Monologrammi
27 Novembre Nov 2019 0600 27 novembre 2019

A cosa serve l’arte se non a dare numeri sconclusionati?

La rubrica neopassatista e veterofuturista di Pasquale Panella

Donna Picasso_Linkiesta

Vedi quello che capita a un artista? Prendi me, solo me. L’artista è uno, in due fanno un duo comico. Qui, in mezzo a cose che assumono pose lascive, le cose… da dove mi viene questa frase? Queste frasi che nascono da sole. Queste frasi dal pelo morbido, che mi scivolano dalle mani come donnole e vanno a fare la loro caccia sulla pagina. C’è qualche animaluccio che somiglia a una frase più di una donnola?

Le frasi hanno pelame morbido e fulvo, anche focato, sul dorso, bianco sul petto, e hanno quelle orecchiette gotiche, un po’ trasparenti nel concavo, unghie brevi e pungenti, i denti sono pugnaletti esatti; e sanno allungare il collo in maniera inspiegabile, sì, le frasi. Solo sulla neve sono bianche, candide sul candore di una pagina non scritta.
Dicevo: le cose, con esse faccio giocoleria, giochi di destrezza, faccio girare palle e birilli e cerchi e clave e torce accese, le cose.

Con mano lesta strappo sotto di loro i fili della gravità e le lancio nell’illusione d’essere leggere più dell’aria, poi le cose si lasciano andare, svenevoli per ebbrezza, e ricadono nella mia mano che le tocca appena, le rilancia e le fa volare ancora, e volentieri le cose volano per volentieri tornare a farsi ancora toccare.

Lascive vuol dire che hanno una movenza gentile, leggera, e un atteggiamento dissoluto, perché per un po’ pare si sciolgano in aria.

Lascive vuol dire che hanno una movenza gentile, leggera, e un atteggiamento dissoluto, perché per un po’ pare si sciolgano in aria.

Ecco: le lascive aurette, le ariette – è Poliziano – che scherzano tra i fiori e dolcemente fanno tremolar l’erbette, si lasciano un po’ andare, carezzano giocose, anche leziose… lezioso, ecco un aggettivo sfortunato… Insomma, lascivo è il capriccioso con qualche ammiccamento, è il gioioso con qualche noncuranza.

Ma non volevo parlare di frasi. Dicevo: vedi quello che capita a un artista? Guarda me, parlo e parlo, mi parlo addosso, così che, spalmato di parole, io possa, lubrico, scivolare su te che sei indulgente, una tempesta morbida, i tuoi capelli sferzanti come una pioggia accettata a viso aperto, quelle piogge tiepide, poi fresche su un viso accaldato. Perché io mi accaloro, brucio le stoppie, preparo il terreno, che poi vorrò con la mia chiglia arare fino a te, perché si infranga il mio scafo tra le tue braccia aperte.

Sono enfatico perché non mi basta l’esserci, ti voglio anche apparire, gonfio come un pallone al limite della sua esplosione, ampolloso perché vada in frantumi la mia trasparenza d’ampolla (estese all’eccesso, le superfici si fanno trasparenti, fragili, lacerabili, magari laceranti). Trasparente, sì, come un soffio vitale dentro un vetro abbottato, non un fiasco, di più: una damigiana. Esagerato, sì, perché quello che sto per dirti suoni altisonante e pieno del piacere di esser detto, e sarei, se posso, anche prolisso perché il piacere duri e si protragga quanto più possibile, se posso, nel tempo.

A cosa serve l’arte se non a dare numeri sconclusionati? Matematica al massimo del suo godimento, quando il godimento travolge il risultato. Insomma, volevo dirti questo: so per chi, per come, per quanto, so perché

Che cosa sto dicendo? Sì, questo: a cosa serve l’arte se non a dare numeri sconclusionati? Matematica al massimo del suo godimento, quando il godimento travolge il risultato.
Insomma, volevo dirti questo: so per chi, per come, per quanto, so perché.
So questo: le palle che faccio girare, i birilli, i cerchi, le clave e le torce accese, il diablo in bilico, che faccio volare anche altissimo per poi ripigliarlo in caduta sul filo… sai cos’è il diablo?, è una specie di clessidra orizzontale… tutto questo lo faccio per tutti, per chiunque, invece no, lo faccio per te sola, anzi l’ho fatto, sempre, solo per te.

È ridondante, no? Parlo come un batacchio di campana che oscilla e sbatte contro la sua sagoma, ché il disegno della campana si chiama sagoma, e io la sono, la suono… ah, le mie esornative, assonanti eccedenze. Sembra falso quel che dico, vero? Vero. Ma sapessi come e quanto è autentico e pieno in me il piacere di dirtelo. Sono sincero? Non ci penso nemmeno. Se ci pensassi non sarei sincero. Non è pensiero la sincerità, è passione. Però lo scrivo, l’ho appena scritto

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