Italia
29 Novembre Nov 2019 0600 29 novembre 2019

Alan Kurdi, l’occasione sprecata dei giudici per rispondere al bisogno di riforma (e chiarezza)

Archiviati i reati di abuso e omissione di atti di ufficio nei confronti di Salvini. Il decreto del Tribunale dei Ministri non ha fatto che contribuire alla confusione sulla gestione dei flussi migratori

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MATTHEW MIRABELLI / AFP

È il 9 aprile 2019. La Alan Kurdi della Ong tedesca Sea Eye con a bordo oltre 60 migranti, tra cui donne, di cui una incinta, e bambini resta bloccata per dieci giorni in mare, in attesa di un porto dove sbarcare. L’odissea, una delle tante, termina il 13 aprile quando alla Alan Kurdi viene dato il permesso di approdare a Malta, da dove i naufraghi vengono poi collocati in quattro Stati: Germania, Francia, Lussemburgo e Portogallo. Gli unici che si rendono disponibili al ricollocamento.

A causare lo stallo, l’ordine di mantenere i porti italiani chiusi a qualsiasi Ong voluto dall’ex ministro dell’Interno. Ora, alla notizia dell’archiviazione dei reati di abuso e omissioni di atti d’ufficio, archiviazione peraltro richiesta a luglio scorso dalla stessa Procura di Roma per l’assenza del dolo specifico indispensabile per il realizzarsi dei reati contestati a Salvini e Piantedosi, sono seguite polemiche, speculazioni e titoli di giornali che si prestano a facili strumentalizzazioni.

L’effetto è presto detto: al di là della portata politica e mediatica, si sono affastellate congetture e idee che nulla hanno a che fare con il bisogno (e l’urgenza) di fare chiarezza sui doveri e sugli obblighi degli Stati sui salvataggi e sui soccorsi in mare. Chiarezza che aiuterebbe a dipanare ogni retorica sulla gestione dei flussi migratori, già oggetto di norme su cui l’Unione europea dovrebbe per prima trovare il coraggio di aprire una discussione seria che abbia peró un seguito. E che non cada a fasi alterne nel vuoto – si veda il tema dei ricollocamenti e la revisione del regolamento di Dublino.

A causa di una tale confusione – a volte costruita ad arte, altre frutto di una incapacità e di un disinteresse politico – vale la pena chiarire la leggerezza con cui purtroppo i giudici hanno deciso di operare su una questione tanto delicata. E le sovra-interpretazioni che ne sono seguite che sono risultate piuttosto delle semplificazioni.

Secondo Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi, che ha sollevato per primo anomalie nel decreto di archiviazione emesso dal Tribunale dei Ministri, «premesso che l’archiviazione non è detto che sia sbagliata, i giudici hanno seguito una strada interpretativa che non è solo errata ma che non tiene conto affatto delle motivazioni avanzate nella richiesta della Procura di Roma, che ha poi sottolineato come non ci fossero elementi per procedere e che quella della Alan Kurdi fosse più una questione politica che giuridica».

In questa enorme zona grigia del diritto internazionale che spesso non ha delle norme chiare, gli Stati ci sguazzano che sia l’Italia, Malta o la Libia

«Essi sostengono che secondo la lettera del diritto internazionale sarebbe lo Stato di primo contatto a doversi occupare del coordinamento e del salvataggio, fermo restando che il coordinamento è diverso dall’individuazione di un porto sicuro nel proprio territorio, qui il secondo grande errore: si presume che la nave di primo contatto sia quella di bandiera, mentre il diritto internazionale vuole che sia chiamato lo Stato competente della propria zona di Search&Rescue (Sar). Premesso che la Sar è cosa diversa dalle acque territoriali».

Dopo avere sovrapposto lo Stato bandiera a quello di primo contatto, racconta Villa, i giudici alla fine chiudono sostenendo che «in ogni caso spetta a quest’ultimo occuparsi del coordinamento» – nel caso della Alan Kurdi alla Libia e non all’Italia – che peró non è quanto stabilito dalla Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il salvataggio in mare, ma da una interpretazione priva di valore giuridico redatta nel 2014 da un gruppo di avvocati di Lampedusa. «Poi nessun trattato o convenzione parla di Stato di primo contatto», conclude Villa. Il risultato è «un gran casino» facile da cavalcare.

«Nel Mediterraneo centrale c’è sempre più confusione. Sono due anni che va avanti in questo modo. In questa enorme zona grigia del diritto internazionale che spesso non ha delle norme chiare, gli Stati ci sguazzano che sia l’Italia, Malta o la Libia». «Con il primo Governo Conte, ma è una cosa che è iniziata nel 2017, abbiamo inventato la zona Sar libica, dando a un Paese in guerra civile e che non è dunque un porto sicuro – lo ha detto l’Onu, l’Italia e l’Ue stessa – la responsabilità di salvare i migranti per riportarli indietro. Abbiamo creato un paradosso enorme», conclude il ricercatore.

É davvero facile sentirsi disorientati, spaesati. Diventando facili prede della grancassa politica e mediatica. I giudici non sono infallibili certo, ma in questo caso la sensazione è che abbiano preferito liquidare in fretta la questione. Male. Perché avrebbero potuto invece approfittarne, per sollevare il bandolo di una matassa che di questo passo sarà sempre più difficile sbrogliare.

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