Politica industriale cercasi
27 Novembre Nov 2019 0601 27 novembre 2019

Il governo e quella voglia inesorabile di carrozzone pubblico (vedi Iri)

Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli in Senato ha detto di essere pronto a tornare all’Istituto per la Riforma Industriale fondato dal Duce. Pronti, intanto, interventi pubblici per Alitalia e Ilva. «Privatizzare l’acciaieria», ha detto il ministro, «è stato un errore»

Patuanelli Linkiesta
(Filippo MONTEFORTE / AFP)

Che il vento stesse portando un nuovo pesante coinvolgimento della mano pubblica nelle grandi crisi industriali irrisolte si era avvertito da quando, nel contratto di governo del Conte I, si parlava di un ritorno a prima di Maastricht. Ma che, davanti ai due grandi buchi neri di Ilva e Alitalia, si pensasse addirittura al ritorno dell’Iri, il gigante dell’economia statale liquidato nel 2000, ora è molto più chiaro. Non foss’altro perché il ministro dello Sviluppo economico, il Cinque Stelle Stefano Patuanelli, nel corso della sua audizione in commissione al Senato lo ha detto senza mezzi termini. «Tornare all’Iri? Se serve, assolutamente sì. Siamo pronti a farlo in un momento in cui è necessario proteggere le nostre imprese e la produzione industriale del Paese», ha risposto al senatore leghista Paolo Ripamonti, che gli chiedeva di prodigarsi per la difesa dell’interesse nazionale.

Quando non si hanno più soluzioni, la soluzione più semplice da gestire a livello elettorale è sempre la stessa: il coinvolgimento dello Stato. Dimenticando del tutto che all’origine dei mali da curare spesso c’è proprio lo Stato. Da un lato: l’acciaieria statale, l’Italsider, sin dall’inizio costruita in una dimensione e una scala eccessiva rispetto alle esigenze del Paese, utilizzata per dare posti di lavoro al Sud, che ha inquinato dalle origini nella totale disattenzione generale. Dall’altro: la cordata dei capitani coraggiosi di turno favorita con ogni mezzo dalla politica, che ha fatto perdere ogni occasione di rilancio alla ex compagnia di bandiera dopo la privatizzazione.

E il copione si ripete. Ad ogni salvataggio – e di salvataggi ce ne sono molti da operare oggi tra i 150 tavoli di crisi aziendali – si chiamano in causa Cdp e le sue partecipate. Anche a costo di mantenere in vita, senza alcun piano industriale credibile, industrie zombie che al prossimo giro di boa avranno bisogno di nuovo sangue fresco. Leggasi: prestiti ponte e aiuti di Stato. Di cui prima o poi la Commissione Ue ci verrà a chiedere conto.

La prima reazione favorevole al ritorno dello spettro dell’Iri nella politica economica è arrivato dalla Cgil. «Accogliamo con favore», si legge in una nota, «le dichiarazioni del ministro Patuanelli: è innegabile che per ricostruire le politiche industriali, oggi in evidente crisi, serva istituire un’Agenzia che, come l’Iri, possa rilanciare lo sviluppo del Paese. Finalmente anche esponenti del governo evidenziano la necessità della partecipazione dello Stato in alcuni tipi di produzione».

Quando non si hanno più soluzioni, la soluzione più semplice da gestire a livello elettorale è sempre la stessa: il coinvolgimento dello Stato. Dimenticando del tutto che, come è evidente nei casi Ilva e Alitalia, all’origine dei mali spesso c’è proprio lo Stato

Ilva e Alitalia, tra le ex aziende controllate dall’Iri, oggi sono quelle messe peggio. Alitalia l’anno scorso ha perso oltre 500 milioni. Ilva perde 2 milioni al giorno e quest’anno accumulerà una perdita netta di quasi un miliardo. Sia la ex compagnia di bandiera sia l’acciaieria di Taranto, sono curate non a caso da un’amministrazione straordinaria speciale. Alla fine della quale, però, il passaggio nelle mani dello Stato in teoria non sarebbe previsto.

