il compleanno
18 Novembre Nov 2019 0600 18 novembre 2019

I quattro talenti di Margaret Atwood, la scrittrice che ha costruito una poetica sul senso di sopravvivenza

Al compimento dei suoi 80 anni, è possibile ripercorrere il filo rosso delle opere dell’autrice canadese: la resistenza, anche della condizione femminile, di fronte all’infinita varietà del possibile

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Angela Weiss / AFP

Il primo talento fu la poesia. È con gli esperimenti lirici dell’età dell’adolescenza, ispirati a Edgar Allan Poe, che la scrittrice canadese Margaret Atwood, ora 80enne, raggiunge il traguardo della pubblicazione. Alla prima raccolta, Doubling Persephone, seguirà nel 1964 The Circle Game, con cui vince il Governor General’s Award, il massimo premio letterario del suo Paese. Ne pubblicherà altre 15.

Il secondo talento è, invece, quello della prosa: comincia con Bodily Harm, dove disseziona le incapacità relazionali e le difficoltà dell’impegno politico. Segue, nel 1985, l’opera più celebre, cioè Il Racconto dell’Ancella (The Handmaid’s Tale), sul filone della letteratura distopica (ma lei, anche se refrattaria alle etichette, preferisce definirla “speculative fiction”), dove un colpo di Stato negli Usa trasforma il Paese in una dittatura puritana che, per fronteggiare il dramma del calo delle nascite, utilizza le donne fertili come strumenti per la riproduzione e la ripopolazione del Paese.

È all’incrocio di tutti questi temi (bassa natalità, cambiamento climatico, discariche tossiche) che vengono alla luce, rimodulate e ricalibrate, le ansie più profonde dell’epoca. Come farà dieci anni dopo lo scrittore statunitense David Foster Wallace, immaginando in Infinite Jest un Nordamerica unificato, controllato dalle corporation e dominato dalla ricerca del piacere, così anche Margaret Atwood mette in chiaro il dilemma più autentico della metà degli anni ’80, almeno in Canada: la possilbilità della sopravvivenza.

Lo percepisce a livello personale, come racconta in una intervista alla Paris Review del 1990: «Sono cresciuta nelle foreste settentrionali del Paese. In quelle condizioni non è possibile non imparare cosa significhi sopravvivenza. Anche solo per non perdersi nei boschi», ma lo declina – ecco il suo terzo talento – anche come questione geopolitica: «Qui in Canada la sopravvivenza è una ossessione nazionale». Colpa della subordinazione agli Stati Uniti, del sentimento di minaccia costante e della consapevolezza «di non essere un Paese occupato ma dominato». Il risultato è uno stato mentale «di schizofrenia paranoide» (contrapposta alla «megalomania statunitense») che, non è un caso, viene trasferita ai protagonisti dei suoi libri.

E allora non sarà riduttivo ritrovare in questo il filo conduttore, coerente nella varietà espressiva, delle sue sue opere e delle sue idee. Mondi minacciati, paure ancestrali, alluvioni: tutte cose riconducibili a una matrice di fondo e sembrano segnalare, fin dal Racconto dell’Ancella, un allarme: ciò che esiste ora può non esistere in futuro. Il rischio sarà – come nella poesia Quattrocento contenuta in Interlunar, raccolta del 1984 – quello della coppia cacciata dal Paradiso, che deve imparare a vedere nell’oscurità.

E allora, se nel buio in cui spinge la sua immaginazione Margaret Atwood vede corpi sottomessi, personalità annullate, nuovi poteri nati sull’oppressione della donna, il risultato è una presa di posizione chiara. È il suo status di femminista – se l’elenco dei talenti non avesse stancato, sarebbe il suo quarto – che nonostante le contestazioni si basa sulla sensazione di minaccia costante. Niente esclude, come si scrive sulla London Review of Books a proposito del suo ultimo libro del 2019, i Testamenti (che ha vinto il Booker Prize), che le conquiste dei diritti delle donne «siano un accidente della storia» e che il progresso maturato negli anni non sia «un colpo di fortuna». Questo spiega lo stato di resistenza perenne della scrittrice (anche a 80 anni) e dei suoi protagonisti. E illustra anche perché, dopo 34 anni, abbia voluto ritornare al tema del Racconto dell’Ancella e scrivere un seguito (rispettoso, fanno notare con certa malignità, della serie tv del 2017) basato sulla figura di Zia Lydia e sulla sua rete di microfoni con cui raccoglie e documenta le malefatte del potere.

Resistenza, insomma, nella speranza (o illusione?) che ci sia qualcuno pronto, là fuori, disposto a sapere cosa succede là dentro. Un assunto che vale per la trama dei Testamenti, ma anche per la situazione politica nordamericana. E, forse, anche per il senso profondo della scrittura in sé.

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