Lettera da New York
27 Novembre Nov 2019 0600 27 novembre 2019

Tutti gli errori del manifesto di Bernie Sanders sull’antisemitismo

Il senatore del Vermont, candidato alle primarie del Partito democratico, dice alcune verità e tante inesattezze. Colpisce soprattutto il suo silenzio sull’antisemitismo endemico della sinistra

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Bridget BENNETT / 30240120A / AFP

Il piccolo e curioso manifesto sull’antisemitismo pubblicato da Bernie Sanders su Jewish Currents l’11 novembre mi fa tornare in mente i motivi per i quali mai potrei sostenere quell’uomo, ma anche quelli per cui, talvolta, ne provo una fitta di rimorso. C’è in lui qualcosa di buono che emerge impulsivamente qua e là, e si manifesta con scatti ribelli, accessi inaspettati di principi politici – di solito in modi che potrebbero offendere i suoi seguaci più caricaturali, ma che ai miei occhi lo rendono gradevole. Il mini-manifesto su Jewish Currents, il pezzo su cui ha ragionato Yair Rosenberg suTablet qualche giorno fa, ne offre un esempio.

Lo si vede, in qualche modo, quando Bernie ricorda che, nel 1963, aveva vissuto in Israele la vita del kibbutz. Poté vedere e toccare con mano quelli che descrive come «valori progressisti su cui è stato fondato Israele». E aggiunge: «Credo che sia importante per tutti, ma in particolare per i progressisti, riconoscere quale enorme conquista è stata quella di stabilire, dopo secoli di diaspora e persecuzione, una patria democratica per il popolo ebraico».

Il passaggio che colpisce è, naturalmente, «in particolare per i progressisti». Perché la maggior parte degli americani riconosce questa conquista. Ma, come hanno tutti avuto modo di vedere, c’è una percentuale rumorosa di persone che si credono progressiste e che pensano, al contrario, che Israele vada considerato come uno stato coloniale di occupatori bianchi suprematisti, o come una protuberanza dell’imperialismo, o come uno dei centri del razzismo mondiale, e per questi motivi andrebbe cancellato dalle mappe. Tutte posizioni che certe volte si autoassegnano il titolo di “critica onesta”.

Bernie però, nel suo pezzo su Jewish Currents, con un certo talento per le sfumature, dice giustamente: «È vero che alcune critiche su Israele oltrepassano il limite dell’antisemitismo, soprattutto quando non riconoscono il diritto all’autodeterminazione degli ebrei, o quando si trasformano in teorie complottiste sullo smisurato potere ebraico». E dichiara: «Denuncerò sempre l’antisemitismo ogni volta che lo incontro. I miei antenati si aspetterebbero proprio questo da me, e niente di meno». Questa frase è giusta. È solida. E non in stile Jeremy Corbyn.

Chi si vanta del proprio progressismo esita a parlare di islamismo, perché a suo avviso il razzismo proviene solo dalle classi sociali privilegiate e non da quelle subordinate

Tutto il resto del manifesto, però, è un disastro. Oh, forse non tutto. Hanno già detto che Bernie sbaglia quando chiede che gli Usa tornino al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, dal momento che le follie anti-israeliane e la simpatia nei confronti di tiranni vergognosi lo hanno trasformato, già tanto tempo fa, in una causa persa. Ma non sarebbe meglio discuterne anziché tenere il broncio? La commissione indipendente di Hillel Neuer, la UN Watch, partecipa agli eventi del Consiglio per i Diritti Umani e quando può mette a segno diversi punti in favore del buonsenso. C’è motivo di credere che anche un delegato statunitense sufficientemente risoluto, seduto a quel tavolo, sarebbe in grado di fare la stessa cosa, solo in modo più virale.

Ed è anche un bene sapere che un presidente Sanders sarebbe molto più rapido di Donald Trump nel scegliere un delegato speciale che combatta e tenga sotto controllo l’antisemitismo. Ha poi ragione, naturalmente, anche quando dice che «Il mio orgoglio e la mia ammirazione per Israele vivono insieme al mio sostegno alla libertà e all’indipendenza della Palestina», il tutto in una frase che, con tatto, presagisce un’epoca futura in cui grazie all’aiuto americano Israele e Palestina vivranno in pace uno accanto all’altra (anche se, c’è da chiedersi, come farà l’America a incoraggiare una cosa del genere se si è nel frattempo ritirata dalla regione?)

Tutto il resto nell’articolo, però, è rovinato dall’atteggiamento di tenere implicita una cosa (per la precisione, che l’antisemitismo si presenta in modalità che i progressisti potrebbero faticare a riconoscere) e presumere l’opposto (cioè che l’antisemitismo si presenta solo in modalità che i progressisti sono prontissimi a riconoscere). Bernie ci ricorda che, secondo le statistiche dell’Fbi, i reati di odio antisemita negli Usa sono in crescita. Cita l’arresto, avvenuto qualche settimana fa, di una persona che stava pianificando di far saltare una sinagoga in Colorado. «Il dipartimento di polizia di New York», spiega, «ha reso noto in settembre che i reati di odio antisemita nella città sono aumentati di oltre il 63% nel 2019 e costituiscono la metà del totale di questo tipo di reati». Conclude: «Questa ondata di violenza è il risultato di una pericolosa ideologia politica che prende di mira gli ebrei e chiunque non rientri nella sua visione ristretta di un’America solo bianca».

