Dossier
Cronache dall'impeachment
«Everyone was in the loop»
21 Novembre Nov 2019 0600 21 novembre 2019

Impeachment, «Abbiamo eseguito gli ordini del presidente», la testimonianza che smonta la difesa di Trump

Giornata cruciale a Washington, l’ambasciatore americano a Bruxelles svela la campagna di pressioni di Trump sull’Ucraina e dice che ne erano al corrente anche il segretario di Stato Mike Pompeo, il vicepresidente Mike Pence e il capo dello staff Mick Mulvaney

Donald Trump_Linkiesta
MANDEL NGAN / AFP

La testimonianza di Gordon Sondland
Gordon Sondland, ambasciatore presso l’Unione Europea, è stato ascoltato mercoledì mattina nell’ambito dell’indagine sulla messa in stato di accusa di Donald Trump. La sua è stata una testimonianza estremamente dannosa per Trump, perché ha distrutto tutte le linee di difesa tentate fino a quel momento dai repubblicani ovvero che le testimonianze erano tutte di seconda mano, da soggetti che non avevano diretto contatto con il Presidente; che non c’era quid pro quo nella gestione degli aiuti all’Ucraina; che se anche c’era era un’iniziativa carrbonara di Giuliani e dei suoi soci in affari. Già dalla sua dichiarazione di apertura, Sondland ha detto chiaro e tondo che sì, c’era un quid pro quo: gli aiuti all’Ucraina e la possibilità di un incontro nello Studio Ovale tra Trump e il presidente ucraino Zelensky erano condizionati al fatto che Zelensky annunciasse di aver aperto un’indagine su Burisma (e quindi su Hunter Biden, figlio dell’allora vice presidente Joe Biden) e sulle elezioni del 2016 (per seguire l’ipotesi che fosse stata l’Ucraina e non la Russa ad aver influito sulle elezioni presidenziali). Non solo, Sondland ha anche ripetuto più e più volte che questa era la linea ufficiale dell’amministrazione, non era, come sostenuto da altri, un canale segreto e laterale di trattativa con l’Ucraina, e la prova è che tutti sapevano, tutti erano coinvolti, tutti erano al corrente, o come ha ripetuto lui decine di volte, come un mantra: «Everyone was in the loop». E ha fatto i nomi del segretario di Stato Mike Pompeo, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, il chief of staff Mick Mulvaney, l’avvocato di Trump Rudy Giuliani, il vicepresidente Mike Pence.

Tutti, ha ripetuto fino allo sfinimento, operavano per portare a termine la volontà di Trump ovvero fare pressione sull’Ucraina affinché annunciasse pubblicamente un’indagine sui Biden: Sondland ha anche specificato che per Giuliani e l’amministrazione era fondamentale che Zelensky annunciasse l’indagine, non che la facesse davvero. Questo punto è importante perché smonta uno dei punti della difesa repubblicana ovvero che Trump fosse interessato a che l’Ucraina combattesse la corruzione (dicono i democratici: il fatto che volesse solo l’annuncio dimostra che della corruzione non gli importava, ma voleva usare l’annuncio dell’indagine sui Biden come arma politica). Sondland ha detto che personalmente non era d’accordo con l’idea di trattenere gli aiuti militari, che avrebbe preferito aiutare l’Ucraina senza condizioni, ma ha eseguito gli ordini. Ha anche detto che a lui non è stato mai detto il motivo per cui i 400 milioni di dollari in aiuti militari destinati all’Ucraina, soldi pubblici già approvati dal Congresso, erano stati bloccati. Contrariamente a quanto sostenuto da Trump, Sondland ha riferito di aver parlato con il Presidente al telefono circa 20 volte, sei delle quali per parlare di Ucraina.

