Industria 4.0
23 Novembre Nov 2019 0600 23 novembre 2019

Le macchine ci rubano il lavoro, rassegniamoci e aggiorniamoci!

La digitalizzazione è un fenomeno irreversibile. L’unico modo che abbiamo per assicurarci un’occupazione sono i corsi di formazione. E una buona dose di umiltà

Robot_Linkiesta

«Sono nove euro e cinquantadue, grazie».

«Ho bisogno della fattura, le detto la mia partita Iva».

La cassiera comincia a digitare numeri e lettere sulla tastiera. Con la sola mano destra. Con il solo indice. Sbaglia. Corregge. Si perde. Passano quindici lunghi minuti. Milano, sabato mattina, megastore del faidate. La coda alla cassa si allunga. Silenzio. Impazienza.

Nell’osservare quel meccanico inserire di dati, il pensiero corre via. Qual è il futuro professionale di una trenta-quarantenne come questa? Quanto tempo ci vorrà ancora perché questo supermercato segua il destino di un qualsiasi McDonald’s, o di un aeroporto? Automazione, digitalizzazione, le macchine sostituiranno le professioni meno qualificate. Sostituiranno? O lo stanno già facendo? Al terminal 2 di Malpensa se si incontra un dipendente – un umano! – ci si fa un selfie.

Roma. Il varo della manovra 2020 è faticoso come un parto gemellare. Sul fronte digitale, sono stati confermati gli ammortamenti di Industria 4.0 e c’è l’ok per l’avvio del Dipartimento per la trasformazione digitale. Dopo le nozze coi fichi secchi, come scriveva la stampa di settore a gennaio scorso nel biasimare il magro impegno sul digital incluso nella manovra 2019, il Conte 2 torna a Canossa. Palazzo Chigi si è lasciato sfuggire Diego Piacentini, ex top manager Amazon, chiamato dal Governo Renzi come Commissario Straordinario (pro bono) per l'attuazione dell’Agenda digitale.

I giallorossi ora cercano di rimediare all’errore. Il Dipartimento per la trasformazione digitale nasce per proseguire il lavoro interrotto esattamente tredici mesi fa. Paradossi di questa maggioranza: i 5s sono stati cresciuti a pane e visioni digital dalla Casaleggio associati, eppure di sostanza in materia ne stanno tirando fuori poca. Meglio una pezza che il buco, però.

Quand’erano al governo con la Lega, avevano chiuso le porte all’innovazione, ora sembrano essersene pentiti. Certo, perdere un anno non è poco. Con la quarta rivoluzione industriale che avanza, la battaglia geopolitica per il 5G e con i partner europei che investono, ritrovarsi in debito di ossigeno non è bello

Quand’erano al governo con la Lega, avevano chiuso le porte all’innovazione, ora sembrano essersene pentiti. Certo, perdere un anno non è poco. Con la quarta rivoluzione industriale che avanza, la battaglia geopolitica per il 5G e con i partner europei che investono, ritrovarsi in debito di ossigeno non è bello. Tuttavia, non si può dire sempre “piove, governo ladro”. Se ci bagnamo può anche essere colpa di chi fa gli ombrelli. Oppure nostra. Al di là delle contraddizioni di matrice istituzionale infatti, c’è un problema più ampio da gestire.

Will robots take my job? Sono passati sei anni dallo studio di Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, The Future of Employment: How susceptible are jobs to computerisation? che diede il La a una lunga polemica sul futuro del lavoro e sulla automazione dei mestieri meno qualificati. Da quella pubblicazione era nato un sito, willrobotstakemyjob.com appunto, la cui validità nel tempo è stata ridimensionata e che oggi costituisce soprattutto uno svago per chi non sa staccarsi dal Pc in pausa pranzo.

Tuttavia, la domanda resta appesa. E non basta ripercorrere l’esperienza storica dell’industrializzazione dell’Ottocento in Europa, per cui il maniscalco si era trasformato in operaio, per far dormire tranquille le persone.

Qual è il futuro del mio mestiere? I robot ci faranno tutti fuori, condannandoci a un’inquietante esistenza di fancazzismo? Gli ottimisti dicono che, no, non è possibile. Il robot non può competere con il fattore umano. Empatia, genio e creatività non potranno mai essere sostituiti da un processore. E poi si arriva agli esempi pregressi. La cassiera sta all’industria 4.0 oggi, come il fabbro stava alla Ford a inizio Novecento.

Tranquilli compagni! No one will be left behind. Cos’è che ci porta a non vedere le cose come stanno realmente? Cosa ci convince a metabolizzare, a scatola chiusa, un confronto tanto anacronistico? Non si nota infatti che il maniscalco sì entrava in fabbrica, ma non altrettanto il suo cavallo da tiro? Spiace dirlo, è politicamente scorretto e pure poco elegante, ma la cassiera non corrisponde al fabbro. Chi resta fuori dai giochi è come il cavallo da tiro, che non era umano, ma che comunque rientrava nella catena produttiva pre industriale.

Stiamo attraversando una fase di accelerazione dell’economia della conoscenza.

Oggi l’aggiornamento professionale non è qualcosa che si acquisisce per osmosi. Il ragiunatt degli anni Cinquanta aveva tutte le possibilità di entrare in un ufficio, fare esperienza e metter su la sua fabbrichetta senza fare un corso di aggiornamento, senza prendere in mano un opuscolo, giornale o libro con le istruzioni per come si diventa imprenditori. Oggi, secondo l’ultimo report del World Economic Forum, elaborato tra gli altri da Mercer e Boston consulting Group, la durata media di una skill professionale è di cinque anni. In pratica, se impari adesso a usare Windows, nel 2025 dovrai aggiornarti. Da zero.

