Governare, no?
20 Novembre Nov 2019 0601 20 novembre 2019

«Se non si fa così, vince Salvini», la geniale campagna dell’opposizione per Salvini

Il Pd sceglie di proseguire, quasi in tutto, la politica del governo gialloverde. Il fantasma del Papetee a cui si regalerebbero voti facendo altrimenti non serve a fare politica seriamente

Matteo Salvini Linkiesta

Titolo dell'intervista di Matteo Renzi al Corriere della sera: «Al Pd dico: niente elezioni o regaliamo il Colle alla Lega». Titolo dell'intervista di Nicola Zingaretti a Repubblica: «Il governo trovi l’anima o noi e Di Maio affonderemo insieme». E questo nella sola giornata di ieri. Ma sono mesi, praticamente da quando il governo giallorosso è nato, che il messaggio dei principali partiti del centrosinistra agli elettori, quali che siano i provvedimenti in discussione, non è altro che: o ti mangi questa minestra o ti becchi Salvini. Il principale se non unico argomento con cui Zingaretti replica a qualsiasi obiezione è che criticare il Pd significa fare un favore a Salvini. Il motivo per cui fanno quello che fanno e non fanno quello che non fanno è sempre lo stesso: perché sennò vince Salvini. Essendo in questo momento Matteo Salvini il politico più popolare d'Italia, la scelta appare singolare, ma a suo modo illuminante: quasi che i consensi di cui il centrodestra gode, potenzialmente maggioritari, fossero dati sin d'ora per persi, e si trattasse solo di dividersi accanitamente gli avanzi tra le diverse forze della futura opposizione, che sembra già comportarsi come tale a tutti gli effetti.

La propaganda di quelle che dovrebbero essere le principali forze della maggioranza assomiglia infatti sempre più a un lamento funebre, proveniente da un coro che a ogni proposta, domanda, obiezione, scuote la testa e si batte il petto, intonando il ritornello: «Così vince Salvini!».

Massì, perché drammatizzare: che fretta c’è? Salvo poi passare le giornate a parlare del movimento delle «sardine» e di quanto sono belli questi giovani che alla sinistra chiedono coraggio, valori, radicalità

Il penoso balletto sullo ius soli è solo l’ultimo esempio di questa dinamica autodistruttiva, con il segretario che dal palco grida che «è ovvio che lo faremo», parlando peraltro di «ius culturae e ius soli» (massì, si sarà detto, fa’ vedere che abbondiamo), salvo poi far precisare che non intende affatto «imporre» le sue idee, e dover chiarire lui stesso, nella succitata intervista a Repubblica: «Non drammatizzerei questo tema. Se oggi non ci sono le condizioni, non è detto che non si realizzino». Massì, perché drammatizzare: che fretta c’è? Salvo poi passare le giornate a parlare del movimento delle «sardine» e di quanto sono belli questi giovani che alla sinistra chiedono coraggio, valori, radicalità. Salvo poi ricominciare da capo, sullo ius soli come su Ilva: perché anche qui, si capisce, è ovvio che il Pd vuole rimettere lo scudo penale, come chiedono tutti in ginocchio, dai sindacati alla Confindustria, cosa vi credete. E così sui decreti sicurezza (un’altra di quelle cose che, parola di Zingaretti, è ovvio che il Pd vuole superare). E così su reddito di cittadinanza, quota cento, taglio dei parlamentari e su tutti gli altri punti del famigerato contratto gialloverde, che l’attuale governo sta rispettando assai più scrupolosamente del precedente. E che il Pd, di fatto, continua a non volerne sapere di toccare nemmeno con un fiore. E sapete perché? Ma è ovvio anche questo: perché «così vince Salvini!».

Il problema è che ripetere una simile giustificazione, nel momento stesso in cui si confermano tutti i provvedimenti e persino i peggiori comportamenti di Salvini (come le navi cariche di naufraghi lasciate a largo per settimane), denota un tasso di ipocrisia molto superiore alla media, già alta, della politica italiana, e suscita di conseguenza una certa irritazione anche nell’elettore meglio disposto. Ma prima di tutto suscita in lui un incoercibile, incontenibile, insopprimibile desiderio di votare Salvini.

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