La difesa dei repubblicani
Nella sua testimonianza, Sondland ha sostenuto che la volontà di condizionare lo sblocco degli aiuti all’indagine sui Biden era nozione condivisa e comune, non era un segreto, ed era una cosa di cui Pompeo, Giuliani, Bolton e Mulvaney discutevano nelle email di gruppo. Sondland ha detto anche di non aver mai ricevuto direttamente da Trump istruzioni in tal senso. In una riunione del 23 maggio, tra Trump, l’ambasciatore Volker, il segretario per l’energia Perry e Sondland, il Presidente in riferimento alla questione ucraina dice «Parlate con Giuliani». Sondland ha detto di aver interpretato quello e tutte le altre volte in cui Trump gli ha detto «parla con Giuliani» come un comando e che Giuliani esprimeva «Il desiderio di Trump. Ho fatto due più due uguale quattro: Trump voleva l’indagine sui Biden». Secondo la difesa repubblicana, quelle di Sondland sono quindi solo interpretazioni, è lui che collega i puntini per arrivare fino a Trump.

La telefonata del 9 settembre tra Trump e Sondland
Questa è la telefonata in cui, a domanda diretta di Sondland «che cosa vuoi dall’Ucraina?» Trump risponde quasi urlando «Non voglio niente, non voglio niente, non voglio niente. No quid pro quo». Queste sono anche le parole che Trump ha ripetuto davanti ai giornalisti – leggendole da un blocco degli appunti – mercoledì pomeriggio prima di partire per il Texas. Per i repubblicani sono una prova di innocenza. Per i democratici significano poco o niente: la telefonata è avvenuta nel giorno in cui il whistleblower ha consegnato il suo reclamo ufficiale alla commissione di intelligence e Sondland riporta che Trump «era di pessimo umore». Trump ai giornalisti ha detto di non conoscere bene Sondland e di non avergli quasi mai parlato al telefono.

Le altre due testimonianze di mercoledì
Nel pomeriggio hanno testimoniato Laura Cooper, assistente del segretario alla difesa, e David Hale, funzionario del dipartimento di stato, chiamato dai repubblicani. Cooper ha detto che gli ucraini sapevano del congelamento degli aiuti già il 25 luglio, dettaglio che mette in difficoltà una delle linee di difesa dei repubblicani ovvero che Zelensky non poteva essere messo sotto pressione durante la telefonata del 25 luglio perché l’Ucraina non sapeva del blocco degli aiuti.

Le arringhe finali di Adam Schiff
Sono diventate quasi un genere televisivo a se stante. Alla fine di ogni ciclo di testimonianze, al mattino e al pomeriggio, Schiff - presidente della commissione intelligence, leader dei democratici - riassume la giornata, tira le somme, unisci i punti, spesso smonta le già fragili difese dei repubblicani in modo così appassionato da suscitare l’applauso dei presenti. Alla fine della testimonianza di Sondland ha chiuso dicendo: «I repubblicani vogliono farci credere che siccome Trump non ha mai pronunciato le parole “ecco la corruzione nei confronti dell’Ucraina” allora non c’è corruzione. Ma vediamo quali sono state le sue intenzioni, cosa c’era nella sua testa, per quale motivo ha deciso di congelare gli aiuti. Quello che Trump ha in testa è Biden. Quando dice Burisma intende Biden. Quando parla al telefono con Sondland e dice indagine intende Biden. La domanda allora è: cosa vogliamo fare? Dobbiamo pensare che adesso funziona così? Che il Presidente degli Usa può bloccare aiuti per un suo personale guadagno a un alleato la cui sicurezza è importante per la nostra sicurezza nazionale? Dobbiamo fare come ha suggerito Mulvaney: fatevene una ragione? No. Per quanto ne dicano i colleghi repubblicani, fare quello che stiamo facendo non è piacevole. Per un anno ho resistito l’idea dell’impeachment, ma è diventato necessario, e non per le parole del whistleblower, ma per le azioni del Presidente che è stato colto a bloccare aiuti in cambio di un favore politico. Essere smascherati non è una difesa, non per la violazione della Costituzione, non per la violazione del giuramento di fedeltà, e di certo non dà motivo a noi di ignorare il nostro giuramento di fedeltà».

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