Reportage dalla Sassonia
20 Novembre Nov 2019 0600 20 novembre 2019

A Dresda c’è un’emergenza nazismo, ma nelle sue strade non ce n’è traccia

Nella città distrutta dagli alleati e poi occupata dai sovietici, a causa di anni di austerità e politiche sull’immigrazione, sono attecchite istanze razziste e antisemite, oltre a un forte sentimento nazionalista

Dresda_Linkiesta
John MACDOUGALL / AFP

Un sopralluogo a Dresda per osservare da vicino la città dove pochi giorni fa è stata votata in consiglio comunale una "Emergenza nazismo?" (il punto di domanda aggiunto in extremis, per ammorbidire la provocazione), su mozione di Max Aschenbach, il rappresentante del Die Partei, un partito “satirico” che da noi bolleremo come “freak”, ma che qui è circondato da sufficiente rispetto.

La Cdu della cancelliera Merkel non ha sostenuto la mozione, giudicandola velleitaria e lessicalmente confusa. Ma la risoluzione del capoluogo della Sassonia ha fatto rumore, in Germania e in Europa, per la sua denuncia di «atti antidemocratici contrari all’umanità, che includono la violenza e si manifestano a Dresda in maniera crescente». Come primo effetto le autorità locali si sono dichiarate pronte a rafforzare la vigilanza e la diffusione della cultura democratica, elevando i livelli di protezione delle minoranze.

Motivo per cui si va a Dresda preoccupati, convinti di trovare un’atmosfera pesante in una città blindata e divisa, sebbene una conversazione telefonica con Gianaurelio Cuniberti, che insegna fisica alla locale università, ci offre da subito uno scenario diverso: «Il problema esiste ed è connesso alla storia recente della città. Ma a Dresda si vive benissimo; opportunità e stimoli sono innumerevoli». Questa è Sassonia, terra di Lutero, vocazione al rigore, predisposizione al senso del dovere, un distillato dell’animo protestante. Poi qui è arrivato il comunismo, che ha spazzato via i valori religiosi, privilegiando un diverso culto identitario. Nell’89 è iniziato il complicato procedimento di ritorno nell’alveo della Germania riunita, dove l’orgoglio sassone ha fatto i conti con l’improvvisa assenza di riferimenti culturali e con una contingenza economica durissima. Hanno stretto la cinghia, si sono sottomessi a un’austerity intransigente e chi ha deciso di restare, mentre cominciava l’esodo verso Land dove la vita fosse meno arcigna, ha contribuito al capolavoro di una parità di bilancio raggiunta in pochi anni ma con molti sacrifici, quanto a sanità e servizi.

Poi nel 2015 è esplosa la crisi dei migranti e, sebbene le facce straniere qui siano assai meno che a Ovest, lo spettacolo del governo centrale che, dopo aver dissanguato le economie locali, finanziava l’insediamento di genti venute da lontano, non è piaciuto per niente. Sulla questione a messo le mani la destra aggressiva della AfD, il partito che abbina il doppiopetto a posizioni reazionarie, arrivando a sfidare la Cdu per il controllo della città e della regione. L’innalzamento del livello dello scontro è dimostrato dalla sfrontatezza con cui la destra, proprio a Dresda, è scesa in piazza per propagandare una visione identitaria e razzista che ha sorpreso per il linguaggio utilizzato e per la deriva estremistica rapidamente assunta dalle manifestazioni. A guidare le quali non si presentava l’AfD, che pure benignamente le sponsorizzava, bensì il movimento Pegida, acronimo di Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, (Europei patrioti contro l’islamizzazione dell’Occidente), denominazione che non richiede commenti.

