Dossier
Cronache dall'impeachment
CRONACHE DALL’IMPEACHMENT
28 Novembre Nov 2019 0600 28 novembre 2019

Ucrainagate, Rudy Giuliani è sempre più nei guai

Il Washington Post è entrato in possesso di una serie di documenti che mostrano come Giuliani, mentre era a Kiev in missione alla ricerca di informazioni compromettenti sul figlio di Joe Biden, allo stesso tempo stava facendo affari con funzionari ucraini corrotti

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MANDEL NGAN / AFP

Ancora guai per Rudy Giuliani
Che sia al centro di tutto lo scandalo Ucrainagate lo si era già capito dalle numerose testimonianze che si sono susseguite nei giorni scorsi, prima fra tutte quella dell’ambasciatore all’Unione Europea Gordon Sondland che cercando di salvare in qualche modo Trump, fa partire tutto da lui, Rudy Giuliani, avvocato personale del Presidente. Ma anche senza testimonianze, che Giuliani sia il perno attorno al quale bisogna per forza passare per districare la matassa ucraina era evidente già dalla famosa telefonata tra Trump e il presidente ucraino Zelensky, in cui Trump dice per almeno quattro volte: «parla con Rudy». Più vengono alle luce dettagli dell’affare Ucraino, più Giuliani sembra affondare nei guai. L’ultimo viene da uno scoop del Washington Post entrato in possesso di una serie di documenti che mostrano come Giuliani, mentre era in Ucraina in missione per conto di Trump alla ricerca di informazioni compromettenti su Hunter Biden, figlio di Joe Biden, allo stesso tempo stava facendo affari con funzionari ucraini corrotti.

Il WaPo parla di due bozze di contratto, una delle quali del valore di 200 mila dollari: tanto sarebbe stata la tariffa chiesta da Giuliani per rappresentare Yuri Lutsenko, procuratore ucraino dal passato travagliato tra cui un arresto e una sentenza a quattro anni per abuso d'ufficio e appropriazione indebita. «Una persona che ha familiarità con i negoziati ha descritto i contratti stipulati quest'anno in cui Giuliani avrebbe lavorato per Lutsenko o per il ministero della Giustizia ucraino. Per Lutsenko, l'accordo sarebbe servito a fornirgli un canale diretto con Trump e, tramite lui, potenzialmente con altri alti funzionari degli Stati Uniti. Per Giuliani, gli accordi sarebbero stati un modo per ottenere benefici finanziari da una persona che gli forniva anche informazioni politicamente dannose che potevano aiutare un altro suo cliente, il presidente degli Stati Uniti». Il WaPo specifica anche che nessuno dei due contratti sarebbe andato alla fine in porto, ma le trattative erano così avanzate che esistono almeno due bozze. In un’intervista a Ukrainian Truth uscita questo mese, riporta sempre il WaPo, Lutsenko viene descritto come impaziente che Giuliani lo aiutasse a ottenere un incontro con il procuratore generale degli Stati Uniti per discutere delle prove che aveva scoperto circa la sparizione di certi fondi ucraini passati attraverso conti bancari statunitensi. Secondo la testimonianza dell’ex ambasciatrice Usa a Kiev Marie Yovanovitch, dietro alla campagna di diffamazione architettata contro di lei e che ha portato alla sua rimozione da parte di Trump, c’erano proprio Lutsenko e Giuliani.

L’FBI non ha mai spiato la campagna di Trump
Per quasi due anni è stato uno dei capisaldi della retorica da comizio trumpiana: l’accusa che l’FBI avesse spiato la sua campagna e che, addirittura, Barack Obama avesse ordinato di mettere sotto controllo i suoi telefoni. Oggi, dopo quasi un anno e mezzo di indagine da parte di Michael Horowitz, ispettore generale del Dipartimento di Giustizia, la conclusione è che non ci sono prove che l’FBI abbia tentato di collocare agenti sotto copertura o informatori all'interno della campagna di Donald Trump nel 2016 (mentre altri agenti indagavano se i suoi associati cospirassero con la Russia al fine di interferire nelle elezioni). Secondo quanto riporta il New York Times, il documento finale che Horowitz presenterà al Dipartimento di Giustizia il 9 dicembre avrà queste conclusioni, in contraddizione ad alcune delle certezze di Trump e dei suoi seguaci. Non solo: l’indagine di Horowitz ha anche trovato che la motivazione che ha guidato i leader dell’FBI nel sorvegliare Carter Page, all’epoca consulente per la campagna di Trump, non era politica, come invece sostenuto dal Presidente.

Pur criticando il modo in cui l’FBI ha condotto parti dell’indagine con troppi errori e omissioni, Horowitz però sostiene che l’FBI ha non ha agito in modo improprio quando ha deciso di aprire un’inchiesta sull’interferenza russa nelle elezioni del 2016. Come si ricorderà, tutto ebbe inizio nel luglio del 2016 quando ad alcuni ufficiali dell’FBI arrivò la notizia che intermediari russi avevano offerto informazioni compromettenti su Hillary Clinton a George Papadopoulos, all’epoca impegnato nella campagna presidenziale di Trump. Il documento finale di Horowitz metterà forse la parola fine anche a un’altra delle affermazioni sostenute da Trump e di suoi in questo ultimo anno e mezzo ovvero che l'intermediario russo che aveva promesso informazioni compromettenti a Papadopoulos, il professore maltese Joseph Mifsud, fosse un informatore dell’FBI. Mifsud è l’anello che mette in collegamento il Russiagate con l’Italia ed è anche il motivo per cui la scorsa estate il procuratore generale Barr si recò a Roma per parlare con il Premier Conte e con i vertici dei servizi segreti italiani.

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