Se sei uno sviluppatore IT, devi apprendere qualcosa di nuovo ogni sei mesi. Il problema quindi è doppio: se sei una cassiera e non hai la consapevolezza di dover imparare a usare almeno il secondo arto per digitare su una tastiera, non si sa quale destino ti attenda

Se sei uno sviluppatore IT, devi apprendere qualcosa di nuovo ogni sei mesi. Il problema quindi è doppio: se sei una cassiera e non hai la consapevolezza di dover imparare a usare almeno il secondo arto per digitare su una tastiera, non si sa quale destino ti attenda. Ma quel che è peggio è che nemmeno i professionisti più qualificati hanno la certezza di un futuro radioso. La formazione permanente è una condizione obbligatoria cui è soggetto chiunque sia attivo nel mercato del lavoro. Stranezze della storia: dove non sono riuscite le grandi ideologie – a porre tutti sullo stesso livello – rischia di farlo la conoscenza. Ma queste sono ipotesi distopiche di cui si parlerà in futuro. Magari con qualche certezza maggiore in mano.

Passiamo al fronte delle imprese. Ovvero a chi fa gli ombrelli. Finora della pioggia abbiamo dato la colpa al governo. Poi ce la siamo presa con noi stessi perché incapaci di prevederla e quindi di uscire con un impermeabile. Ma con l’automazione che ne sarà delle imprese? Industria 4.0 le ha galvanizzate. D’altra parte, più automatizzi, più elimini, elimini, elimini. Fino ad arrivare per assurdo alle prime linee dell’azienda. E se un giorno le imprese fossero tutte robotizzate? Di nuovo torniamo ad Huxley e ai mondi distopici.

In attesa di queste catastrofi, e magari per preventivarle, la digitalizzazione progressiva necessita di una preparazione dell’intero staff. Per poter utilizzare le macchine, per evitare che le macchine facciano tutto, per rendere attuali quei concetti quali impresa e lavoro che vogliamo svolgano ancora un ruolo sociale. Di nuovo torniamo al capitale umano! Di nuovo la formazione.

Secondo Kpmg, l’età media del manager italiani è over 50, una fascia sociale spesso poco incline a rimettersi in discussione, ad ammettere che bisogna studiare per migliorarsi. Di più, la strategia di digitalizzazione spesso non è di competenza diretta dell'Ad, che invece dovrebbe essere più coinvolto. Il limite non sta quindi nella cassiera. Non si circoscrive a un Quarto stato fuori tempo massimo dalle opportunità di aggiornamento. La convinzione è che io no, io sono salvo appartiene sia a chi ha riposto tutte le sue speranze nel reddito di cittadinanza, sia a chi sventola con vigore un contratto a tempo indeterminato. Ciascuno ha il proprio santo in paradiso.

Non è così. Domanda e offerta. Il terreno di scontro è il mercato. Quel che può fare uno Stato, un contratto o un santo è poca cosa. No, se la cassiera o chi per lei tra qualche tempo sarà a spasso non è colpa delle istituzioni. Forse non è colpa di nessuno

Non è così. Domanda e offerta. Il terreno di scontro è il mercato. Quel che può fare uno Stato, un contratto o un santo è poca cosa. No, se la cassiera o chi per lei tra qualche tempo sarà a spasso non è colpa delle istituzioni. Forse non è colpa di nessuno. C’è un’offerta di lavoro che non tiene conto della necessità di aggiornarsi. Il lavoratore è convinto che qualcun altro debba provvedere al suo mancato impiego. Non tanto fornendogli corsi di aggiornamento, bensì contenendo il suo status di disoccupato.

E poi c’è una domanda di lavoro, le imprese, che pretendono di ricevere dall’alto ordini di scuderia, sotto forma di politiche industriali, le quali dovrebbero includere formazione e riqualificazione del capitale umano, con relativi incentivi e sgravi fiscali. È uno scenario di passività collettiva, adagiata sull’esperienza che un’istituzione – lo Stato? L’Europa? – intervenga con qualche misura di contenimento del problema.

Siamo nel Terzo millennio e insistiamo a viverci come se fossimo nel Secolo breve. Di fronte al cambiamento e al futuro che è già qui tra noi siamo imperturbabili. Luca Ricolfi, nel suo ultimo libro, La società signorile di massa, parla del lento declino del Paese. Che in quanto lento, non ci rendiamo conto che sia un declino. Torpore non solo nostro, in realtà. Francia e Belgio non se la passano meglio. Ma si sbaglia pure a farne un discorso di bandiera.

L’anacronismo è palese nelle categorie sociali come in quelle politiche. Nazioni, operai, padroni… La chiave di volta è il tempo. Oggi, in questo futuro attuale, spetta al singolo chiedersi quanto sia abbastanza sveglio per non restare a bordo campo. Ai nostri nonni veniva data una seconda chance. A noi no. Chiediamoci allora quanto fiato e quante gambe ha ancora un quarantenne per non mollare e lasciarsi superare da un trentenne, il quale a sua volta rischia di essere spazzato via da altri più giovani, che anch’essi potrebbero non servire più in quanto c’è un app che al posto di tutti fa tutto.

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