L’unione che verrà
27 Novembre Nov 2019 1213 27 novembre 2019

Ecco cosa dovrà fare Ursula Von der Leyen nei prossimi cinque anni

La nuova Commissione europea è stata eletta con 461 sì, 157 contrari e 89 astenuti. I consigli del think tank economico Bruegel alla neo presidente per svolgere al meglio il suo mandato

Ursula Von Der Leyen_Linkiesta
FREDERICK FLORIN / AFP

Si comincia con la politica estera, per proseguire con l’ambiente e approdare a crescita e politica fiscale in vista di una prossima grande crisi. È questa la lista dei compiti stilata (come di consueto) dall’istituto Bruegel, uno dei più autorevoli Think Tank europei in fatto di politica e economia, per la commissione di Ursula Von Der Leyen. Secondo gli analisti di Bruegel (e pure secondo l’evidenza dei fatti) il mondo con cui UvdL si troverà a fare i conti è molto diverso da quello che si era trovato davanti Jean Claude Juncker. Nel 2014 il problema principale per il presidente della Commissione era quello di far ripartire l’economia e l’occupazione, prostrate entrambe dalla crisi. Quello di UvdL, invece, sarà trovare un posto nel mondo per l’Europa e sedare le spinte nazionaliste e populiste che cercano (con non pochi succcessi) di spaccare l’Unione. Così, da Bruegel, dove fanno sinceramente il tifo per la Presidente, hanno provato a darle una mano stilando una lista di compiti. Come se fosse a scuola.

Politica Estera. L’Europa deve trovare il suo posto nel mondo tra USA e Cina. Si tratta della cosa più urgente da fare. E il modo per farlo è «ridurre la dipendenza dalla Cina e dagli Stati Uniti in alcuni settori strategici chiave come la tecnologia, la politica industriale e (finalmente) la Difesa». Per i primi due settori occorre investire in ricerca e sviluppo, per limitare, ove possibile la dipendenza da USA (per il Tech) e Cina (per il Tech e il manifatturiero). Per quanto invece la difesa, occorre finalmente svincolarsi dalla dipendenza dalla NATO e, dunque, dagli USA. Ergo, passare al punto 2 dell’elenco.

Politica di Difesa: Europa First. Per Bruegel una politica di difesa chiara e riconoscibile è una priorità assoluta. «Ma- precisano- non si tratta solo di creare un "esercito europeo". Si tratta invece di essere in grado di difendere il territorio dell'UE collaborando in caso di aggressione e di intervenire in guerra informatica, operazioni di intelligence e piccole operazioni di salvataggio». Per farlo, ovvio, servono soldi: una spesa che Bruegel stima tra i 100 e i 300 miliardi di euro.

Politica interna: gestione dell’immigrazione. Annosa questione. Da un lato si tratta di un problema reale, rispetto al quale è miope voltarsi dall’altra parte. Dall’altro si tratta di un tema la cui percezione (spesso gonfiata e spropositata) sta avendo incalcolabili conseguenze politiche ed elettorali. Per risolvere, o almeno lenire la faccenda, secondo Bruegel, non c’è altro da fare se non, non vogliatecene per la citazione “aiutarli a casa loro”. Ma nel senso buono però. Nel senso vero. E cioè «Rafforzando la politica dell'UE in Africa, dal punto di vista commerciale, di investimento, di sviluppo». E, dulcis in fundo, praticando un’accorta strategia migratoria che «non può essere strettamente focalizzata solo sulla migrazione illegale, ma deve comprendere anche la migrazione legale e le sue implicazioni per il funzionamento interno del mercato unico». Ergo, se non puoi fermarli, governali.

Nel 2014 il problema principale per il presidente della Commissione era quello di far ripartire l’economia e l’occupazione. Quello di UvdL, invece, sarà trovare un posto nel mondo per l’Europa e sedare le spinte nazionaliste e populiste

Politica ambientale: tutto il coraggio che serve. La faccenda sta molto a cuore a Bruegel e, di nuovo, siamo davanti a un problema che non ha più senso negare, la cui percezione è molto alta e diffusa (specie tra i più giovani, per ¾ dei quali la difesa dell’ambiente è una priorità), ma che, a differenza dell’immigrazione, ha avuto effetti politici ed elettorali molto contenuti (solo in Germania i Grune hanno avuto un successo vero; altrove, come in UK e Francia, il successo di Greens e Verts è stato drogato dalla questione Brexit da un lato, e dall’antimacronismo di sinistra dall’altro). Il problema però c’è e la soluzione proposta da Bruegel è tanto radicale, quanto creativa, quanto vecchia come il mondo: tassare. «Definire un prezzo per le emissioni di gas a effetto serra in tutti i settori è indispensabile per ridurre le emissioni-scrivono gli analisti-. Il prezzo delle emissioni nell'UE deve diventare abbastanza alto da portare a cambiamenti più rapidi e significativi nei comportamenti industriali». L’uovo di Colombo, in pratica. Ma c’è un problema: le tasse non piacciono a nessuno. Per questo «Per non fallire politicamente l’operazione, i proventi delle tassa sulle emissioni dovranno essere distribuiti alle famiglie a basso reddito». Sennò non funziona.

Politica economica: pensare in grande. Per crescere l’economia europea (che già oggi è fortissima sul manifatturiero, grazie soprattutto alle locomotive di Germania, Francia e Italia) ha bisogno di trovare nuovi settori di eccellenza, che siano solo suoi: «Il bilancio dell'UE dovrebbe finanziare progetti con un vero valore aggiunto europeo, come il programma spaziale europeo e la politica europea in materia di infrastrutture e innovazione». Infrastrutture e ricerca dunque: non c’è altra strada.

Politica Fiscale: l’unione fa la forza. Primo: la lotta all’evasione. Secondo: la lotta all’evasione. E terzo, probabilmente, pure: lotta all’evasione. Per farlo occorre in primo luogo evitare disequilibri tra le policy fiscali nazionali (ci spiace, signori del Lussemburgo e dell’Olanda) e, anche senza arrivare a una (per ora impraticabile) unione fiscale, agire affinché non ci siano squilibri tra le tassazioni dei singoli Paesi.

Politiche sociali e di coesione: così si ferma il sovranismo? Secondo Bruegel (che però non fa i conti con l’efficace propaganda disfattista degli anti Ue e dei populisti di ogni latitudine) il modo più logico per accrescere l’indebolita fiducia nelle istituzioni europee passa per un’efficace strategia di crescita e sul vigore da dare al Fondo sociale europeo. Ergo, per rendere di nuovo l’Europa popolare, occorre passare per una «seria sfida alla crescita» specie nei Paesi più deboli che «hanno tipicamente istituzioni relativamente deboli e si comportano meno bene nell'istruzione, nell'innovazione e nella ricerca. Ma senza una maggiore crescita in questi paesi, le dinamiche del debito saranno sfavorevoli». Auguri.

Politiche economiche: la gestione della prossima possibile crisi. Data per imminente e praticamente certa, la prossima crisi rischia di trovare l’Europa priva di strumenti per affrontarla e gestirla: «In caso di recessione economica, è necessario sostenere le autorità competenti nel rispondere rapidamente. Con i tassi di interesse al limite inferiore zero, la politica monetaria avrà poco da contribuire per arginare la prossima recessione». Dunque occorrerà, di nuovo, passare per le politiche (ahia) fiscali. «Il Presidente della Commissione, insieme ai Commissari responsabili, sarà di sensibilizzare sull'importanza delle politiche fiscali nazionali per stabilizzare l'economia dell'UE, organizzando una risposta fiscale coordinata».

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