E però, come tutti sanno, ogni grande associazione ebraica americana ha dovuto riforzare le sbarre ai cancelli per difendersi da attacchi omicidi che sì, potrebbero provenire dagli ambienti dei nazionalisti bianchi, ma anche da quelli delle fazioni della jihad mondiale. E, per quanto riguarda le statistiche di New York, c’è da dire che il dato comprende diversi odiosi atti vandalici che sono opera, in principal modo, di bianchi, ma che si combina con un aumento della violenza nelle strade contro i chassidici provocata da afroamericani e latinos, le cui ragioni e motivazioni restano un mistero anche per i vicini costernati. Bernie però si sente più a tranquillo se confina questa accusa al nazionalismo bianco.

In questo senso, anche lui cade vittima dello stesso (e ben noto) schema della sinistra europea, la quale in alcuni dei suoi orientamenti spinge la gente a credere che anche lì l’antisemitismo sia un problema dell’ultradestra, in stile anni ’30. La realtà dei fatti è più stratificata. Chi si vanta del proprio progressismo esita a parlare di islamismo, perché a suo avviso il razzismo proviene solo dalle classi sociali privilegiate e non da quelle subordinate. Di sicuro, non può provenire dagli immigrati, classe oppressa.

O i progressisti europei credono che le statistiche sull’antisemitismo costituiscano, per definizione, una calunnia di destra, tranne quando questi report puntano il dito proprio contro la destra estrema. Oppure credono che l’islamismo sia in sé, in un qualche modo, un movimento progressista ignorando alcuni suoi elementi di barbarie, e che per questo motivo vada protetto fino a quando non smusserà alcuni dei suoi lati più spigolosi.

Oppure ancora, i progressisti guardano piuttosto all’opportunità politica, che li spinge a credere che, se solo stanno zitti su alcuni argomenti, allora riusciranno a fare leva sulle masse che subiscono l’influenza degli islamisti per attirarle nei loro partiti o movimenti. Oppure lavorano nell’ombra della sinistra anti-semita del 19esimo secolo e secondo la voga rossobruna dell’antisionismo sovietico degli anni ’70 e ’80. E così, rifiutandosi di vedere quello che è davanti a loro occhi, finiscono per illustrare una delle più antiche qualità dell’antisemitismo: cioè la sua invisibilità per tutti, tranne che per le vittime.

La scena americana, oggi come oggi, offre almeno cinque varietà di antisemitismo. A) la varietà dei nazionalisti bianchi, che ultimamente è la più violenta, resa anche peggiore, come dice Bernie, dagli esagitati del movimento di Trump; B) la varietà islamista; C) la varietà di Louis Farrakhan, che fa paura pur senza essere violenta (finora); D), la varietà degli episodi di strada della New York multietnica, che nessuno sembra in grado di spiegare; e infine E), la varietà che scaturisce dall’antisionismo della sinistra progressista, che negli ambienti studenteschi è repressiva senza essere violenta. Cosa preoccupante, visto che è quella con la probabilità più alta di raggiungere, un giorno, una posizione di potere e di rispettabilità politica.

Ma Bernie parla solo dell’antisemitismo di tipo A, con riferimenti obliqui all’antisemitismo di tipo E e tutto il resto se lo tiene per sé, che è strano. È stato, dopo tutto, la più importante voce della verità americana, specie quando spostava l’attenzione sulle conseguenze estreme della disuguaglianza economica – in questo senso, un eroe. Eppure, perfino un eroe trova difficile dire qualcosa di coerente sul tema dell’antisemitismo, concetto difficile, suppongo, perché il falso truismo da sciocchi della sinistra recita che il razzismo possa provenire soltanto dall’alto e non possa salire dal basso. E chiaramente per lui diventa una posizione difficile politicamente.

Dopo tutto, lui ha bisogno degli endorsement che riceve: non solo quelli dalle associazioni di infermiere, ma anche di quelli di figure della politica nazionale, cioè le deputate Ilhan Omar e Rashida Tlaib, insieme a Linda Sarsour, che sarà anche stata detronizzata da leader della Women’s March, ma è stata comunque riabilitata come “surrogato” nella sua campagna. Per cui, deve procedere con attenzione. Quando dice, su Jewish Currents, che «è importante per tutti, ma soprattutto per i progressisti, riconoscere» le conquiste di Israele, sembra che si stia rivolgendo prorpio a loro: a quelli che lo endorsano e ai loro ammiratori.

Ma queste cose non vengono dette. E Jewish Currents si rivela essere il suo magazine di riferimento – Jewish Currents, un magazine di tutto rispetto, ma senza dubbio, piccolo (e che, a proposito, ha avuto una storia tormentata, tempo fa, riguardo all’antisemitismo della sinistra, che risale a prima che il magazine rompesse doverosamente con l’Unione Sovietica).

E però – e questo è ciò che mi addolora – qualche cosa di vero la dice, qua e là. E non è solo l’osservazione sulla necessità dei progressisti di elogiare ed essere riconoscenti a Israele. Anche la sua politica estera contiene, sepolta sotto il suo istinto per un ritiro generalizzato americano, una straordinaria verità, con cui chiede inaspettatamente all’America di fare propria la saggezza da Guerra Fredda di Winston Churchill e di tutte le persone, e combattere senza tregua contro i totalitarismi e i tiranni in tutto il mondo. Con lui a capo.

Ma queste verità che gli scappano non finiscono in un quadro coerente, E nemmeno lui. Nello stesso anno in cui ha invocato una forte resistenza americana contro Vladimir Putin, nel 2017, si è unito a Rand Paul – unici tra i senatori Usa – a votare contro nuove sanzioni alla Russia. E nello stesso anno, stavolta nel 2019, in cui ha messo in guardia la sinistra progressista dal rischio di cadere nell’anti-semitismo, Bernie Sanders è diventato l’unico candidato in questa affollata campagna che si è circondato di figure politiche che non sono mai state in grado di scuotersi di dosso una reputazione anti-semita.

(versione inglese su Tablet magazine).

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