22 Novembre Nov 2019 0600 22 novembre 2019

Le nozze perfette del pappagallo Treica e dello scarabeo Maurilio

L’ultimo romanzo di Fulvio Abbate è una favola sulla falsariga del capolavoro di Alessandro Manzoni. Personaggi-animali bizzarri che ci somigliano molto più di quanto pensiamo

Ritratto Fulvio Di Wolinski

Il pappagallo maschio Treica, capitano d’artiglieria campale di Bacionia, da sempre innamorato dello scarabeo rinoceronte Maurilio, decise un giorno di portare sull’altare il suo unico grande sogno da coniuge. Gli amici, come lui iscritti alla Lega della Gioia Sovrana, applaudendo euforici, già che stavano lì, gli suggerirono di prepararsi immediatamente per la cerimonia: tuta acetata azzurra, stella sul petto, proprio come aveva già fatto, molti anni prima, un suo collega golpista mancato, membro di un corpo speciale, purtroppo ormai in congedo, ispirandosi al Grande Cognato, che stava a capo di tutto.

Fra Treica e Maurilio brillava una storia invidiabile, in grado di trasformare in sorriso perfino l’urlo straziante del pittore più amato dai professoroni depressi del Roipnol International Club locale, Ernesto Munco, pochi secondi, ed ecco finalmente, vittorioso, lo smile! Ciò avveniva davanti al vicinato, tutti lì a guardarli per poi subito aggiungere: «Incredibile, come sono belli, oh, come appaiono bene assortiti, sembrano combaciare, come la saponetta nel suo astuccio, come il cric sulla fronte del manigoldo, come il girabacchino accanto alla sospirata ruota di scorta, come il questurino nell’azzurro del suo mattino, di più, del suo mattinale».

Tra Treica e Maurilio c’era insomma un perfetto, garantito sentimento: mille e ottocento carati pieni, mille giorni di te e di me, di lui e di quell’altro, come avrebbe detto una canzone da Festival estivo dei legnetti di cremino.

Così, quando Treica pensava a Maurilio, come nel cinerama, il mondo intero si ricopriva di post-it rosa, celesti e gialli, degni dei templi delle cartolerie d’Occidente, dai grandi occhi socchiusi nell’estasi e nel nirvana dei quaderni, delle biro, dei diari, dei compassi, dei rapidograph, una pioggia lenta e inarrestabile che strappava mille sorrisi tra i passanti, coloro che subito, per l’emozione, prendevano a trasformarsi in pavoni, pronti a ballare come nei musical sotto la pioggia, la neve, la grandine, la manna dal cielo, così come nel sottopasso di lungotevere dei Mellini, dove Federico Fellini aveva girato la scena di 81⁄2, mostrando l’uomo in procinto di soffocare, salvo poi, miracolosamente, riuscire a liberarsi volando via nell’imperturbabile cielo serale di Roma. Umbratili sensazioni che svanivano quando compariva il pappagallo cacatua Treica in tuta acetata azzurra, meraviglia da circolo ufficiali al momento del vermut, lui che era perfino più bravo di Maicol Gecson nel ballo speciale che procede avanti e indietro, di sopra e di sotto, di lato e di mezzo lato, di giù e di su, di bianco e di nero. Al punto che tutti prendevano nuovamente ad applaudire. Oh, beati loro, beato chi davvero si ama, pensavano...

Maurilio, nel frattempo, preparava la lista di nozze nei più apprezzati negozi del circondario e delle limitrofe borgate di Bacionia, nei quartieri più alti, i più forniti di tutti i comfort, ovvio.

«Dunque, il carrello per le bottiglie di Fundador, Maraschino, Centerbe, Millefiori Cucchi e Chivas lo abbiamo già, ci manca però il portagrissini...», così pensava, un po’ meschinamente, il rinoceronte volante. E ancora rimuginava: «Qui tutti desiderano regalare questo cavolo di porta- grissini, forse perché è la cosa che meno costa nella lista di nozze, saranno davvero così spiritualmente limitati i nostri amici? Non posso credere che siano davvero pezzenti, gli amici! A cosa gli sarà servita allora l’accademia militare?».

La risposta era comunque nascosta tra i post-it che intanto continuavano a venire giù come nell’apoteosi delle lotterie. Miliardi di fogliettini che raffiguravano, nell’ordine, portagrissini, portapane, portafrutta, portabandiera, portaordini e perfino una portineria, il custode seduto cruciverba in mano, mentre il figlio più piccolo, lì accanto, terminati i compiti, disegna elicotteri, motovedette e missili aria-aria simili a supposte di Buscopan; e ancora, nella medesima guardiola o forse garitta di legno e fòrmica, c’è modo di trovare i calendari di Italia ’90, Bacionia 2004, Sucania 1969, Cacania 1973, il santino di Padre Pio, il ventaglio profumato della Beata Corbera e il poster in quadricromia del Grande Cognato, capo di tutti i Cognati del circondario, mentre sorride, l’aria da Orso Yoghi, e intanto con le dita invia bacioni ai suoi sostenitori.

A quel punto, Treica e Maurilio, dopo avere verificato le proprie affinità rivolgendosi a una cartomante giornalista con le extension, proprio a lei che leggeva il futuro interrogando i cetrioli, sentivano l’intenzione impellente, se non la voglia irrefrenabile, di diventare marito e marito, da qui la decisione comune di andare di negozio in negozio a compilare la lista di nozze per poi occuparsi fin nei dettagli dell’arredamento, della mobilia e accessori: mantovane, tende, angoliere, poltrone, sofà, sciabole, missili aria-aria, quadri, comò, vasi cinesi, vasi africani, arpe birmane, arpe celtiche, arpe siciliane, arpe marchigiane, arpe molisane, arpe andaluse, arpe chigiane, arpe nissene, arpe salernitane, arpe magiare, arpe naziste, contrabbasso cileno, ritratto di Salvador Allende, soprammobili, posacenere e, giù giù, fino ai battiscopa.

da: I promessi sposini, di Fulvio Abbate, La Nave di Teseo (2019)

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