Principi giuridici violati
14 Novembre Nov 2019 0600 14 novembre 2019

La magistratura complica la questione Ilva e allontana la soluzione

Sullo scudo è stato decisivo il ruolo della procura e del gip di Taranto, nonostante la Corte costituzionale abbia ribadito la sostanziale estraneità delle toghe a valutazioni di esclusiva pertinenza politica

Ilva_Linkiesta
Tiziana FABI / AFP

Nell’infuriare delle polemiche sul caso Ilva nessuno ha posto particolare attenzione ad una scarna ordinanza emessa dalla Corte costituzionale con la quale restituiva gli atti di un ricorso al Gip di Taranto. La particolarità era l’oggetto della questione posta dal magistrato: la rimozione per palese incostituzionalità del famigerato “scudo penale” per gli amministratori di Ilva.

Già: nell’ansia scatenata dall’annuncio dell’abbandono della scena da parte dell’attore protagonista Arcelor-Mittal ci si è dimenticati di un comprimario di lusso, abituato a ritagliarsi ruoli fondamentali anche se apparentemente defilati: la magistratura, nel caso di specie quella tarantina, più in generale quei settori dell’ordine giudiziario che condividono la cultura dei movimenti ambientalisti più radicali. Come direbbe Francesco Cundari, avversari del “partito del PIL” o più semplicemente fautori, magari inconsapevoli, della “decrescita (in)felice”.

Qualche breve cenno storico-giuridico (il diritto, come sempre, ha una voce importante negli assetti sociali). La vicenda inizia nel febbraio 2012, quando su richiesta del procuratore capo di Taranto Franco Sebastio, (poi dopo la meritata pensione entrato con alterni risultati in politica in quanto eroe delle frange ambientaliste) a seguito dei risultati molto allarmanti della perizia epidemiologica disposta dalla giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco, che provava l’allarmante livello di inquinamento causato dallo stabilimento metallurgico, si procedeva al sequestro preventivo di 1 milione e 700 mila tonnellate di prodotti finiti, molti dei quali già venduti, per un valore di circa un miliardo di euro ed all’emissione di sette ordinanze di arresto cautelare nei confronti degli amministratori tra cui membri della famiglia Riva. Si concludeva così un ulteriore capitolo della storia dell’imprenditoria italiana per via giudiziaria. Decisamente non una novità per questo paese ove si pensi ai processi che hanno scandito il declino della proprietà nazionale di colossi come Cirio, Parmalat, Capitalia e Telecom.

Ci si è dimenticati di un comprimario di lusso, abituato a ritagliarsi ruoli fondamentali anche se apparentemente defilati: la magistratura

Un meritato declino, intendiamoci, viste le inequivocabili risultanze dei processi, ma che dovrebbe (in un’altra occasione) suscitare una qualche riflessione, quantomeno per la repentina e simultanea precipitazione degli eventi ed il crollo di strutture aziendali ritenute solide.

Nella vicenda Ilva il ciclone giudiziario pone sin dal primo momento il governo italiano (e la politica) di fronte a un drammatico bivio: il blocco totale dell’impianto, in esecuzione della volontà della magistratura in nome della tutela della salute dei cittadini, oppure una qualche forma di legale salvaguardia dell’attività produttiva, ancorchè dannosa, in nome della salvezza di migliaia di posti di lavoro. Disastro ambientale vs disastro sociale.

Un conflitto emblematico di una battaglia più grande, come scrive Annalisa Di Giorgio su Il Foglio: «L’azione che il procuratore e i suoi validi pm intrapresero li portarono in quella calda estate tarantina a divenire presto i leader indiscussi dell’ambientalismo esasperato, quello che all’epoca manifestava al grido di "arrestateli tutti" e che ancora oggi sfila con le frasi di quei pm sugli striscioni branditi durante manifestazioni sempre meno affollate».

La scelta adottata dalla politica con un decreto legge (2017/12 convertito in Legge 231/12 ) ed un decreto del Presidente del Consiglio (DPCM 14 marzo 2014) periodicamente aggiornati è stata in sostanza quella di salvare il bambino senza buttare l’acqua sporca. Dunque, commissariata l’azienda, consentire la produzione procedendo al risanamento ambientale secondo una serie di prescrizioni contenute in un apposito piano inserito nell’AIA (autorizzazione integrata ambientale) che avrebbero dovuto realizzarsi dapprima entro il 2015 ma poi prorogate con altri provvedimenti che hanno spostato il termine fino al 2023 (11 anni dopo il varo del primo “piano ILVA”).

Nel corpo della legge (art.2) è inserita la pietra dello scandalo: “lo scudo penale” pensato per l’allora commissario straordinario Enrico Bondi, postosi subito in polemica con i dati dell’inquinamento diffusi dall’ARPA (Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione Ambientale) e fatti propri dalla Procura di Taranto, prevede una “scriminante” vale a dire la non punibilità dei gestori dello stabilimento per eventuali danni ambientali e (forse, non certo) alla salute causati dall’attività industriale per il periodo necessario alla realizzazione del piano ambientale e purché essi si attengano a quanto prescritto dalle norme del pano di risanamento fatto proprio dalla Legge «in quanto costituiscono il migliore adempimento delle regole di prevenzione in materia ambientale, di tutela della salute di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro».

