In cerca di un alibi
15 Novembre Nov 2019 0601 15 novembre 2019

Renzi, Zingaretti e la coalizione «Lui è peggio di me»

Sveliamo un segreto: non sono le liti che fanno perdere le elezioni, sono le sconfitte che fanno litigare. Perciò la storia della sinistra ne è piena. Invece di parlare di galateo, provate a cambiare politica

Zingaretti Renzi_Linkiesta
Filippo MONTEFORTE / AFP e Andreas SOLARO / AFP

L’ultimo scambio di invettive via intervista tra Matteo Renzi e Nicola Zingaretti, sulla Stampa, a base di «io te distruggo» e «lo vedete che è lui che litiga?» (virgolettati liberamente, ma non infedelmente sintetizzati dall’autore del presente articolo), suscita anzitutto una domanda: ma davvero pensano di poter costruire una coalizione in questo modo, e non dico di governare insieme ancora a lungo, ma anche solo di potersi presentare in campagna elettorale con lo slogan «lui è peggio di me»?

Così è troppo facile! – grideranno a questo punto i miei piccoli lettori, diseducati da trent’anni di politica delle ripicche e dei dispettucci, esigendo che, invece di parlare del problema, il giornalista dica subito chi dei due ha ragione. E va bene, diciamolo subito: per motivi diversi, hanno entrambi torto (ma per Renzi c’è l’aggravante della recidiva).

Ha torto Zingaretti, perché l’idea di rispondere a ogni critica, osservazione, problema o domanda (compresa, probabilmente: che ora è?) con la replica automatica che bisogna essere uniti per fare il bene del paese e non dividersi per fare le polemiche, perché la gente vuole che facciamo le cose, non le polemiche, e se litighiamo poi il popolo della sinistra si dispiace: ecco, l'idea di rispondere sempre e comunque con questo ritornello non funziona. Anzi, alla lunga, produce un incoercibile desiderio di litigare, se non proprio di votare per Renzi. Anche perché — possiamo svelare questo segreto — la stragrandissima maggioranza del popolo italiano non potrebbe essere meno interessata a quali siano i rapporti personali nella maggioranza, quanto siano uniti o divisi, e se si dividano sul merito da persone civili o invece sul metodo da ossessivi sociopatici quali probabilmente sono. L'unica cosa a cui gli elettori possono essere relativamente interessati, semmai, è l'oggetto del contendere: vale a dire se si tolgono o aggiungono diritti, tasse, servizi. Il modo in cui lo si propone, gli eventuali secondi fini dei proponenti e tutto il solito corredo di retropensieri e retroscena, invece, non interessa a nessuno.

Vogliono uscire da questa spirale? Trovassero, tutti insieme, il coraggio e la forza di dare davvero un segnale di cambiamento nelle politiche del governo, invece di continuare a confermare tutte le scelte dell'esecutivo precedente

Del resto, questa idea che a far perdere i consensi siano i troppi litigi — parente stretta dell'altra, classicissima tra tutte le scuse: abbiamo azzeccato ogni decisione, ma le abbiamo comunicate male — è il ritornello con cui da trent'anni il centrosinistra racconta a se stesso e ai suoi (sempre meno numerosi) elettori l'ingiusta e straziante storia dei suoi fallimenti. E allora ripetiamolo ancora una volta: nessuna alleanza di governo, nessuna coalizione, nessun partito ha mai perso perché troppo litigioso. State semplicemente rovesciando il nesso di causa-effetto. Non sono i litigi che fanno perdere: sono le sconfitte che fanno litigare. Ed è questa la banalissima ragione per cui la storia del centrosinistra ne è costellata dall’inizio alla fine, non la perfidia ieri di D'Alema, oggi di Renzi e domani di chissà chi altro.

Vogliono uscire da questa spirale? Trovassero, tutti insieme, il coraggio e la forza di dare davvero un segnale di cambiamento nelle politiche del governo, invece di continuare a confermare tutte le scelte dell'esecutivo precedente; o almeno litigassero su questo, su qualcosa cioè che interessa davvero all'Italia, molto più del rispetto del galateo nei loro rapporti. E invece la tragedia è che, quando si è trattato di seguire i cinquestelle sulla folle idea di togliere lo scudo penale all'Ilva, non è volata una mosca, e l'emendamento in questione lo hanno votato tutti, uniti come non mai.

Dunque ha torto Zingaretti, ma ha torto ancora di più Renzi, che in questo eterno gioco dell'oca del manovratore cattivo e del leader vittima del «fuoco amico» è già al secondo giro, dopo avere interpretato entrambe le parti, il rottamatore che attacca e il segretario che si lamenta degli attacchi altrui. Aggiungendo così anche la sua versione all'identico racconto di tutti i suoi predecessori — ne sono piene le librerie, specialmente nel reparto usato — sin dai tempi di Achille Occhetto, che se la prendeva con D'Alema, e poi di Romano Prodi, che avendo governato due volte ha avuto anche due capri espiatori (D'Alema per il primo e Veltroni per il secondo governo), fino alle più recenti memorie di Pier Luigi Bersani contro Renzi e dello stesso Renzi contro Bersani. Se non fossi personalmente più che sicuro della natura genuina delle loro inimicizie, mi verrebbe quasi da pensare che si mettano d'accordo, a turno, nel muoversi guerra l’un l’altro, al solo scopo di precostituirsi l'alibi per le future sconfitte.

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