Non si tratta di un’astratta questione di regole. Il fatto è che l’alleanza giallorossa non sta in piedi, né al governo né nelle urne, dove finora ha penalizzato soprattutto, sebbene non esclusivamente, il Movimento 5 stelle. È dunque più che probabile che prima o dopo il voto delle prossime politiche, a seconda della convenienza, il partito di cui la Casaleggio Associati detiene le chiavi torni allo schema notoriamente prediletto da Davide Casaleggio, scaricando il Pd e accordandosi con la destra. Cioè, a parti invertite tra cinquestelle e centrodestra, quello che abbiamo già visto in opera dopo le ultime elezioni, quando si è trattato di eleggere le cariche di garanzia del Parlamento. Allora, dai presidenti delle Camere fino ai questori, giocando sulla formale collocazione di parte della destra all’opposizione (mentre era con ogni evidenza la ruota di scorta del governo), il centrosinistra è stato tagliato fuori da tutto. Impiccare il Pd alla coalizione con i grillini non implica quindi solo il rischio – per non dire la certezza – di consolidare il definitivo slittamento del centrosinistra sulle posizioni dei cinquestelle, ma anche quello supplementare di sposarne tutte le posizioni per poi esserne pure scaricati.

Insomma, quando parliamo di minaccia alla divisione dei poteri, non stiamo parlando di uno scenario ipotetico, ma di qualcosa che è già accaduto, appena un anno fa. E che accadrà di nuovo, ma con numeri ancora più squilibrati, e con cariche ben più pesanti da occupare, anche grazie al taglio dei parlamentari e alla legge elettorale, a meno che un improvviso rinsavimento non porti il Pd ad appoggiare quanto prima la proposta di un sistema proporzionale, da un lato, e a dare qualche segnale di vita autonoma (a cominciare dall’Ilva), dall’altro.

Se questo non accadrà, e non accadrà subito, non rischieremo di avere semplicemente un governo sovranista, populista, più o meno antieuropeo, no euro o no Nato: ma di vedere scivolare su queste posizioni, progressivamente, un intero sistema, senza più nemmeno l’ombra di un contrappeso, dalla Corte Costituzionale al Quirinale.

A meno di non credere davvero che si possa andare avanti così fino all’elezione del prossimo presidente della Repubblica, nel 2022.

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