Compagne e compagni
16 Novembre Nov 2019 0601 16 novembre 2019

Piazza piena e critiche a Renzi, a Bologna il Pd riparte dai fondamentali

I democratici guardano con ammirazione i ragazzi che hanno riempito Piazza Maggiore e sperano che le sardine non siano un’espressione dell’antipolitica, ma di una politica nuova

Bologna Sardine_Linkiesta
Foto da Facebook

Come nei vecchi libri di Herbert Marcuse, la società è davanti alla politica. Se questo poi succede a Bologna, capitale di quello che fu il socialismo reale in salsa emiliana, una questione si pone. È il problema delle famose “antenne” che il partito comunista aveva e che i loro nipotini del Pd evidentemente non hanno. Ecco perciò la sorpresa, pur graditissima, delle migliaia di “sardine” che l’altra sera hanno riempito Piazza Maggiore facendo fare una figuraccia mediatica e politica al sudaticcio Salvini del PalaDozza. Chi se l’aspettava, tutta quella gente?

«Non erano nostri, non erano del Partito», mi dice un vecchio militante con la bella barba bianca, uno di quelli che le ha viste tutte, dai comizi di Togliatti allo Zangheri del 1977 all’Ulivo di Prodi. Ne parlo qui all’affollato mega-convegno del Pd proprio a Bologna Tutta un’altra storia. «Ma meno male che c’erano!», fa un consigliere comunale bolognese del Pd. Già - spiega - «quei giovani cercano un rapporto nuovo con la politica, il contrario dei Cinque Stelle», nel senso che a Piazza Maggiore non c’era l’antipolitica ma la politica nuova. Quella di Greta, forse. Quella che delle diatribe del Pd non gliene può fregare di meno. Ma che è ancora più infastidita dalla “calata” di Salvini sull’Emilia, nemmeno fosse Carlo VIII alla fine del Quattrocento.

I “quattro ragazzi” che hanno riempito la più grande piazza di Bologna segnala ai professionisti della vecchia politica che il tam tam sulla Rete ha preso il posto dei volantini, che centinaia di what’s app funzionano miliardi di volte meglio di una riunione del Direttivo di federazione. Non è nemmeno più solo “civismo”: è una organizzazione nuova della democrazia. La Politica è sbalordita. Anche se - puntualizza una ragazza - «l’Emilia non è Bologna, qui siamo più avanti». Si vedrà il 26 gennaio.

Il punto è che la partita emiliana, la madre di tutte le battaglia da cui dipende la sorte del governo, di Zingaretti, forse dell’intero Pd, si presenta apertissima

E dunque il vento soffia ancora - avrebbe detto Pierangelo Bertoli - ma in una direzione ancora incerta, come uno scirocco autunnale che può provocare qualche frescura ma anche diversi danni. Il punto è che la partita emiliana, la madre di tutte le battaglia da cui dipende la sorte del governo, di Zingaretti, forse dell’intero Pd, si presenta apertissima. «Bonaccini vince», pronosticano un po’ tutti i militanti dem riuniti qui al mega-convegno del Pd con tanti intellettuali non solo “d’area” ma anche eretici o apertamente critici, mezzo gruppo dirigente, ministri e sottosegretari.

Un convivio diventato improvvisamente più caldo del previsto. Come se Piazza Maggiore avesse erogato litri di benzina in un motore affaticato, come se improvvisamente avesse un senso discutere e confrontarsi per dare un profilo nuovo a un partito disperatamente alla ricerca di un ubi consistam un po’ più elevati rispetto alle pastoie del governo romano, alle sue liturgie, ai suoi avanti e indietro, ai suoi personalismi (profluvio di applausi quando Gianni Cuperlo attacca Renzi). Il sindaco bolognese Virginio Merola saluta «i compagni e le compagne» facendo scattare l’applauso identitario che sempre incuora, specie nei momenti difficili come questo. Come se il convegno messo su da Cuperlo si sentisse interpellato da quella piazza. Come se la sonnacchiosa vita dei militanti fosse stata scossa dalla “sardine”.

Zingaretti si gioca molto, tutto, in poco più di un mese. L’accoglienza è ottima. «È un bravo compagno». Qui c’è anche Dario Franceschini, reduce da un allucinante sopralluogo nella Venezia sott’acqua: si sa che lui pensa che bisogna superare la manovra di bilancio, tradizionalmente il momento più complicato per qualunque governo, e poi si andrà avanti fino alle politiche del 2023. Dario “il duro” crede al Pd come «forza tranquilla». Sempre che i paletti reggano ai venti ostili che soffiano da tutte le parti. La corsa, infatti, resta in salita: lo sanno anche a Bologna.

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