I raduni hanno preso cadenza regolare, ogni lunedì nell’enorme piazza centrale di Dresda, al cospetto della Frauenkirche, la Chiesa di Nostra Signora, l’edificio di culto luterano sbriciolato dal bombardamento del 1945 e rimasto un rudere per 45 anni, fino alla Riunificazione, tornando alla forma originale solo nel 2005, con un restauro da 125 milioni finanziato da privati. Un simbolo all’ombra del quale non è un caso che si radunino quelli di Pegida, 1000-2000 persone (ma in un paio di occasioni si è arrivati a 20mila) che danno voce all’oltranzismo populista.

Il bombardamento avrebbe provocato nella popolazione locale un “complesso delle vittime” i cui filamenti, per motivi intuibili, arrivano all’attuale configurazione psicosociale

Per capire Dresda bisogna partire da qui, ma poi spingersi oltre. Perché inizialmente si resta stregati dall’altera bellezza di una città che non ha mai superato lo choc d’essere stata distrutta da mano nemica: la città vive nel mito della “tempesta di fuoco” del 13-15 febbraio 1945, il bombardamento strategico a tappeto messo in atto dalla Raf e dagli americani. Nemmeno il 10 percento degli edifici dell’area cittadina rimase in piedi e presto si alimentò una leggenda mistificatoria: i morti accertati nel bombardamento furono circa 25mila, ma nelle versioni mai smentite dal comunismo, che aveva interesse a stigmatizzare gli americani, si arrivò a parlare di 750.000 perdite – numero superiore agli abitanti di Dresda. Il bombardamento avrebbe provocato nella popolazione locale un “complesso delle vittime” i cui filamenti, per motivi intuibili, arrivano all’attuale configurazione psicosociale. Con costanza e fatica, comunque, Dresda è stata ricostruita, nella parte civile dal regime della Ddr e, a partire dall’89, nei suoi maestosi edifici sacri.

L’esperienza filosovietica è stata vissuta con l’abituale abnegazione dagli abitanti d’una città sempre più conservatrice del resto della Germania. La città amata dal Canaletto per la sua bellezza classica, è sempre stata reazionaria, a contrasto con Lipsia, l’altro grande centro della Sassonia, tradizionalmente più aperto. Durante il comunismo Dresda diventa “la Valle degli Ignari”, perché là non arrivava la tv occidentale e gli abitanti erano tra i più fedeli al regime totalitaristico. E oggi, se ci si spinge oltre l’immacolata zona turistica, ci si immerge in un modello urbanistico dalla stupefacente adesione allo stile d’oltrecortina: quartieri di geometrica frugalità, casermoni che paiono conigliere, spazi vuoti lasciati nella loro indefinitezza, il culto per la Dynamo, la squadra giallonera nota per la mascolina rudezza, E affiora il dubbio che qui il solenne “mai più” promulgato nel 1945 dai rappresentati dello Stato tedesco non sia stato condiviso con la stessa convinzione che altrove e che l’indole nazista non sia stato estirpata col medesimo rigore.

Seduto sugli scalini del municipio dove pochi giorni fa è stato protagonista del gesto clamoroso, ci aspetta Max Aschenbach, il consigliere che ha denunciato la deriva neonazista a Dresda. È un gigante con una grande barba rossa, prelevato da una fiaba dei Grimm, non indossasse, al posto del pastrano, un giubbotto giallo fosforescente, di parigina memoria. «La città ha un problema coi nazisti», ci dice quasi subito «Dobbiamo intervenire. La politica deve contrastare. Questo fenomeno è inaccettabile». Ci parla di neonazi che manifestano urlando «Anneghiamo i migranti». E di un numero crescente di denunce per svastiche o saluti a braccio teso.