Il problema è che Alitalia ormai da due anni vivacchia solo grazie ai prestiti ponte emessi dal ministero del Tesoro. Un fiume di denaro che non è riuscito a rendere appetibile la compagnia sul mercato. E dopo l’uscita di Atlantia dalla cordata con Fs, il governo è arrivato alla resa. «In questo momento la soluzione di mercato non c’è», ha detto Patuanelli in Senato. «È da dieci anni che si tenta di privatizzarla, ma è una compagnia troppo grande per essere piccola e troppo piccola per essere grande. Ha una dimensione che in questo momento il mercato fa difficoltà ad accettare. Stiamo valutando diverse opzioni, certamente non è una proroga al consorzio che si stava costituendo, perché quella strada lì non c’è più».

Messi all’angolo, le soluzioni sono due. La prima: aspettare che Alitalia fallisca del tutto, lasciando senza lavoro oltre 10mila persone, ma non sembra un’alternativa politicamente praticabile per una classe politica che finora ha puntato solo al mantenimento dei posti di lavoro con la cassa integrazione nella paura di perdere il consenso, senza pensare mai davvero a un reale piano industriale. La seconda: l’intervento pubblico. E questa sembra l’opzione più probabile. Oltre all’ennesimo prestito ponte, si prospetta un piano in due step: prima la ristrutturazione affidata ai commissari con la costituzione di una bad company, e poi la divisione dell’attuale Alitalia in due società, tra il volo e l’handling. E a questa seconda società farebbero capo i circa 3.500 esuberi indicati da Lufthansa, unico vettore rimasto sull’uscio. A questo punto sarebbe previsto l’intervento statale, con una forte iniezione di cassa integrazione. Se poi questo piano non dovesse funzionare, c’è anche chi al Mef pensa a una nazionalizzazione temporanea assorbita da Fs.

Il ragionamento del ministro grillino e colleghi è: laddove lo Stato ha fallito come controllore, ora dovrebbe funzionare come imprenditore

Stesso discorso per Ilva. Giuseppe Conte ha confermato che sono pronti a un coinvolgimento pubblico per salvare l’acciaieria, cosa che a questo punto Mittal ha chiesto come garanzia. Non solo sul sostegno ai nuovi esuberi negoziati al ribasso rispetto ai 5mila chiesti da Mittal. Ma con l’ingresso di un socio pubblico nel capitale di Am Investco Italy. I telefoni sono squillati subito in casa Cdp. Ma la legge prevede che la Cassa possa assumere partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale solo se in stabile situazione di equilibrio finanziario, patrimoniale ed economico e se caratterizzate da adeguate prospettive di redditività. Ecco perché tra le ipotesi, confermata anche da Patuanelli, è spuntato anche il possibile coinvolgimento di Invitalia, l’agenzia controllata al 100% dal Mef che non ha vincoli statutari, alla cui guida è stato appena riconfermato Domenico Arcuri, dopo che il mandato era scaduto da agosto e l’agenzia navigava a vista gestita dal collegio sindacale.

Ora si aspetta solo la conferma della nomina nel prossimo consiglio dei ministri e poi probabilmente il dossier Ilva sarà il primo del quinto mandato di Arcuri. Con tanto di applausi di Patuanelli. Che, sempre in Senato, ha detto : «La privatizzazione dell’impianto siderurgico è stata un errore. Solo con l’intervento pubblico si riesce a garantire produzione e tutela ambientale».

Il ragionamento del ministro grillino e colleghi è: laddove lo Stato ha fallito come controllore, ora dovrebbe funzionare come imprenditore. Prova di questa convinzione è la nuova norma sul golden power, che estende l’ambito operativo dei poteri speciali che possono essere esercitati dal governo nei settori ad alta intensità tecnologica. La nuova Iri si estende anche al 5G, con buona pace di ogni investitore straniero che voglia mettere piede in Italia. Con qualche ambizione anche nella gestione dei nostri account online. Dopo che due senatori grillini, Laura Bottici ed Emiliano Fenu, hanno presentato un emendamento alla legge di bilancio che puntava a far gestire allo Stato l’identità elettronica degli italiani. L’emendamento è stato bocciato. Ma l’Iri del 2020 è bella e servita.

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