Neanche di fronte a tali definitive considerazioni la magistratura tarantina si è arresa ed in concomitanza con una delle proroghe dello scudo ad inizio del 2019 è ritornata alla carica

Alla magistratura tutto ciò è sembrato eccessivo e dunque si è rivolta alla Corte costituzionale in due diverse occasioni, ma bisogna dire senza trovare ascolto, avendo ritenuto la Consulta infondata la prima questione posta dal Gip Todisco e priva di attualità la seconda dopo la decisione del Parlamento italiano di porre fine allo scudo nello scorso settembre: appunto “il casus belli” secondo Arcelor Mittal.

Questi i fatti: ma la battaglia giudiziaria ha un suo significato che va oltre l’aula del processo. Se la scelta politica è il compromesso tra il diritto alla salute e quello al lavoro, la Corte costituzionale (sent.85/13) lo ha ritenuto pienamente legittimo respingendo le questioni poste dal Gip Todisco in quanto «tutti gli interventi legislativi riguardanti lo stabilimento ILVA di Taranto… sono accomunati dalla medesima ratio, quella di realizzare un ragionevole bilanciamento tra una pluralità di interessi costituzionalmente rilevanti». Un ragionevole bilanciamento tra salute e lavoro, entrambi beni primari e costituzionalmente garantiti.

Con un’ulteriore aggiunta di grande rilevo politico secondo cui la Corte ribadisce una sua reiterata convinzione di sostanziale estraneità della magistratura a valutazioni di esclusiva pertinenza politica («non può essere ammesso che un giudice… ritenga illegittima una nuova normativa in forza di una valutazione di merito di inadeguatezza della stessa, sovrapponendo le proprie valutazioni discrezionali a quelle del legislatore e delle amministrazioni competenti»).

Il punto è che neanche di fronte a tali definitive considerazioni la magistratura tarantina si è arresa e in concomitanza con una delle proroghe dello scudo a inizio del 2019 è ritornata alla carica lamentando l’irragionevolezza dell’ulteriore termine previsto per l’ultimazione del piano ambientale fissato nel 2023. La Consulta diplomaticamente si è tratta d’impaccio restituendo gli atti dopo la decisione del legislatore di chiudere lo scudo al 6 settembre.

Ciò che sorprende è la finalità che il magistrato apertamente persegue tramite la rimozione dello scudo penale: poter finalmente processare gli amministratori presenti e passati della fabbrica per i danni derivanti dalle azioni a suo tempo protette dalla non punibilità

Una pausa interlocutoria ma che lascia intendere quale sia il convitato di pietra per gli eventuali sviluppi della trattativa tra Arcelor e governo, un interlocutore munito di certezze incrollabili e sordo al “ragionevole bilanciamento” tra impresa e salute.

È istruttivo leggere l’ordinanza di rimessione alla Corte del Gip ionico: espliciti riferimenti a «commentatori che hanno parlato di aree di liceità condizionata al profitto», ironiche allusioni alle precedenti decisioni della Consulta che «sostanzialmente consentivano all’impresa di continuare a produrre e commercializzare) il prodotto finito in costanza di sequestro preventivo» (ma è quello che succede anche alle aziende sequestrate ai mafiosiper salvare i posti di lavoro).

Ma ciò che sorprende è la finalità che il magistrato apertamente persegue tramite la rimozione dello scudo penale: poter finalmente processare gli amministratori presenti e passati della fabbrica per i danni derivanti dalle azioni a suo tempo protette dalla non punibilità.

E qui la faccenda si fa delicata assai: uno dei capisaldi dello stato liberale, riconosciuto da Costituzioni e convenzioni internazionali impone che nessuno possa essere condannato per condotte non costituenti reato se commesse prima che venissero qualificate come tali da una legge. Il principio di legalità che ha conosciuto nella storia moderna e post illuminista un’unica eccezione: le condanne inflitte a Norimberga ai gerarchi nazisti che si difendevano invocando il rispetto delle leggi della Germania nazista. Sei milioni di ebrei morti parvero a tutti un’enormità non giustificabile.

Nella vicenda Ilva, l’enormità sarebbe la persecuzione (non vedo altro termine) di cittadini che hanno adempiuto a condotte riconosciute da una legge dello Stato «… il migliore adempimento delle regole di prevenzione in materia ambientale, di tutela della salute di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro». È il diritto penale di oggi necessariamente pre-moderno e anti-industriale? Non sono forse consentiti margini di “rischio consentito”?, non è il diritto al lavoro un bene che secondo una recente pronuncia della Corte di Strasburgo rientra nella tutela delle condizioni di vita e di salute di un cittadino? Formidabili problemi cui nessuno oggi bada ma che ritorneranno fuori a breve soprattutto se ci sarà un compromesso su Taranto con il rischio, oltre che del disastro sociale di dover constatare, come disse il compianto Massimo Bordin che "nell’altoforno ci sia finito Montesquieu".

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