«Le aggressioni razziste sono la quotidianità. È giusto che a Dresda sia stata dichiarata l’emergenza nazismo». Secondo Aschenbach, l’AfD nemmeno si nasconde più e per loro gli stranieri valgono meno dei tedeschi, qualunque cosa significhi: «A ogni elezione le persone si allontanano sempre più dalla democrazia. Il governo non sta cercando di capire il fenomeno. Se non cambia atteggiamento, con le prossime elezioni potremmo ritrovarci un governo di coalizione AfD-Cdu». Eppure, muovendosi per le troppo tranquille strade di Dresda, non si colgono indizi. Si percepisce piuttosto che la città sia desertificata, che lo sforzo per restituirle normalità, non sia bastato a iniettarle una vitalità convinta. Ma di rigurgiti nazisti non c’è traccia, nemmeno sugli adesivi attaccati ai semafori. L’atmosfera è ovattata e sorvegliata, circospetta ma gradevole.

«E c’è una forte spinta antisemita, ad esempio nell’idea del complotto con cui gli ebrei finanzierebbero le manifestazioni contro la destra. Anche se l’AfD ufficialmente prende le distanze dalle posizioni antisemite»

Andrea Mühle, giovane rappresentante dei Verdi

Ne parliamo con Andrea Mühle giovane rappresentante dei Verdi, che ha sostenuto la mozione di Aschenbach: «Subito dopo la delibera votata dal Comune sono stata a una manifestazione contro Pegida. E i manifestanti, persone impegnate nella società civile, si sono dette entusiaste del provvedimento». Le chiediamo se anche lei sia convinto che Pegida sia un’effettiva minaccia per la democrazia a Dresda: «Pegida raccoglie più generazioni: ci sono pensionati che auspicano il ritorno di uno Stato forte e giovani delusi dal governo tedesco e spaventati dallo straniero. Ma in maggioranza non sono nostalgici: sono veri neonazisti. E c’è una forte spinta antisemita, ad esempio nell’idea del complotto con cui gli ebrei finanzierebbero le manifestazioni contro la destra. Anche se l’AfD ufficialmente prende le distanze dalle posizioni antisemite». Parole preoccupate. Di cui, in quanto visitatori, fatichiamo a valutare il realismo.

Pegida non ha una sede a Dresda, esiste solo sul web, i suoi attivisti si danno convegno nelle birrerie. Ma bisogna badare a non semplificare, quando qualcuno dà l’allarme. Conviene fidarsi di chi conosce la situazione. Ne discutiamo con Werner Patzelt, docente di storia politica e studioso del nazismo e dei suoi revival. «Se si guarda a Dresda è chiaro che il bombardamento del ’45, giochi ancora un ruolo. La ferita si è rimarginata nell’immagine della città, ma non nell’animo dei cittadini. Per anni nell’anniversario del bombardamento abbiamo assistiti a marce neonaziste. Ma oggi la società civile ha preso possesso anche di questo anniversario e ha messo il guinzaglio al giustificazionismo nazista».

Patzelt vuole ridimensionare la portata del fenomeno e attribuisce al rumore mediatico la sua sopravalutazione: «Il principio “mai più nazismo mai più guerra” in Germania resta solido. Se dai populisti ci sono rigurgiti in questo senso, la società civile li contrasta, e non c’è ragione di preoccuparsi. Da noi, a differenza che in Italia, quando emergono casi del genere, vengono immediatamente discussi sul piano politico. E qualsiasi dichiarazione in odore di antisemitismo o di neonazismo viene stigmatizzata». Dunque come finirà questa emergenza? Davvero la riemersione nazista a Dresda è solo un capriccio di pochi?

«A me sembra che quello che vediamo sia il diffondersi di un populismo di destra con una ridotta frangia estrema che scimmiotta il nazionalsocialismo. La classificherei una reazione populista alla politica della Grande Coalizione, alla liberalizzazione della società tedesca e alle posizioni ufficiali sull’immigrazione. Insomma, il problema è politico: nel momento in cui il governo si occuperà di risolvere i problemi reali, dall’immigrazione al miglioramento del sistema scolastico, cadranno i motivi alla base del consenso che legittima l’AfD. Ma non penso ci sia nulla da temere sul futuro democratico della Germania».

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